Il taglio del numero dei parlamentari è francamente un’idiozia che dà immediatamente il senso del dilettantismo di una classe politica improvvisata ed insipiente.
Di per sé che i deputati debbano essere 630 ed i senatori 315 non è un dogma, senonché, se mai, la questione avrebbe dovuto essere posta in relazione a due parametri: la effettiva rappresentatività del Parlamento e la produttività delle Camere che nulla ha a che vedere con la “velocità” del lavoro legislativo. Ambedue questi riferimenti avrebbero dovuto sconsigliare la strada intrapresa e se questa valutazione, ovviamente, non si poteva sperare significasse nulla per i 5 Stelle, avrebbe dovuto sollecitare un atteggiamento meno remissivo ed accomodante da parte delle forze più’ responsabili.
Ora c’è – e ben venga – da molte parti una tardiva resipiscenza che ha davanti a sé un compito difficile. Una volta che gli si è data la stura, rimontare l’onda del populismo e della demagogia è dura. A maggior ragione quando queste derive raggiungono livelli di indecenza e di degrado mentale quali si registrano presso autorevolissime figure istituzionali che ci spiegano come, con le poche risorse che si risparmierebbero, potremmo rivoltare il Paese come un calzino e rimetterlo a nuovo.
C’è da sperare che sia sfacciataggine in mala fede, perché se chi fa dichiarazioni del genere fosse davvero convinto di quel che dice ci sarebbe seriamente di che preoccuparsi. Infatti, se qualcuno usa un argomento strumentalmente e sa di farlo, per quanto la cosa sia riprovevole, si può sperare che in un’occasione successiva si possa emendare. Invece, sono gli stupidi a far più paura perché essendo effettivamente tali, non ne hanno consapevolezza e, quindi, sono incorreggibili. Insomma, si va al voto referendario non solo per una questione di merito, cioè per contrastare la riduzione del numero dei parlamentari, ma anche per un aspetto relativo al metodo, per mostrare che non è poi così vero e scontato che, se pure prevalesse la conferma del taglio, gli italiani se le bevono tutte. In questo senso, ogni voto che contrasti la riduzione si rivelerà comunque importante.
I 5 Stelle hanno condotto questa operazione, in ultima analisi, perché sostanzialmente disprezzano gli italiani. Questo, in fin dei conti, succede perché ribaltano sul popolo italiano la poco o nulla considerazione che hanno di sé stessi. Sono stati ammessi alle loro carriere politiche sul presupposto che ciascuno di loro non sia sé stesso, ma un “porta-voce”; non si è ben capito di chi, di quale eterea, evanescente, fantasmatica entità metafisica sovraordinata alla loro personale facoltà di giudizio. Devono essersi convinti che tutti gli italiani siano pecore da tosare allo stesso modo, per cui si tratta di lisciarli per il verso del pelo, immaginando che quello giusto sia nel segno della sottomissione e del servilismo nei confronti dei potenti di turno. Insomma, si tratta di solleticare e di far emergere i sentimenti negativi più reattivi, più facilmente manipolabili nei confronti della politica, della democrazia e delle istituzioni.
Hanno portato al parossismo, come fulcro e cuore della loro “politica”, l’armamentario più becero dell’ “antipolitica”.
Va riconosciuto che, da quasi trent’anni a questa parte, hanno avuto illustri battistrada su questo cammino che loro hanno portato all’acme di una curva pericolosa. Se la politica si fonda sulla esplicita negazione di sé stessa, di fatto si azzera e libera il campo per l’invadenza di altri poteri che la soverchiano, soffocano la democrazia, alla fin fine compromettono le libertà personali. Si tratta di un esito indesiderato di tale processo mentale o non è piuttosto vero che questo è esattamente quel che si vuole?
Infatti, è difficile sottrarsi all’impressione che, secondo il loro abito mentale, la finalità che i 5 Stelle intendono perseguire sia una sostanziale umiliazione della democrazia rappresentativa per liberare il campo all’avanzata della cosiddetta “democrazia diretta”. Che della prima non è neppure un surrogato, ma, piuttosto, una pericolosa contraffazione. Infatti, la democrazia è sì funzionale a decidere ed orientare la vita della collettività, purché sulla scorta di una discussione, di un coinvolgimento razionale e consapevole, fondato su un discernimento argomentato che nulla ha da spartire con l’attrazione emotiva esercitata dall’uomo forte di giornata.
Infine, se c’è una lezione da trarre da questa vicenda e valga a futura memoria, concerne la necessità che alla demagogia si sbarri il passo al suo primo apparire. Altrimenti, si finisce come quelle famiglie in cui c’è qualcuno affetto da un disturbo mentale. Il comportamento anomalo condiziona l’umore e l’atteggiamento di tutti, finché la patologia diventa, quasi insensibilmente, sistemica e collettiva ed anche i membri sani della famiglia cadono in una relazione mimetica che li induce a riprodurre le stereotipie, le ipocriticità, se non le stesse idee deliranti del malato.
Domenico Galbiati
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