Per carità, nessuno merita di essere impiccato ad una frase infelice. Nemmeno Toti. Anche quando “infelice” è un eufemismo molto benevolo. Del resto, come di prammatica, Il Governatore ligure, in questa occasione, non si è lasciato mancare nulla ed ha sciorinato l’intero classico repertorio di tali occasione: un po’ ha chiesto scusa; un po’ ha affermato di essersi spiegato male; un po’ di essere stato frainteso; un po’ che non è esattamente vero che sia stato lui; un pò che la frase è stata estrapolata.

Ed almeno quest’ultima affermazione non ci sta. Estrapolare da un tweet non è facile. C’e’, in ogni caso, il rischio di doverlo riprodurre in toto. Se no che tweet sarebbe… Se non altro, Toti ha avuto l’accortezza di non prendersela con la stampa, visto che si è servito di barba e capelli del tutto da solo. Avrebbe potuto aggiungere che chi ha responsabilità istituzionali, farebbe bene ad usare con moderazione e capacità di discernimento i social. In particolare, i tweet.

Ricordo di aver letto, tempo fa, l’articolo di un illustre latinista – di cui non ricordo il nome – il quale sosteneva che perfino Cicerone faceva uso della tecnica comunicativa che oggi chiamiamo “tweet”. Cicerone aveva un tale ricchezza di pensiero che, anche a strizzarlo in un tweet, la sostanza ci stava tutta, per quanto compressa. Ma, chiaramente, non è da tutti. Ad altri succede che, stringi stringi, ti resta in mano un pugno di mosche o addirittura ti ritrovi, quasi senza volerlo, a dire un’ idiozia. Parafrasando Hannah Arendt che si è permessa – e l’hanno sepolta ingiustamente di improperi – di legare l’idea di banalità addirittura al male, molto più modestamente possiamo permetterci di associarla al concetto di idiozia.

Ad ogni modo, non è Toti in questione. La questione è, piuttosto, un’altra e merita di essere esaminata. E’ istruttiva e, a voler approfondire, la dice lunga sul clima civile in cui viviamo, sui presupposti inconsci che, spesso,  guidano il nostro pensiero o meglio le nostre esternazioni che sono un’altra cosa, sul linguaggio della politica, a volte addirittura triviale, e dei fraintendimenti che genera.

E’ istruttivo chiederci come possa succedere, attraverso quali percorsi carsici del pensiero, quali cunicoli della comunicazione, che una brava persona  come Toti, si ritrovi – sicuramente addirittura senza avvedersene – a sdoganare, in nome della produttività, lo stesso criterio di selezione con cui gli ebrei, appena scaricati dai vagoni blindati che li conducevano direttamente all’interno dei campi di concentramento  di Auschwitz o di Dachau, venivano separati: quelli validi ed adatti alla “produzione” ai campi di lavoro; gli altri, gli anziani, i bambini, i malati, i disabili direttamente alle camere a gas.

So che si rischia di esagerare e Toti non lo merita. Ma è pur vero che dobbiamo vigilare sull’uso che facciamo della nostra ragione, sulle modalità  del nostro pensare, sul rigore del nostro linguaggio.

Soprattutto oggi, dato che tutti subiamo, in particolare nel campo della comunicazione, una pressione tale che basta una fessura impalpabile perché entrino, nel nostro universo mentale, folate di idiozie che neppure immaginiamo, come se le assorbissimo per osmosi da un ambiente circostante inquinato.

Per di più, al di là di come ce la raccontiamo, mai come in un mondo complicato qual’ è  oggi il nostro, è talmente confortante allinearci al pensiero prevalente.

Infatti, chi non sacrificherebbe la compassione per quattro pensionati al mito della produttività?

Domenico Galbiati

 

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