“Se l’Arabia Saudita non darà vita a misure di riforma drastiche e lo stato dell’economia globale resterà al livello attuale, siamo destinati alla bancarotta in tre, al massimo quattro anni”.

Era l’ottobre del 2016 quando il vice ministro per l’Economia di Ryad, Mohamed Al Tuwaijri, pronunciò queste parole profetiche. All’epoca in molti lo tacciarono di catastrofismo, facendo notare come il montante deficit del Regno a fronte di entrate fiscali dal petrolio che pativano il crollo delle valutazioni, fosse solo un fenomeno transitorio, destinato a risolversi presto. Così non è stato.

Dopo quattro anni, il prezzo del greggio stenta a riprendersi. E con esso, in un nesso totalmente causale, anche lo stato di salute della crescita mondiale. Ferma. Pre-recessiva, in molti casi. E’ con questi presupposti che Aramco comincia le sue contrattazioni alla Borsa di Ryad.

In un contesto tutt’altro che favorevole per i collocamenti (WeWork docet), il gigante petrolifero saudita fa invece il suo esordio: sintomo che, al netto delle attese e dei roboanti proclami, al Regno servono soldi. Tanti. E in fretta.

Stando ai freddi dati formali, il principe Mohammed bin Salman ha vinto la sua scommessa, visto che la prezzatura dell’Ipo si è fissata sulla parte alta della forchetta di oscillazione, vendendo 3 miliardi di titoli (1,5% del pacchetto) a 32 riyals per azione (circa 8,53 dollari) e raggiugnendo così il totale record di 25,6 miliardi di dollari.

La più grande Ipo della storia,  maggiore anche dello sbarco di Alibaba nel 2014 e, soprattutto, una prezzatura che porta il market cap di Aramco a 1,7 trilioni di dollari, più di Apple.

 

Ma, prima criticità, sotto la soglia dei 2 trilioni, per anni sbandierata proprio da bin Salman come suo obiettivo irrinunciabile, visto che l’idea originaria era di mettere sul mercato il 5% di Aramco per 100 miliardi e di quotarla in un grande hub finanziario come New York o Londra. Invece, solo sulla Borsa di Ryad. E nonostante il tasso di sovra-iscrizione dell’Ipo si sia fissato a un lusinghiero 4,65x, sono in molti a tenere le dita incrociate nel Regno in vista dell’avvio ufficiale delle contrattazioni.

Per più di un motivo.

• Primo, l’Arabia ha esercitato in fase di collocamento anche la cosiddetta green shoe, ovvero l’opzione che permette di vendere il 15% di azioni in più, ufficialmente per andare incontro alla domanda. Con questa mossa i proventi del collocamento sono quindi saliti a 29,4 miliardi di dollari ma, trattandosi di Aramco, in molti hanno letto l’accaduto come un ulteriore tentativo di ammansire un mercato che guarda con grande distacco e criticità a quanto sta accadendo, quantomeno a livello di investitori internazionali.

• Secondo, infatti, la scelta di quotare l’azienda solo sulla Borsa di Ryad ha molto “provincializzato” l’operazione – non a caso sono stati annullati all’ultimo minuto anche i road-show previsti a Londra, New York e Francoforte -, tanto che la stragrande maggioranza degli acquisti si sono concentrati in Arabia Saudita e nei Paesi confinanti, i quali nutrono spesso giocoforza un’acritica fiducia nei destini del petrolio e del suo mercato. Molti sono anche i clienti retail interni, mossi in tal senso sia dalla martellante campagna pubblicitaria che dalla scelta dell’Autorità finanziaria saudita (Sama), la quale ha ampliato il suo programma di prestiti alle banche commerciali, affinché invogliassero i correntisti a indebitarsi per acquistare titoli. Paradossalmente, le ultime persone al mondo che avrebbero dovuto partecipare all’operazione, visto che come cittadini sauditi già dipendono da Aramco per le tasse e le royalties che paga al governo, ora anche per i dividendi. L’opposto assoluto della diversificazione, senza contare che in caso di calo delle valutazioni dei titoli, il Regno si troverebbe ad affrontare anche il problema politico di una folla di risparmiatori/investitori inferociti.

• Terzo, la strategia scelta da Ryad tradisce paura. Aramco necessitava a tutti i costi di vendere molte azioni a prezzo alto ma, con la cosiddetta smart money internazionale chiamatasi fuori dai giochi, restavano due opzioni sul tavolo: tagliare la valutazione, accontentandosi di un mid-range sulla forchetta di prezzo oppure ridurre il volume della vendita. A Ryad hanno scelto la seconda. Anche perché, quando l’Ipo stava entrando nel vivo, nientemeno che la Bernstein Research pubblicava un sondaggio condotto fra 31 dei più importanti investitori globali, dal quale si evinceva che la valutazione media che veniva fornita al titolo era di circa 6,30 dollari per azione, una cifra che spingeva al ribasso il market cap totale a 1,26 trilioni di dollari. Della serie, o abbassate le pretese o noi occidentali restiamo alla finestra a goderci lo spettacolo. Dovendo fare di necessità virtù, Aramco ha comunque deciso di contrarre la quantità di titoli venduti, pur di tenere alte le valutazioni. Ed ecco spiegata la scelta di quotarsi solo su Ryad, evitando l’Occidente che – almeno in prima battuta – ha voltato le spalle al Sacro Graal delle Ipo: tanto attesa per anni, quanto snobbata giunti al momento della verità. Marcel Proust applicato alla finanza.Operando in quel modo, infatti, l’azienda ha dovuto concentrare al massimo la sua forza persuasiva su una platea numericamente più limitata ma con il massimo della determinazione a partecipare, qualsiasi fosse il prezzo richiesto per il titolo. Tutta clientela “locale”, però. Quella meno price-sensitive e maggiormente influenzabile da fattori esogeni ed extra-mercato, non ultimo un certo grado di coercizione politica e sociale in un regime non certo liberale. Così facendo, però, si è abbassato anche il controvalore di denaro introitato con il collocamento, da qui la scelta di esercitare l’opzione green shoe.

• Quarto, il forcing operato in sede Opec il 6 dicembre proprio dall’Arabia Saudita al fine di ottenere un taglio della produzione più ampio di quanto atteso, scelta che ha ovviamente portato con sé un aumento – temporaneo – del prezzo del barile. Per i primi tre mesi del 2020, quindi, i Paesi che fanno riferimento al cartello petrolifero produrranno 500mila barili in meno al giorno, portando l’abbassamento totale quotidiano dell’output a 1,7 milioni. E che il timing della mossa tradisse la volontà saudita di creare condizioni ambientali e psicologiche ad hoc in vista dello sbarco in Borsa del colosso è risultato tanto palese da spingere un solitamente taciturno ministro dell’Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, a rilasciare un intervista a Cnbc, nel corso della quale ha più volte negato alcun tipo di correlazione fra i due eventi. Tipico caso di excusatio non petita, almeno agli occhi di moltissimi operatori di mercato.

• Quinto, il problema è che una mossa simile amplifica ulteriormente il rischio di correlazione diretta del titolo a ogni, possibile fluttuazione del prezzo del petrolio. Se infatti un aumento graduale o una tenuta potrebbero a malapena garantire un supporto minimo alla valutazione di Ipo, stante il range molto alto scelto per la prezzatura, un calo delle valutazioni del barile – tutt’altro che da escludere, in caso i venti pre-recessivi continuassero a spegnere ogni focolaio di ripresa da iniezione monetaria – potrebbe dar vita a una spirale auto-alimentante di vendite. Soprattutto, partendo dal presupposto che – a meno di impennate a breve termine – la platea “locale” di investitori è stata quasi totalmente spremuta nella prima ondata di vendita per il collocamento, quindi in caso di necessità/volontà di ritorno sul mercato per ulteriori offerte di titoli, Aramco dovrà abbassare – e di molto – le sue richieste, innescando ulteriore tensione di downside sul prezzo dell’azione, ora in contrattazione libera. E questi tre grafici mettono ulteriormente in prospettiva la situazione. Ci mostrano, infatti, come non solo l’Arabia Saudita sia già oggi retrocessa al terzo posto nella produzione globale di petrolio dopo Russia e Usa

ma anche – e soprattutto – come, al netto di un’ormai abusata politica di “aggiustamento” strategico della produzione tramite tagli calibrati per supportare le valutazioni, anche la carta shock – al fine delle dinamiche rialziste di prezzo – dell’attacco contro gli stabilimenti Aramco da parte di droni yemeniti/iraniani si sia risolta in una bolla di sapone, soprattutto alla luce del miracoloso ritorno alla normalità produttiva in tempi record.

• Sesto, se per caso davvero le cose volgeranno al negativo o l’entusiasmo iniziale si spegnerà in breve tempo, quanto ci metteranno ad emergere schiere di short sellers proprio nei mercati occidentali che hanno snobbato il collocamento? Magari, operando sul proxy più diretto e velenoso per un governo alle prese con deficit massivo e necessità vitali di entrate: ovvero, i credit default swaps sovrani del Regno. Di fatto, anche un test per la tenuta politica dell’asse Washington-Ryad, visto che – al netto del mito dell’indipendenza del libero mercato – un attacco speculativo in grande stile contro i sauditi potrebbe partire solo con la luce verde della Casa Bianca o del Dipartimento di Stato, stante la realtà di interconnessione finanziaria. Wall Street Journal E la distensione fra Usa e Iran, seguita allo scambio di prigionieri di inizio settimana, rappresenta un ulteriore segnale di allarme per il rampante Mohammed bin Salman: come dire, ora che SoftBank è stata salvata da Goldman Sachs, Ryad non si azzardi a tagliare l’investimento in venture capital su Silicon Valley e dintorni.

• Settimo e ultimo, proprio il ragionamento in prospettiva rispetto al grande piano di riforma, il Vision 2030, voluto dal principe-plenipotenziario e che basa gran parte della sua capacità di attuazione fattiva sugli introiti dell’Ipo di Aramco: “E’ difficile pensare di ripetere un tale livello di sottoscrizione anche per raggiungere, in ulteriori tappe di collocamento, i flussi di cassa necessari per garantire il sostegno economico necessario a quel progetto. E la diversificazione economica di un sistema sclerotizzato e petrolio-dipendente come quello saudita, necessita davvero di molti fondi per operare dei cambiamenti”, dichiara Bill Farren-Price, consulente al RS Energy Group.

Mauro Bottarelli

Pubblicato da Businnes Insider