Ricordate l’allora Presidente delle ACLI, Labor, nel ’68 a Vallombrosa: la “scelta socialista”, la fine del collateralismo…. In un certo senso, è sorprendente che – come si dovrebbe dedurre da un suo recentissimo articolo – l’attuale Presidente delle ACLI, invochi un ritorno al collateralismo, anzi ad un “nuovo collateralismo”. Dove di “nuovo”, a ben vedere, vi sarebbero solo due elementi.

Anzitutto, il partito-guida cui recare ossequio e fedeltà: invece che la “vecchia” DC di allora, dovrebbe essere il “nuovo” PD….almeno così parrebbe si debba intendere. Insomma, sembrerebbe che per le ACLI oltre mezzo secolo sia passato invano, cosicché ambirebbero tornare ad un rapporto privilegiato – ed, in qualche modo, strutturato secondo quel paradigma del “collateralismo” che si poteva, al contrario, ritenere metodologicamente superato una volta per tutte – con la sinistra, senza considerare come in quel lontano “allora” questa avesse, se non altro,  una sua identità forte e rigogliosa che oggi ha del tutto smarrito.

Il secondo elemento di novità e di differenza rispetto a quel tempo è altrettanto curioso e fors’anche preoccupante. Livio Labor vantava il primato del “sociale “ e giustamente ne rivendicata la libertà nei confronti non solo della DC, ma della politica tout-court. La stessa “scelta socialista” esprimeva un orientamento, non il puro  e semplice approdo ad un collateralismo “altro”. E questo anche perché Labor non la raccontava tutta e, in effetti, l’operazione che partiva da Vallombrosa era finalizzata a sfociare politicamente nel MPL, la fallimentare esperienza del partito che, in occasione delle politiche del ’72, ambiva a porsi come termine di mutamento della complessiva fisionomia del nostro sistema politico-parlamentare.

Approdo cui Labor giunse attraverso la solita forma social-prepolitica con cui le persone perbene che agognano alla “politica”, ma temono che ciò le faccia apparire voracemente assatanate dal gusto del potere, pudicamente velano questa “voglia”, quasi fosse una macchia, e, finché possono, negano di voler cadere così in basso dal creare un nuovo partito, finché devono, responsabilmente, cedere all’urgenza degli eventi che, necessariamente, invocano la loro “discesa in campo”.

In quel caso, la “cosa” intermedia si chiamava ACPOL e vi militarono illustri esponenti politici di anni assai più recenti che, vista la malparata, rientrarono sollecitamente nei ranghi a rivestire i panni del democratico-cristiano. Ma, per tornare ai giorni nostri, va detto che evidentemente Labor reputava necessario il transito dall’impegno sociale all’impegno “partitico”, affinché  le istanze “sociali” potessero inverarsi sul piano  della concreta azione politica-istituzionale, piuttosto che limitarsi a maturare nelle coscienze “formate”. Soprattutto riteneva – e qui pare essere rimarchevole la differenza con l’oggi – di possedere le “parole” necessarie ad accedere – nella sua stessa qualificazione di cattolico e di autorevole rappresentante di quell’ intero mondo – al piano dl discorso politico. Oggi, al contrario, ci si dice che quelle “parole” non ci sono.

Non è chiaro se, secondo il Presidente nazionale delle ACLI, quelle parole non sono nella disponibilità dei suoi associati oppure, più in generale – come sembrerebbe di poter comprendere – del complessivo mondo di ispirazione cristiana.

Guai, quindi, pensare ad un partito. Anzi, addirittura, le “parole giuste” per portare avanti le “nostre istanze” le avrebbero gli altri, quelli che “si impegna(no) a portar(le) in modo serio e competente”. A chi la pensa così non resta che augurare buona fortuna.

Per quanto ci riguarda, rifiutiamo a prescindere quella che chiamiamo la “strategia dello strapuntino”.

Domenico Galbiati