Quello degli sbarchi costituisce sicuramente uno dei punti più critici per l’azione del Governo italiano. Giorgia Meloni è in grandi difficoltà. Stretta com’è tra le roboanti promesse di ridurli drasticamente, con l’illusoria idea di erigere blocchi navali, e la necessità, del resto propria anche di tutti i governi che l’hanno preceduta, di collaborare invece con l’Unione europea e giungere, così, ad un’assunzione di responsabilità comune.

Anche con lei, verifichiamo l’assoluta mancanza di una politica d’accoglienza e d’integrazione, ma di questo non può certamente essere considerata l’unica responsabile. Per decenni ci siamo limitati a mantenere in essere la Legge Bossi – Fini e a lamentarci di rimanere soli a confrontarci con un problema che richiede la capacità d’intervento a vari livelli, interni ed internazionali. Intanto, abbiamo creato solo zone di reclusione e neppure organizzate bene, con i centri di accoglienza che esplodono un giorno sì e l’altro … pure.

Per prendere una boccata d’ossigeno è stata escogitata l’idea di dare vita al cosiddetto “Piano Mattei”. Una cosa “immaginifica” che ha poco a che fare con l’azione del geniale capo dell’Eni in Africa. Destinata a restare a lungo nel cassetto, oltre che a scontrarsi con la dura realtà della geopolitica internazionale la quale, soprattutto nel caso dell’Africa, presenta dinamiche che l’Italia non è affatto in grado di affrontare da sola. Del resto, quando la Cooperazione allo sviluppo funzionava, e comunque si aggiungeva a quella multilaterale dell’Onu e degli altri paesi europei, il nostro Paese si era ritagliato uno spazio importante e significativo, ma sostanzialmente limitato ad alcune aree del Corno d’Africa e di altri pochi paesi del continente al di là del Mediterraneo.

Comunque, intanto ci si è mossi indicando nella Tunisia la pietra di volta dell’ambizioso piano. E almeno in questo si è avuta l’intelligenza necessitata di non muoversi da soli. Necessitata perché il nostro Paese non è certo in grado da solo di affrontare e risolvere i problemi tunisini. Non a caso il Presidente locale, Kais Saied, ha incontrato la Meloni con la Commissaria europea Ursula von der Lyen e l’olandese Rutte perché il suo obiettivo non è certo quello di ricevere solo i 105 milioni promessi per sopportare il peso dei migranti e gli altri 150 milioni assicurati a sostegno dell’economia tunisina. Egli pensa ai due, tre miliardi che, da un pezzo, il Fondo monetario internazionale non gli concede. Saied, infatti, non si decide ad introdurre quelle riforme richieste perché la Tunisia torni ad essere una democrazia e non un’oligarchia in cui è stata trascinata dall’attuale regime insidiatosi a Tunisi nel 2019.

Saied ha sospeso il Parlamento, liquidato il precedente governo, incarcerato molti leader dell’opposizione. Come spesso accade in casi del genere, ha ridotto l’indipendenza della magistratura e dato corso, o lasciato fare, ad un’ondata di violenza contro i rifugiati e i migranti in Tunisia.

L’economia del paese nordafricano è precipitata con la conseguenza di far crescere il debito pubblico, l’inflazione e il costo della vita. Ciò che costituì l’innesco  delle cosiddette primavere arabe nel 2011 che, proprio da Tunisi, partirono e infiammarono da una parte all’altra la costa sud del Mediterraneo e talune zone del Golfo persico.

Saied, dunque, punta alle risorse internazionali per risollevare le sorti del paese e sue. Ma non intende per questo avviare un processo democratico. Continua, evidentemente, ad usare l’arma dei migranti come minaccia e, quindi, non pare stia facendo molto per contenere gli imbarchi diretti verso l’Italia. Del resto, proprio all’immediata vigilia dell’arrivo della delegazione europea, accompagnata da premature grida di successo, Saied fece capire bene il clima che la Meloni e gli altri due avrebbero trovato a Tunisi ripetendo ancora una volta che la Tunisia non avrebbe fatto il poliziotto per l’Europa.

Un equivoco dunque? O ciascuno vede le cose a seconda la propria convenienza? Una situazione, insomma, che ha portato “al Jazeera” scrivere: “Secondo il Ministero dell’Interno italiano, quest’anno sono partite per l’Europa dalla Tunisia 42.719 persone. Mentre le barche approdavano, i politici populisti di tutta Europa, non ultima l’Italia, hanno alimentato il fuoco del panico, spingendo la Tunisia in cima all’agenda politica europea, indipendentemente dalle ambizioni autoritarie del presidente”.

Così, l’accordo che non decolla con la Tunisia ha provocato non pochi malumori a livello europeo perché molti, analisti e parlamentari di Strasburgo, sono convinti che Saied continuerà a chiedere aiuto finanziario, ma in cambio non darà niente in merito alle riforme richieste dalla comunità internazionale.

In questa situazione non parte né il “piano Mattei”, neppure nella sua dimensione immaginifica, né si fermano gli sbarchi che ogni giorno stanno battendo ogni record precedente.

 

About Author