Non passa giorno senza che ci venga ripetuto in salse diverse il tema della laicità lo si è fatto in anche in questi giorni in merito alla proposta di legge Zan-Scalfarotto , dove invece di discutere sui rilievi  che venivano avanzati si è tentato di accendere un conflitto sulla laicità dei cattolici , ma rilevo ogni volta che tento di avanzare il mio parere di cattolico incappo sempre in qualcuno che mi accusa di oscurantismo, di essere retrogrado e sostanzialmente un conservatore.

Sicuramente ho una visione diversa dal concetto di laicitè proprio del modello francese anche se  nonostante le accuse e i fraintendimenti continuo ad essere convinto che la separazione tra Chiesa e Stato sia un bene per ambedue e che sia corretto rifuggire da ogni teologia politica ma anche che contemporaneamente, bisogna continuare a testimoniare ciò in cui si crede. La mia credenza non può essere privatizzata ma , in uno stato democratico , mantenere una sua dimensione pubblica.

E partendo da una visione aperta di laicità che occorre essere coscienti che siamo entrati in una nuova era e che i progressi della ricerca scientifica e la pervasività della tecnica hanno cambiato la visione e la rappresentazione  del mondo dal punto di vista cosmologico, fisico e biologico e ci è stato mostrato che l’evoluzione è una descrizione affidabile della natura e che sta alla base di tutti gli aspetti della vita, comprese la cultura e la religione.

A livello di materia, la fisica quantistica indica che materia ed energia sono due forme della stessa sostanza in cui l’indeterminazione definisce campi energetici interconnessi e che interagiscono reciprocamente. Ai livelli più alti della biologia, le relazioni sono alla base di strutture in cui le informazioni sono condivise attraverso circuiti cibernetici in apertura all’ambiente circostante.

La Chiesa e la cattolicità ufficiale, innanzi all’avanzare di queste nuove prospettive e all’affermarsi  di uno scientismo materialista agnostico e ateista, nel secolo scorso si è riancorata alla teologia di Tommaso d’Aquino, dando vita alla stagione del neotomismo che ha prodotto elementi significativi nel campo della politica, del pensiero e dell’etica.

I documenti del Vaticano II hanno aperto nuove prospettive e ampliato gli spazi alla formazione di nuovi rami della teologia e, attraverso le encicliche sociali prospettato nuovi terreni di impegno per i cristiani e per gli uomini di buona volontà.

Ho però l’impressione che il cosiddetto mondo laico non sia riuscito a cogliere il significato sociale e culturale per tutti del cammino intrapreso.

Mentre diversi cristiani sono rimasti diffidenti e intimoriti innanzi alle trasformazioni che stano maturando e che mutavano i riferimenti tradizionali di tutta la società e del pensare delle persone e restavano nostalgicamente e con aspetti folcloristici legati a un mondo e a pratiche che stavano o avevano perso i loro significati.  Le trasformazioni innescate dall’economia, dalla scienza e dalla tecnica non si fermano. Ho l’impressione che ci si sia scordati , pur dichiarandosi suoi seguaci, della lezione intellettuale di San Tommaso D’Acquino , il quale partendo dalle Scritture ha elaborato una visione del mondo  e una teologia avvalendosi del pensiero di non cristiani.

Nell’avanzare queste osservazioni non scordo che la cultura sociali, filosofica, politica ed economica ha contribuito molto ad arricchire l’universo democratico e la comprensione della scienza moderna  e della tecnica. l mondo cattolico ha compiuto sforzi notevoli per allacciarsi con la scienza moderna del ventesimo secolo e pertanto  capire come il mondo veniva pensato dai nostri contemporanei, anche se questa comprensione non è ancora del tutto stata incorporata nella catechesi, nella teologia, nella predicazione e nella vita liturgica. A volte ascoltando alcune prediche domenicali si ha l’impressione di essere collocati nell’antico cosmo tolemaico, ma una predicazione separata dalla cosmologia che i nostri ragazzi imparano a scuola  una cosmologia non è sicuramente convincente e non trasmette il messaggio evangelico.

Oggi mi sembra che si viva in un mondo, almeno quello occidentale ed europeo, stanco stressato da una furiosa decennale crisi economico finanziaria che ha modificato gli stili di vita, le aspettative e la fiducia nel futuro e attualmente  dalla tempesta pandemica.

Le persone sono  tormentate da preoccupazioni esistenziali , dalla incursione inaspettata della morte di massa  e poste nella ricerca di una nuova normalità di vita ( da qui il rifiuto delle mascherine, l’accettazione necessitata dei vaccino , l’inconscio rifiuto dei provvedimenti di salvaguardia che si assumono malgrado tutto ), A ciò  si accompagnano e in modo più marcato nei ceti medi popolari le preoccupazioni per il lavoro e molte persone si chiedono con angoscia :”cosa succederà quando si metterà fine al blocco dei licenziamenti ?che incidenza avranno sulla composizione occupazionale in termini quantitativi e qualitativi l’introduzione delle nuove tecnologie, l’uso della robotica e le nuove applicazioni dell’Intelligenza Artificiale ? “ . Giorno dopo giorno , crescono le preoccupazioni per la tenuta dei redditi, del tenore di vita e la povertà che oltre che colpire, come sempre, i paesi più poveri ha iniziato a insinuarsi anche da noi. Crescono le disuguaglianze di ogni tipo e con essere la rabbia e l’invidia.

Inoltre, come cattolici, oltre che essere socialmente ed economicamente allarmati ,guardinghi e criticamente attenti ai processi in corso , siamo chiamati e con urgenza a riflettere su ciò che i vari sondaggi ci dicono sul calo  dell’appartenenza alla Chiesa e all’affermarsi di una nuova spiritualità non religiosa e non confessionale tra le nuove generazioni.

Sembra che la  Chiesa stia perdendo  credibilità  e, nonostante l’entusiasmante magistero di Papa Francesco , molte volte appare come senza voce in un mondo che ha bisogno di una voce planetaria. Le mutazioni che avvengono nella cultura moderna non sono generate né influenzati dal nostro mondo, non ci sono più i Jacques Maritain, i Mounier, gli Sturzo e tanti altri che hanno fornito le armi culturali per impiantare la democrazia per tutti e per resistere ai diversi totalitarismi in nome della persona umana e della sua dignità.

I pensieri più significativi sono oggi forniti da pensatori post-umanisti, postmoderni e dai  nuovi materialisti edonisti che stanno ridefinendo la materialità, l’dea di persona e l’etica.

Di fronte a questi processi i cattolici non possono chiudersi dando vita a una sorta di riserva per cercare di sopravvivere, ma se perdono la possibilità e la voglia di far circolare la linfa vitale del Vangelo tra le donne e gli uomini del nostro, tempo smarriscono il senso profondo ed esistenziale del loro credere e diventano otri vecchi. Sono convinto che serve innanzitutto una nuova pastorale  e una catechesi di massa , ma anche impegnarsi con forza e vigore a produrre una nuova visione teologica, un nuovo spirito religioso, una nuova cultura che vivifichi la vita sociale e politica, che  ci attiri e infonda un nuovo entusiasmo per la vita e per la salvaguardia del creato e dell’umano ( …e vide che era cosa buona)

Avendo manifestato questi pensieri e i dubbi che attorno ad essi mi sorgevano, un caro amico mi ha consigliato la lettura del libro del filosofo e teologo statunitense John Caputo “ LA FOLLIA DI DIO “ recentemente pubblicato dalla Morcelliana di Brescia. Più che una lettura  è stata una vera avventura del pensiero. Un libro non facile anche se scritto con una tenera ironia e con sprazzi di umor. È un testo di teologia (scienza con cui noi laici cristiani abbiamo poca dimestichezza, ma che ci sarebbe molto utile per navigare in questi tempi che vengono definiti post-moderni). Sappiamo che per i tradizionalisti la teologia è volta unicamente a Dio o ,per meglio dire, a definire e difendere la realtà di Dio come essere supremo, come essere onnipotente e il più delle volte  tende ad affermazioni sistematiche sugli attributi che definiscono Dio onnipotente, onnisciente, onnipresente, auto esistente e affidano pertanto alla teologia il compito di affermare l’esistenza di Dio: Si presenta così una dimensione astratta di Dio che sfugge alla comprensione degli uomini di oggi.

Noi che siamo stati introdotti al cristianesimo attraverso il catechismo di Pio X , tutti questi concetti ci sono famigliari anche se molte volte sfuggono alla nostra comprensione, ma ho l’impressione che lascino tra i nostri contemporanei  molti spazi vuoti che li portano ad approdare a  una dimensione agnostica. La presenza dell’agnosticismo è la dimostrazione più evidente della incapacità che, come cristiani, abbiamo di manifestare in modo convincente la presenza di un Dio onnipotente di fronte all’esistenza  del male e della sofferenza. Durante la Pandemia abbiamo sperimentato questa nostra difficoltà.

Mentre per Caputo, se ho ben compreso, si dovrebbe ragionare sulla possibilità dell’impossibile. Un impossibile che non va inteso come qualcosa che non può essere o che non può accadere  ma un qualcosa che si pone oltre i nostri orizzonti e le nostre aspettative.

Non si ragiona attorno alla probabilità, così come l’amore e la speranza non si racchiudono nelle nostre contabilità. Con  “L’impossibile” non sta parlando di qualcuno che fa qualcosa di magico che infrange le leggi della fisica o del tempo o di azioni miracolose.

Ma di far emergere  la necessità di separarci dall’idea della potenza di Dio, intesa come la potenza di un super essere.  Una delle cose che mi è diventata davvero chiara nel leggere questo libro è la necessità di rivedere nettamente l’idea della potenza di Dio e pertanto di intenderlo  come un super-essere.

Per molto tempo , equivocando anche le Scritture, si è attribuito troppo a Dio e lo si immaginato come un tappabuchi, super eroe ,un super stregone e lo si è ridotto a una sorta di superuomo che può guarirci dal cancro, eliminare la pandemia , darci benessere, salute , ricchezza e pace. Poi, quando tutto questo non avviene, si diventa agnostici , anche perché diventare atei e faticoso e implica comunque ragionare sull’impossibile.

Da questo punto di vista libro di John D. Caputo “ La follia di Dio” non ci propone  delle definizioni conclusive ma apre dei pertugi per avviare una riflessione che può diventare interessante per i credenti ma anche per i non credenti , è la proposta di un percorso che attingendo al pensiero post-moderno cerca di decostruire l’astrattezza e l’idea di un Dio come forza e potere  supremo che sta oltre e sopra.

Utilizzando il metodo della decostruzione e soprattutto operando una radicale reinterpretazione delle parole di san Paolo nella prima lettera alla chiesa di Corinto riguardo alla “debolezza di Dio”( 1,22-25 “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” ),.Caputo sostiene che l’interesse della teologia non è Dio (come essere supremo), ma ciò che avviene all’interno del nome (di) Dio, o, come preferisce, dell’incondizionato, intendendo con questo un qualche cosa di non limitato da alcuna condizione restrittiva, quindi pieno, intero, assoluto e in completa  donazione.

Inoltre, sostiene che l’incondizionato rimuove Dio da ogni categoria (o necessità) dell’essere, ma apre la possibilità stessa di un mondo trasformato attraverso la “follia” della debolezza, non dall’uso di una potenza suprema o di una volontà onnipotente.

Per Caputo qualsiasi modalità  usata per definire Dio è per sua natura limitante e seguendo questo pensiero fino alla sua conclusione e vede  nell’atto stesso di definire Dio e dare a Dio un nome “definito” come la riduzione dell’incondizionato ai limiti dell’essere.

In altre parole, riducendo a pura terminologia, a definizioni compiute, a pure parole e attribuendo ogni accadimento al nome di Dio, limitiamo Dio, l’evento dell’incondizionato.

Caputo manifesta con chiarezza che è sua intenzione prendere sul serio le parole di san Paolo in 1 Corinzi, dove dice che “la stoltezza di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. L’affermazione centrale del libro finora è che né i teologi né i mistici sono stati in grado di rimuovere adeguatamente Dio dalle condizioni della teologia alta/forte, tradizionale che hanno finito per ipostatizzare l’idea di Dio .

Proprio per questo serve un nuovo linguaggio e una concettualità aperta poter parlare alle donne e agli uomini di oggi, qualcosa di più vicino e decostruttivo e “l’incondizionato” è necessario se vogliamo discernere ciò che si muove nel nome (di) Dio, sebbene sia attento a sottolineare che dimostrare l’assoluto non-essere di Dio non è la sua intenzione.

Caputo risponde alle molte domande che suscita presentando una “teologia del forse” e collega  “Dio” con “forse ”, rimuovendo così la necessità di Dio di essere vincolato dallo status di essere, ma permettendo a Dio di rimanere incondizionato nella pura possibilità di quella follia. È un tentativo di rimuovere costrutti che corrompono l’evento incondizionato in nome di Dio.

Può essere un “Forse” fondare una teologia? Ci troviamo a una reinterpretazione radicale della tesi di san Paolo secondo cui la debolezza di Dio – la debolezza dell’evento incondizionato e indistruttibile che si verifica nel nome di Dio – è in sé e per sé, forza e potenza, ed estrema debolezza.

Dunque, non abbiamo più bisogno di dimostrare che Dio esiste, ma semplicemente di lasciarlo insistere. Dio è ora rimosso dallo stato o dalla necessità dell’essere per rimanere l’appello incondizionato sulle nostre vite. Ora, dice Caputo, dobbiamo: “prestare attenta quiete al fenomeno, all’evento, all’incondizionato, per quanto esasperante e inafferrabile possa essere. Ciò consente alla te poetica del regno, alla “speranza contro la speranza”, di essere la nostra guida, non al dibattito incessante tra teisti e atei sull’esistenza o meno di Dio”.

Permettere a Dio di rimanere incondizionato – l’evento nel nome (di) Dio – è la nostra unica speranza per sperimentare la “follia di Dio” in  un mondo completamente trasformato dalla forza della debolezza, una forza senza alcuna pretesa di forza.

Per Caputo, allo stesso modo, il regno di Dio deve subire la stessa radicale interpretazione decostruttiva: è un regno senza re, un regno di debolezza che onora la chiamata incondizionata, la follia di Dio come Dio dell’insistenza e non metafisica esistenza o stato dell’essere. Quando coloro che rispondono alla chiamata di Dio, evento in nome (di) Dio, si trasformano al fine di attualizzare la stolta “potenza” della debolezza di Dio, vista nella deferenza auto-svuotante verso l’Altro .

E richiama il versetto di Matteo 25,31-46

“31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

La reinterpretazione radicale delle parole di san Paolo in 1 Corinzi è un sorprendente promemoria che, forse Dio come essere supremo non è nulla senza la teologia: i tradizionalisti hanno bisogno dell’espressione della teologia per sostenere il peso prepotente del loro Dio “forte”. Per teologi radicali come Caputo, sarebbe meglio rimuovere del tutto queste espressioni e dirigere lo sguardo altrove, al di là o al di sotto di Dio, a ciò che si muove nel nome di Dio.

Se prendiamo in parola i tradizionalisti e ammettiamo che nulla è più alto di Dio, il Dio della suprema onnipotenza, ma ora dobbiamo andare più in profondità, cercare ciò che sta al di sotto di Dio (o precede Dio) se vogliamo discernere la chiamata dell’incondizionato come suggerisce Caputo.

La teologia forte, alta o classica non potrebbe mai contenere né spiegare questa follia e questa assoluta debolezza, questa ricerca delle profondità di Dio, o ciò che avviene in nome di Dio, che è ciò che la rende tanto più bella e desiderabile.

L’argomento centrale di Caputo è che la comprensione dell’incondizionato si trasforma in una “teologia del forse”, che onora l’incondizionato e fornisce un quadro per la teopoetica del regno per radicarsi nel mondo. Nell’arco di poco meno di 200 pagine Caputo ha messo in movimento tante mie convinzioni.

Inoltre, gli ultimi capitoli descrivono in dettaglio le possibili “applicazioni” di questa “teologia del forse” all’interno del nostro mondo, utili e stimolanti. Il libro nel suo insieme è un’utile introduzione all’utilizzo da parte di Caputo della decostruzione e dei benefici che il postmodernismo può offrire sulla questione di Dio.

Ci troviamo a fare i conti con un testo non facile e che molte volte provoca la nostra reazione e contrarietà, ma che ci spinge a verificare fino in fondo ciò che crediamo e se l’immagine di Dio che ci portiamo appresso è coinvolgente e interrogante per noi e per i nostri contemporanei.

Si fanno molti ragionamenti sulla presenza dei cattolici in politica, nell’impegno sociale e molte volte esprimiamo delle nostalgie per il passato e per la cristianità, ma la nostalgia non ci aiuta a scavare nel profondo e non ci dice quanto l’idea di Dio che viveva nel nostro passato contribuiva a spingere all’azione, e a manifestarla come indica il Vangelo nella carità , nell’amore per le donne e gli uomini e a costruire progetti e percorsi orientati a tutti gli uomini, senza cadere nella pura e semplice filantropia.

Oggi abbiamo bisogno di chiarirci quale è l’idea di Dio che abbiamo e possiamo proporre anche per meglio comprendere e interiorizzare  la salvezza che ci è stata donata tramite Gesù Cristo.

Il libro di Caputo può turbarci, creare contrarietà ma è comunque provocatorio e ci aiuta ad incamminarci su sentieri nuovi.

In questa recensione ho mischiato ciò che ho intravisto nella lettura e i pensieri personali che ha suscitato in me.

Savino Pezzotta