Ha ragione Domenico Galbiati : difficile mettersi nei panni di Giuseppe Conte ( CLICCA QUI ). Anche se è vero che moltissimi italiani già si considerano i migliori commissari tecnici della Nazionale, i più grandi esperti in comunicazione e si sentono di dare il loro parere definitivo su una pandemia dagli andamenti complessi e ricorrenti e finora sconosciuta persino ai più grandi scienziati del settore.

Comunque, dopo l’ascolto dei telegiornali e di taluni cosiddetti “talk show”, in realtà fatti di poco conversare, ma di molta rissa o chiacchiericcio, e meno ancora di spettacolo, sorge un senso di autentica preoccupazione. Viene istintivamente da chiedersi: in mano a chi siamo finiti? Più che mai siamo convinti che è tutto il sistema politico e istituzionale italiano a dover essere rigenerato.

Governo, maggioranza e opposizione ci costringono in una dimensione di “banalità” alla quale si deve reagire cercando di essere il meno banali possibile. Consapevoli, in ogni caso, che non sarà né facile né dai tempi rapidi prevedere un processo di trasformazione verso il quale, comunque, tutti gli italiani seri e ragionevoli devono coinvolgersi.

La pandemia ha fatto emergere ulteriormente il peso di uno Stato che declama e pretende e poi, basta vedere come vanno le cose per la distribuzione del vaccino antinfluenzale che manca, non riesce a dare i servizi necessari a fronte di un sistema fiscale notevolmente pesante per tutti. Il caos cui ci fanno assistere i vertici regionali confermano che, proprio per garantire un corretto processo di decentramento e di prossimità con i cittadini, è necessario mettere mano ad una seria riforma del sistema delle autonomie e della rappresentanza locale.

Siamo costretti banalmente a constatare che neppure dagli scienziati e dalla comunicazione vengono risposte certe. Anzi, anche il Coronavirus è diventata questione di schieramento politico. Sia il mondo della scienza, sia quello della televisione e della stampa non si presentano con quella “terzietà” necessaria a capire, a conoscere, ad avere elementi certi, o quasi certi, cui riferirsi senza far scadere tutto in baruffe abbastanza inutili, se non a riempiere i palinsesti tv e le pagine dei giornali.

Politica e mondo della comunicazione fanno a gara ad accrescere preoccupazioni e incertezze. Entrambe vengono meno, così, ad un sostanziale dovere deontologico presupposto di quella collaborazione corale e di quella condivisione di decisioni che, nel caso di situazioni come questa, sarebbero più che mai necessarie. Non ci si difende da un virus efficacemente  se la stragrande maggioranza della popolazione non segue le minime elementari norme di precauzione previste in questi casi. Sembra una cosa tanto difficile da capire, ma tant’è. Del resto, i messaggi sono apparsi talmente contraddittori, ondivaghi e non continuativi che ci sarebbe stato da meravigliarsi se la nuova ondata pandemica non fosse andata come sta andando.

Dal Coronavirus non ci si libererà tanto facilmente con una stampa che allarma, ma non informa, con i vertici istituzionali, nazionali e regionali che titubano, fanno del surplace preoccupati di non farsi trovare con il cerino in mano al momento di assumere decisioni gravi e pesanti. Seguono un po’ tutti la massima del “decidi tu che poi io critico, anche se sotto sotto sarò convinto che avrai fatto bene”.

Una classe politica si vede nel momento delle scelte drammatiche. Churchill si assunse la responsabilità di chiedere “lacrime e sangue” al suo popolo, il generale De Gaulle attraversò quasi da solo la Manica per non stare con Petain, De Gasperi non esitò a spedire in esilio il re Umberto che pure era spalleggiato da alcune delle potenze vincitrici. Giunge il momento in cui deve apparire la “nobilitate” di ciascuno.

Conte ha fatto bene nella prima fase, a dispetto di tutte le critiche e lo scherno di molti colleghi esteri che lo hanno dovuto seguire subito da presso. Poi, ha cominciato a dire e non dire. Chiaramente intimorito dal dover prendere di nuovo decisioni drastiche, a partire da quelle necessarie in occasione delle ferie estive. Eppure, sin da subito, le segnalazioni di casi di contagio tra coloro che tornava delle vacanze prefiguravano già lo scenario successivo.

E’ evidente che la questione sanitaria si è saldata immediatamente con quella dell’economia e della finanza pubblica. Una situazione complessa, e in questo senso, lo ripeto anch’io, nessuno con un po’ di sale in zucca  vorrebbe mettersi nei panni e al posto di Giuseppe Conte.

Del resto, egli non appare neppure del tutto sicuro della propria maggioranza. Se lo fosse, forse, non avanzerebbe a colpi di Dpcm che, a lungo andare, dei problemi di correttezza costituzionale finiscono per porre. Non è aiutato dal livello di alcuni dei suoi ministri e dall’impostazione con cui è curata la comunicazione da parte dei singoli dicasteri e del Governo nel suo complesso. Troppe notizie fatte trapelare per sondare il terreno e capire come verrebbero accolti taluni provvedimenti. Il Governo ha bisogno di questi mezzucci? Non ci si rende conto della confusione che si crea? Più che di tanti portavoce, Giuseppe Conte avrebbe bisogno di “porta silenzi” sui provvedimenti e le decisioni in itinere.

L’opposizione è  altrettanto “banale”. Ha parte della responsabilità del caos provocato dall’arrivo di differenti pareri tra presidenti di regioni , che pure sono governate dalla coalizione guidata da Matteo Salvini: oggi sentiamo il lombardo Fontana che chiede una chiusura totale, mentre il legista veneto Zaia non ci pensa neppure.

Questa opposizione  si limita solo a dire di non essere ascoltata e rifiuta di partecipare ad una “cabina di regia”, per quanto imprecisata e improvvisata, si perde dietro minuzie da lasciare alle discussioni da Bar Sport. Soprattutto, non riconosce le proprie oggettive responsabilità storiche anche in materia sanitaria. Allora,  dove crede di andare sulla strada che sta seguendo il cui sbocco è un vicolo cieco? Chi crede d’incantare se non i propri fan e quei gruppi di neofascisti che pur di fare casino nelle piazze non esitano a mischiarsi con quelli dei circoli sociali e a sostenere le più assurde tesi negazioniste? Distorcendo, tra l’altro, le giuste proteste e richieste di aiuto delle categorie costrette a pagare un prezzo alto per l’introduzione di forme di distanziamento fisico più dure.

La Lega, ma anche Giorgia Meloni che è stata pure ministra, non dimentichiamocelo se se lo dimentica lei, ha contribuito ad indebolire la sanità pubblica e a distruggere la sanità territoriale. Imitata dalla sinistra, ha spostato molto sulla sanità privata. Adesso è tutta colpa di Conte? Di sicuro non tutto è colpa dell’attuale Presidente del consiglio, ma lo è quasi tutta dei politici di centrodestra e di centrosinistra che, con la scusa dell’emergenza, tacciono sul pregresso e, magari, in cuor loro sperano che tutto passi per tornare all’antica opera… Così, tanto per fare un esempio, a Roma sono rimasti chiusi antichi ospedali come il Forlanini e il san Giacomo, soppressi perché destinati ad essere oggetto di operazioni immobiliari.

Parafrasando una canzoncina in voga tra i seguaci di Forza Italia, ai tempi del trionfo di Silvio Berlusconi, che continuiamo però oggi a vedere troppo timoroso dallo smarcarsi dal “negazionismo” di Matteo Salvini, possiamo almeno canticchiare “meno male che Sergio c’è…”.

La dimostrazione è venuta anche ieri dalla visita di Sergio Mattarella a Castegnato, su cui ci scrive l’amico Franco Franzoni ( CLICCA QUI ). Un gesto alto d’unità nazionale, di compassione, di ricordo: poche parole in memoria delle tante vittime di questo insidioso male e utili a dimostrare, così, che il nemico c’è e che non si affronta come se fosse un tema qualunque del tipo di quelli solitamente oggetto dell’attenzione da parte della nostra attuale classe politica.

Giancarlo Infante

 

Immagine utilizzata: Pixabay