Sul supervertice in Alaska si sono sprecati i commenti, ma anche gli aggettivi: a seconda degli schieramenti, si passa da misero e disgustoso, a storico e grandioso. Io, da semplice osservatore. Ne aggiungerei un altro: spettacolare.
Si sono visti di recente tanti video creati dalla invadente IA aventi come protagonisti i due Presidenti, Trump e Putin ma in questo caso la realtà ha surclassato di anni luce le capacità del totem tecnologico. Mi viene da immaginare qualche miliardo di abitanti del nostro beneamato Pianeta, tra cui molti nostri commentatori, rimasti a bocca aperta davanti all’incredibile: il compiaciuto applauso di Trump (un vero putiniano?) all’arrivo di Putin e il passaggio dato al leader russo nella sua limousine presidenziale.
Viene allora da pensare che quel salto quantico della politica mondiale non aveva come unico obbiettivo la pace in Ucraina, pur importantissimo, ma molto di più. Secondo alcuni, un sovvertimento dei piani sul Nuovo Ordine Mondiale (CLICCA QUI).
Tra i due si è potuto capire che un rapporto di stima e di amicizia, instauratosi già anni prima, in realtà non si era mai interrotto. Witkoff, il mediatore del Presidente degli Stati Uniti, ha riferito che. dopo l’attentato a Trump ad opera di un ventenne di origine ebraica, peraltro scomparso dai radar, Putin si era recato in chiesa a pregare per il suo amico americano (CLICCA QUI).
Trump aveva affermato in passato che se fosse stato lui Presidente nel 2022 non sarebbe mai iniziata la stupida guerra: ho allora pensato che l’accoglienza trionfale per Putin volesse essere un modo per scusarsi a nome dell’America per quanto accaduto.
È subito partita una reazione all’incontro e siamo stati subissati di narrazioni palesemente forzate e fuorvianti per discettare sul neoimperialismo russo o sui piani per conquistare l’Europa. Ci si è dimenticati però delle promesse fatte a Gorbaciov di non allargare la Nato ad est. Si è attribuita a Putin la rottura degli accordi di Minsk, cosa smentita addirittura dalla Merkel. Si è sorvolato sull’attività di Victoria Nuland, poi Sottosegretaria di Stato degli USA, che per sostenere la famosa “eurorivoluzione” di piazza Maidan a Kiev del 2014 – dai russi considerata un vero e proprio per il colpo di stato- aveva investito da diplomatica Usa in Ucraina, per sua stessa ammissione, cinque miliardi di dollari. E’ poi diventata famosa ai più per aver mandato a quel paese l’Europa (“Fuck Europe: sull’Ucraina decidiamo noi” la si ascolta dire in un video registrato) per le divergenze sorte tra Washington e Bruxelles sullo sbocco da dare alla crisi Ucraina.
Ma anche il supervertice di Washington è stato spettacolare: mai tanti leader insieme alla Casa Bianca. A dire il vero lo spettacolo offerto dai leader europei non è stato dei più entusiasmanti, palesemente sopraffatti dalla personalità del padrone di casa, sempre al centro della scena. Trump è stato il mattatore indiscusso, qualunque possa essere il giudizio sulla sua persona. Gli europei, come comparse spaesate, hanno tutti ripetuto in coro un unico mantra, quasi fosse un ben concordato ordine di scuderia, cosa tra l’altro non infrequente: sicurezza per l’Ucraina, con buona pace del destino dei territori e tanti saluti alla tregua subito. A proposito del fatto che secondo la costituzione ucraina i territori non possono essere ceduti, Lavrov ha ricordato che nei primi articoli della stessa costituzione si afferma il rispetto delle minoranze russe.
Pochi giorni prima dell’incontro in Alaska, si era svolto un evento che dovrebbe farci riflettere non poco: la Commissione Europea, von der Leyen in testa, assieme a Kaja Kallas, Alto Rappresentante della politica estera europea (proveniente da una nazione, l’Estonia, con meno abitanti di Roma, o di un quartiere di Shanghai) e il Presidente del consiglio europeo, António Costa, al cui confronto Tajani è un fulmine di guerra, si era recata in Cina, forse per cercare una sponda contro l’imperversare di Trump.
Purtroppo. il vertice di Pechino si è rivelato un fallimento totale: la delegazione europea è tornata a casa a mani vuote dopo l’ennesima lezione di impotenza geopolitica. L’accoglienza era stata delle più brutali: i malcapitati, una volta scesi dall’aereo, sono stati trattati come passeggeri qualsiasi e caricati su un bus normale per raggiungere l’aeroporto. Sono stati poi snobbati in seguito in più occasioni, al punto che la Kallas è stata colta da una crisi isterica, e la delegazione ha lasciato la Cina prima del previsto.
Dopo i fatti della Cina, qualche politico degno di questo nome dovrebbe prendere atto, con il dovuto allarmismo, che l’asse della gestione del Pianeta si sta spostando altrove.
Una considerazione finale sul fatto che nessuno proponga l’ONU come forza di peace-keeping.
Massimo Brundisini