“Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione”: e’ l’invito che Papa Francesco ci ha rivolto nel Messaggio per la Giornata del Creato di martedì scorso, 1 settembre. Il riferimento al “battito della creazione” evoca un’analogia tra la natura e noi stessi, il nostro organismo, la nostra impalcatura biologica. Come possiamo ascoltare il battito che pervade per intero, da un capo all’altro del suo dominio, la natura, se non in virtù di questa sintonia originaria?
Papa Francesco vi coglie quello stare in relazione di tutte le cose che dà ragione del valore illimitato di ciascuna.
Il “battito”, cioè il ritmo pulsante del cuore, noi, in condizioni basali e di pieno benessere, non lo percepiamo, eppure comunemente lo consideriamo come l’espressione più immediata, di quella regia occulta che armonizza le funzioni del nostro organismo. Del resto, non siamo fachiri e non controlliamo la frequenza del nostro battito cardiaco che è una sorta di voce che, dal profondo, ci parla di noi stessi….a nostra insaputa. In particolare, ci segnala quanto sia più o meno intenso il coinvolgimento emozionale delle nostre esperienze, degli eventi che, nella buona o nella cattiva sorte, segnano la vita di ognuno.
Prendiamo coscienza del battito quando questa armonia viene meno e la frequenza si altera, si spezza, si spegne o, al contrario, si accende ed accelera, seguita da altri fenomeni vegetativi sgradevoli, cui, spesso, si accompagna un sentimento di allarme e di angoscia più o meno soffocante. Analogamente ci accorgiamo che anche la creazione ha un battito, un equilibrio intrinseco, solo quando o una catastrofe naturale o la dissennatezza dei nostri comportamenti che si e’ via via accumulata da troppo tempo, lo corrompe e lo pone a rischio.
“Oggi – aggiunge Papa Francesco -….i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti……..la creazione geme!”
Lo afferma già San Paolo, nella Lettera ai Romani : “Sappiamo bene, infatti, che la natura geme e soffre, fino ad oggi, nelle doglie del parto”. Siamo lontani da una concezione convenzionale, bucolica e zuccherosa, un po’ fiabesca ed edulcorata, quasi i boschi e le fonti fossero ancora popolati da ninfe e da fauni, come in una pagana e perenne Arcadia.
La natura, dietro lo splendore delle sue manifestazioni stupefacenti, straordinariamente belle ed appaganti, nasconde, in effetti, il dramma di una ferale competizione, di una lotta feroce tra la vita e la morte.
Quella composizione armoniosa che ammiriamo tiene insieme le forme del mondo inorganico plasmate dalla legge dell’entropia che ne misura la progressiva, lenta diminuzione di ordine e le forme della vita che, invece, vanno in senso contrario e, via via, incrementano, l’ordine e la complessità del creato, la quantità di informazioni e la ricchezza crescente di relazioni che lo costituiscono.
Nei giorni scorsi, Papa Francesco, parlando ad un gruppo di ambientalisti francesi che con i vescovi transalpini hanno collaborato ad iniziative di studio della “Laudato si'” ha parlato della sua “conversione ecologica”, intervenuta – ha precisato – dopo la Conferenza di Aparecida del 2006. Prima d’allora – ha candidamente confessato – anche di fronte ai problemi relativi all’Amazzonia, non coglieva compiutamente l’implicazione della questione ambientale con i temi della pastorale e della pienezza della vita cristiana. Fino a maturare la consapevolezza del legame che stringe insieme l’intera creazione e cosi’ giungere ad una prospettiva di “ecologia umana”.
Ma come possiamo “ascoltare il battito della creazione”? E cosa significa “dominare”, “soggiogare” la terra ed ogni essere vivente?
Oggi la scienza ci offre possibilità prima inimmaginabili per penetrare nei più riposti segreti della natura o almeno così’ riteniamo. La ricerca non avrà mai fine perché la ricchezza del creato è inesauribile e non a caso la scienza quanto più è rigorosa e penetrante, tanto più ogni qual volta risponde ad un quesito, fa sorgere almeno altre due domande.
Senonché, non siamo forse diventati così invasivi e violenti nei confronti della natura anche perché quel tanto o quasi tutto che crediamo di sapere, in effetti è ancora ben poco, e ce ne accorgeremmo se solo potessimo collocarlo su una ideale scala che da zero a cento contempli tutto il possibile scibile umano?
Domenico Galbiati