Anche lo scambio epistolare tra Galli della Loggia e Berlusconi che il Corriere ha ospitato prima di Ferragosto – al di là di ciò che sia condivisibile o meno, come ha molto opportunamente osservato Giancarlo Infante ( CLICCA QUI ), nelle prese di posizione dell’uno o dell’ altro, segnala  come siamo dentro un sistema politico che si è incaprettato da solo , cosicché soffre di una progressiva asfissia, prossima all’exitus.

Ci si dovrebbe chiedere, a questo punto, se a quel più di innovazione e di avanzamento che ci attendiamo in tutti gli ambiti, su cui vanno ad insistere gli investimenti del PNRR e relative riforme, non debba corrispondere un sistema politico ed amministrativo altrettanto avanzato e innovativo. Un sistema aperto, in grado induttivamente di apprendere dalla concreta esperienza sul campo. Con la freschezza e l’elasticità necessarie alla realtà di un Paese plurale ed articolato quale il nostro a rimodellare i suoi stessi presupposti metodologici. Anziché farli derivare dalle rigide e schematiche forme della conflittualità pregiudiziale e permanente che rappresenta, purtroppo, l’unica modalità espressiva consentita ad un sistema coattivamente bipolare imposto ad un contesto civile che bipolare non è.

Oppure, seriamente pensiamo che si possa impunemente affidare la fase attiva di investimento, e di riforme connesse, per i prossimi cinque anni ad un sistema politico “commissariato” – se così si può dire – grazie al forte ed ultimativo richiamo con cui il Presidente della Repubblica ha crudamente posto le forze politiche di fronte alle proprie elementari responsabilità.

La risposta ce la danno coloro che scongiurano l’eventualità che Draghi approdi al Quirinale, scoprendo, in tal modo, il versante di un’azione di governo che implicitamente ammettono non possa essere riconsegnata alle forze politiche oggi in campo ed al tipo di dialettica che ne contraddistingue i rapporti. Insomma – lo si voglia ammettere o meno – c’è chi non vede altra via d’uscita dall’ impasse in cui ci siamo infilati, se non attribuendo a Draghi, bon gré o mal gré, il ruolo di “dictator”, non certo nel senso moderno del termine, ma secondo l’ accezione originaria ed antica che lo poneva come una sorta di magistrato straordinario che non aboliva l’ordinamento vigente, ma vi sovraintendeva, tutt’al più sospendendone, temporaneamente, determinate attribuzioni.

Ovviamente, Berlusconi non avanza nel merito di una tale riflessione, dato che non può entrare fuori tempo e a gamba tesa nel discorso del Quirinale. Si limita a respingere la suggestione centrista che gli suggerisce Galli della Loggia, evidentemente consapevole che, semmai, questa partita andava giocata alla sua prima ora, talché adesso non gli resta che invocare, come un disco rotto, ancora una volta il bipolarismo, cercando di far sopravvivere la sua creatura in un cantuccio che il “dominus” del centro-destra, bontà sua, le riservi.

Berlusconi riconosce la straordinarietà del momento e ad essa fa risalire l’ avvento di Draghi. Non vede, o non vuole vedere, però, come quest’ultimo sia dovuto, sì, alla pandemia e al necessario percorso di ricostruzione, ma anche al fatto che un tale passaggio non poteva che essere affrontato con un governo a sua volta “eccezionale” che prendeva le mosse dalla riconosciuta desertificazione del quadro politico. Il quale si è mostrato drammaticamente incapace di sostenere l’urto del momento se non utilizzando una formula non definibile surrogata dalla personale autorevolezza di Draghi.

Berlusconi evoca la  propria “discesa in campo”  per farne derivare quella “democrazia dell’alternanza” la quale, per la verità, non ha assicurato affatto la governabilità stabile e duratura che ci si sarebbe dovuti attendere. Sostituita, invece, da un susseguirsi di crisi di governo spesso dovute a “fuoco amico” o contrassegnate da una sorta di sospensione del riferimento dell’esecutivo ad un franco pronunciamento del corpo elettorale. Andrebbe riconosciuto con franchezza come la soluzione presidenziale che conosciamo segnala la fine della cosiddetta ”seconda repubblica” e del sistema bipolare che l’ha retta.

In quanto alla “grande occasione mancata da Silvio Berlusconi” di cui parla Galli della Loggia e il suo auspicio che, pur a distanza di quasi trent’anni, il Cavaliere finalmente intraprenda quell’ipotetico cammino di “centro” rafforzano il sospetto che spesso la “politologia” pretenda troppo da sé stessa e assumendo criteri troppo accademici ed astratti prenda il largo dalla politica, così come essa si pone nella sua ruvida immediatezza. Solo ricorrendo ad un pensiero simmetrico, ed un po’ onirico, è possibile, come fa Galli della Loggia, tracciare un certo parallelo tra la “centralità ” della DC ed il presunto “centro”, evocato oggi in capo a Forza Italia.

La forzatura di una tale similitudine di posizionamento, inteso geometricamente, non può trascurare il fatto che la DC è stata una forza popolare e democratica, mentre Forza Italia resta un partito leaderistico e padronale; addirittura “ad personam” nella sua smagliante parabola ascendente, così come in quella attuale discendente.

Né si può confondere – come fa qualche ex-post- fu democristiano – De Gasperi con Berlusconi. Quest’ulitmo non dovrebbe dimenticare che il suo successo, quello del ‘94, è stato ampiamente costruito sulla diffusione della gramigna dell’ “anti-politica”. Subito seminata a larghe bracciate ed esibita come un vanto. Senonché “chi semina vento, raccoglie tempesta” e se, oggi, Berlusconi appare come il socio “buono” del centro-destra, passibile di un’impresa centrista che contrasti o almeno contenga una destra pericolosa, il populismo demagogico di quest’ ultima è pur sempre il frutto di quell’ antica seminagione.

Insomma, è davvero tempo di voltare pagina e, cominciando da una legge elettorale proporzionale, restituire l’Italia agli italiani.

Domenico Galbiati