La Politica, per quanto ci riguarda più direttamente quella italiana, deve tornare ad essere concepita come un servizio e come dedizione alla gestione della cosa pubblica. Per tutto ciò che interessa 60 milioni di persone cui manca soprattutto una prospettiva, assieme ad una serie di rassicurazioni d’ordine economico, di sicurezza e di certezze collettive, anche d’ordine antropologico, relazionali e, quindi, morali. L’immagine della Politica nel suo complesso e i mancati risultati spiegano perché circa il 50 % degli elettori si tiene lontani dai seggi, una cosa impensabile nel corso della cosiddetta Prima repubblica.

Quanti godono del dono della trascendenza hanno indubbiamente dei doveri in più perché il loro impegno verso ciò che è collettivo coinvolge ben oltre il proprio ristretto interesse personale o di categoria. E’ evidente che questa responsabilità richiede l’adeguato discernimento affinché pieno ed efficace possa essere il coinvolgimento nei fatti del mondo, organizzato, e pienamente di natura politica,  considerando il contesto storico mutato e la fase dell’evoluzione del cammino umano in cui quei fatti si svolgono concretamente.

Nel parlare di ciò, e ragionando sull’avvio di una nuova iniziativa politica che parli di solidarietà, inclusione e coesione sociale si è inevitabilmente portati a riparlare della Democrazia cristiana. Giacché in molti pensano che oggi si tratti di riprendere un certo tipo d’impegno attraverso la possibile riproposizione di uno strumento come quello che la  Dc fu. Con il rischio di dimenticare che, invece, come tutte le cose umane, essa ha avuto un proprio inizio e una sua fine.

E’ questo un possibile equivoco da chiarire. Noi che partecipiamo al progetto di Insieme abbiamo portato uno specifico contributo avviando il nostro ragionamento lungo un percorso del tutto diverso e, oggettivamente, più adeguato ai tempi. Abbiamo parlato di “trasformazione”. Cosa che, ovviamente, riguarda il Paese in generale. Ma richiede anche un adeguamento della visione politica, della cultura programmatica, del metodo e dello strumento partito da mettere in campo in un contesto diverso, e a fronte di una società del tutto trasformata, oltre che di un quadro internazionale mutato, e non di poco.

Non è un caso che se dal Rosmini in avanti, in Italia, si è aperto un sentiero, quello segnato dal lungo incedere dei passi del popolarismo, dev’essere riconosciuto quanto esso sia stato progressivamente costruito per la capacità di affollarsi di tante personalità, competenze e professionalità, al punto di garantirsi persino quello che Marco Follini in un intervento su Adn Kronos ( CLICCA QUI ) chiama un “primato”. Se un “primato” venne raggiunto, e con quello della Dc un “primato” dell’Italia, giunta a divenire la quarta potenza industriale al mondo,  esso fu possibile grazie alla capacità di presentarsi con una carica di novità, di rinnovamento e con la certezza di assicurare uno sviluppo al Paese intero. Convincendo e coinvolgendo l’intera società italiana; andando ben oltre il novero di coloro che si dicevano credenti. Il “primato” venne conquistato dalla Democrazia cristiana non tanto e non solo perché aveva un mondo organico ed organizzato alle proprie spalle, ma per una serie di fattori interni ed esterni sapientemente amalgamati in quella che è stata chiamata la cultura della gestione e della mediazione.

Follini parla della Chiesa in connessione diretta con l’andamento dei consensi democristiani. Ma essa, una volta superato lo scontro decisivo del ’48, non fu mai solamente democristiana, almeno nel senso degasperianamente inteso. Su tutto può bastare il ricordo del duro scontro con quegli importanti ambienti vaticani che provarono a forzare la Dc dentro l’accordo con i fascisti per le elezioni della città di Roma. Si registrò spesso, insomma, una divergenza di sensibilità con quanti mal accettavano una presenza politica laica sostanzialmente lasciata nella disponibilità di una classe politica del tutto autonoma ed indipendente. Cosa divenuta sempre più evidente a mano a mano che gli effetti del Concilio Vaticano II facevano sentire i propri effetti: in campo progressista, come in quello clerico conservatore. Al punto che, sulla base di quella spinta conciliare universale, si può dire che il “pluralismo” politico divenne sempre più un patrimonio interno al popolo cattolico.

Eppure, la Democrazia cristiana, il sistema politico – istituzionale, il sistema di “potere” economico, burocratico, sociale e, persino, culturale che vi ruotavano attorno sopravvissero almeno quasi altri tre decenni, e si perpetuarono esattamente per altri quindici anni dopo la morte di Aldo Moro. Il “primato” fu conquistato soprattutto sotto due versanti:  quello dell’analisi sociologica del tessuto italiano e quello del rispetto degli equilibri internazionali. Oggi 10 agosto, Giuseppe Sacco ci fa tornare indietro a quel passaggio fondamentale del ’46 che servì a De Gasperi per riportare l’Italia nel consesso delle democrazie occidentali. ( CLICCA QUI ).

Il crollo avvenne, come ci ha ricordato recentemente Domenico Galbiati ( CLICCA QUI ), allorquando la Dc non riuscì a capire, alla fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90, che avrebbe dovuto essere alternativa a se stessa e andare avanti con più decisione sulla strada del rinnovamento. Quello che è rimasto di gran lunga il partito di maggioranza, fino agli ultimi giorni della cosiddetta Prima repubblica, si trovò invece del tutto impreparato alla fine definitiva del collateralismo con il mondo cattolico organizzato, questione che andava ben oltre quella dei rapporti con la Gerarchia, e, dunque, a rispondere a quelle spinte centrifughe destinate a divenire sempre più divisive. Di pari passo, apparve evidente la perdita di tensione socialmente inclusiva sotto il peso di un sistema di potere incapace ad autorigenerarsi.

Le prime fuoriuscite di tanti cattolici verso la Lega, cosa che costituì una delle prime espressioni più sostanziose di quella che sarà poi chiamata diaspora, furono sottovalutate, così come quelle tendenze alla divisione che andavano ben oltre il gioco delle correnti che per oltre 35 anni aveva rafforzato, e non indebolito, la presenza organica dei democristiani. La Dc, dunque, non fu più capace di offrire quella sintesi unitaria necessaria ad un Paese arrivato del tutto inadeguato al superamento degli equilibri internazionali fino allora imperanti. In qualche modo, la Dc smise di governare molti dei processi vitali del Paese che finirono per essere eteroguidati senza che questo evitasse che fosse poi la stessa Dc a pagarne il prezzo più alto.

La Dc morì, e in malo modo, per una carenza di capacità politica propria, indipendentemente dalle dinamiche della Chiesa e del mondo cattolico. Questi, semmai, Gerarchia e una buona parte del mondo cattolico, pensarono finalmente di “liberarsi” di quell’oggettivo strumento di mediazione culturale e politica, ma dirimente anche su tanti aspetti legati alla vita pratica e delle relazioni,  pur mancando loro la cultura e la postura adeguate al livello di gestione necessario per raggiungere una tale “liberazione” in modo che non ne soffrisse tutto il Paese. I risultati degli ultimi 27 anni sono sotto gli occhi di tutti. Con la futura apertura degli archivi, i posteri potranno così meglio capire cosa accadde dal 1992 al 1994, aldilà della vicenda di Mani pulite che venne solo a sancire la fine di una esperienza  già da tempo indirizzata verso l’amara conclusione

Queste modeste riflessioni sono suggerite dal già citato intervento di Marco Follini. Ampie sue parti sono ampiamente condivisibili. Mi permetto d’intervenire, però, perché sembra opportuno evitare che il riferimento alla Democrazia cristiana costituisca l’unico modello valido, oggi, per un percorso politico che dev’essere ripreso in maniera del tutto nuova. Non si può giungere alla conclusione che la questione dell’impegno politico oggi dei cattolici possa essere considerato, alla fine, del tutto irrilevante ed  ininfluente solamente perché sarebbe  impossibile tornare a ragionare in termini di “primato”. Una questione che, tanto per citare solo due dei principali attori più significativi del popolarismo italiano, non si posero certamente don Luigi Sturzo ed Alcide De Gasperi nel momento in cui crearono, il primo, il Ppi e il secondo, la Dc.

Marco Follini parte da una constatazione su cui non si può certo dissentire: tutto il ” ribollire” che da tempo interessa quell’articolato  mondo che chiamiamo “cattolico”  finisce per ” fermarsi sulla soglia di un impegno politico comune”. I motivi che stanno alla base di questa incertezza, tipica di tutti i cavalli che di fronte ad un vero impegnativo ostacolo scartano, sono numerosi e sarebbe una volta tanto necessario provare almeno ad indicarne il più possibile al fine di distinguere il distinguibile di quell’insieme che si potrebbe poi, eventualmente, provare a ricomporre. Per ora vale la pena di accennare almeno alle difficoltà poste dalla tenacia con cui molti soggetti ancora attivi politicamente, singoli ed organizzazioni e gruppi, finiscono per anteporre l’attaccamento alle posizioni che presumono di aver acquisito ad un convinto moto di partecipazione ad un processo più ampio e maggiormente costruttivo.

A mio avviso, superato il problema di raggiungere un “primato”, il punto di distinguo sta propri qui: la qualità e la modalità di un’auspicabile ricomposizione. Che non è solamente da ricercare all’interno del mondo cattolico, in particolare con un impossibile puzzle da ricomporre mettendo assieme fallaci e limitate esperienze espresse nel corso della diaspora degli ultimi 27 anni. La ricomposizione dev’essere soprattutto d’ordine sociologico, dovendosi essa riferire alla capacità d’interloquire nuovamente con il corpo pubblico oramai incapace di portare a livello politico quelle istanze di rigenerazione che pure continuano a viaggiare sotto traccia, coperte e ignorate da un sistema partitico ed istituzionale intenzionato a perpetuare se stesso invece che a porsi il problema di dove portare questo Paese.

Non si tratta pertanto di pensare di ricostituire il Partito popolare o la Democrazia cristiana, bensì di ridare corso ad una forte capacità programmatica, sulla base di un “pensiero forte” e un metodo politico del tutto particolari grazie ai quali sià possibile andare oltre il mondo cattolico per coinvolgere sempre più ampie parti della società italiana fatte dal mondo dell’impresa e del lavoro, da un ceto medio che oggi perde in termini di rilevanza e di tutela e che, come quelle “periferie” che animano i nostri centri urbani non riesce ad incidere a livello istituzionale e non sente adeguatamente raccolta la propria voce.

Oggi si ripropone la questione della ricomposizione di una centralità d’interessi economici, sociali ed esistenziali che non può che essere perseguita avviando un’iniziativa politica del tutto originale, in grado di prospettare un “centro” concepito non come un luogo, ma soprattutto come attitudine a sviluppare una capacità programmatica sui grandi temi che in Italia attendono una risposta da decenni.

Giancarlo Infante