Un amico ci ha fatto pervenire il titolo di un libro emblematico e, come al solito parossistico: “Dante Alighieri e Benito Mussolini”, di Domenico Venturini. Serviva a rafforzare i presupposti politico culturali del maestro di Predappio fornendogli l’avo per eccellenza: Dante Alighieri.

A parte l’ovvia considerazione che assimilare il contesto storico, politico, economico ed antropologico di Dante Alighieri con quello dell’era moderna, che non a caso parte con la scoperta delle Americhe e con le Rivoluzioni americana e francese, è un azzardo davvero spericolato.

Un azzardo, però, che tradisce la necessità in cui lo compieva ai tempi del Duce, e ci riprova oggi, di darsi una postura, di ricercare antenati che nobilitino; un  qualcosa che serva, insomma, anche a mettere un velo pietoso sulla pochezza, ed anche la barbarie, che ci si sente alle spalle e che, in qualche modo si deve provare a sublimare.

C’è stato sempre un grande accapigliarsi, da quando la Meloni ha cominciato a crescere nei sondaggi, sulla continuità con il fascismo che potremmo definire “storico”. Ma il problema vero è quello del fascismo come categoria dello spirito e che, dunque, va oltre la storia ed oltre anche il mero riferimento politico. Per alcuni aspetti è cosa persino più grave del riferirsi a quella forma di violenza politica storicamente cristallizzata che chiamiamo il fascismo di Mussolini, di cui semmai il vero padre è Dannunzio, o il nazismo di Adolf Hitler, il franchismo del Generalissimo Franco o l’opprimente salazarismo portoghese. Più grave perché ambiguo, mistificatore e rivelatore di una debolezza strutturale, anche di ordine psicologico e culturale, i cui risvolti non possono che fare male per l’inquinamento spirituale che può provocare in una società dal processo democratico debole e macilento come il nostro.