«In Slovenia al vertice dei ministri europei dell’Industria, ho detto chiaramente quali sono le mie preoccupazioni per il pacchetto “Fit for 55” ( CLICCA QUI ). Rischiamo di mettere una palla al piede all’industria europea, mentre altre grandi economie si fanno meno problemi e corrono”. E’ il ministro Giancarlo Giorgetti che parla a il Corriere della Sera ( CLICCA QUI ) esprimendo delle perplessità sul grande progetto europeo che prevede la riduzione delle emissioni nell’atmosfera del 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

Giorgetti si preoccupa del fatto che “una parte eccessiva dei costi” insiti nella transizione ambientale finisca per gravare sulle piccole e medie imprese e sulle famiglie dei ceti medio-bassi rischiando “di gettare i semi di una protesta sociale” e, dunque, a suo avviso, se la ” transizione causasse una crisi sociale, questa sfocerebbe in una crisi politica dagli esiti oggi imprevedibili”.

Il messaggio è chiaro. Recepisce evidentemente preoccupazioni proprie del tessuto produttivo del Nord Italia, così come  quelle già emerse in sede europea a seguito della spaccatura verificatasi tra i paesi fondatori dell’Europa unita e nuovi arrivati dell’est. E’ stata dimostrata in occasione della riunione del Consiglio europeo del maggio scorso, al punto che la stessa Commissione di Bruxelles ha riconosciuto che alcune delle misure sono destinate “a suscitare inevitabili controversie, avendo i paesi interessi e punti di partenza molte diversi”.

L’obiettivo europeo è indicato sulla base della consapevolezza che i”  cambiamenti climatici sono la sfida più grande della nostra epoca, ma rappresentano anche un’opportunità per costruire un nuovo modello economico ( CLICCA QUI )” ed è per questo che, come ricorda il sito ufficiale dell’Unione europea, “tutti i 27 Stati membri hanno assunto l’impegno di fare dell’UE il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Per quanto riguarda le preoccupazioni per i più “fragili”, come li definisce il ministro Giorgetti, c’è da ricordare che il nuovo Fondo sociale per il clima sosterrà i cittadini dell’UE più colpiti o a rischio di povertà energetica o di mobilità con l’obiettivo di ” attenuare i costi per le persone più esposte ai cambiamenti, al fine di garantire che la transizione sia equa e non lasci indietro nessuno”.

Il mondo più avanzato, Stati Uniti in testa, insiste sulla transizione nella consapevolezza che si tratta di conciliare la prospettiva con il passo realmente sostenibile da parte di imprese e lavoratori e di tutto il tessuto sociale, cosa su cui si riflette anche in America ( CLICCA QUI ). Non a caso gli ultimi piani elaborati dal Presidente Joe Biden provano a tenere conto, assieme, della necessità di rilanciare l’economia, ridurre le emissioni di carbonio e le disuguaglianze sociali ( CLICCA QUI ).

Vi è da valutare come indubbiamente le questioni della lotta ai cambiamenti climatici e le trasformazione dei mezzi di produzione, la ricerca di una minor dipendenza dall’uso dei fossili, che siano carbone, petrolio o gas poco cambia, costituiscano anche una sfida di carattere geopolitico nei confronti di realtà come quella cinese, ma anche del mondo arabo, costrette a misurarsi con un’accelerazione dell’economia vissuta, soprattutto dalla Cina, come un confronto- scontro più generale che rischia di mettere a repentaglio un intero sistema. Ma di questo Giorgetti non parla.

Fa bene il ministro, comunque, a preoccuparsi di quelle economie che, come accade in Cina, India o Turchia, per produrre inquinano molto e nel basso costo della manodopera, se non in un vero e proprio sfruttamento, e nella mancanza di responsabilità sociale trovano alcune ragioni più forti della loro capacità produttiva e commerciale. D’altro canto, la transizione ambientale costituisce forse la più importante sfida affrontata dall’umanità e non si può lasciare cadere pena, tra l’altro, di un continuare l’Italia a trascinarsi stancamente nelle ultime posizioni del mondo occidentale più evoluto.

La questione diventa allora quella della sua gestione. A partire dalla più opportuna utilizzazione degli ingenti fondi che l’Europa mette a disposizione per l’attuazione delle 12 misure del “Fit for 55”. Così, si deve considerare che non si tratta solo di costi, ma di investimenti che dobbiamo da saper usare, come è nel caso dei 72,2 miliardi in sette anni previsti per la ristrutturazione degli edifici, o dell’aumento dell’uso di energie rinnovabili che portano risorse, non le consumano, e così via. Anche tutto ciò, come l’intero piano Next generation Ue, significa più occupazione e creazione di nuove figure professionali.

E’ ovvio che dev’essere la politica a indicare i percorsi migliori affinché le risorse possibili non finiscano per lasciare i vecchi equilibri, solitamente in Italia ricercati al ribasso, ma per approfittare di un’occasione forse irripetibile per  recuperare alcuni decenni di ritardi, per alcuni versi persino inspiegabili se vogliamo fare finta di non vedere come è stato guidato questo paese negli ultimi trent’anni.

E’ alla politica che spetta la migliore valutazione tra costi e benefici, ma ci attendiamo che questo avvenga tenendo lo sguardo alto e capaci, magari, di rintuzzare chi segue esclusivamente i propri interessi, o dei ritardi culturali, o perché non riesce ad andare oltre l’idea di un’economia solamente assistita in mille modi.