Le pandemie sono sempre esistite e nel corso della storia si è sempre verificata una stretta relazione tra pandemie e modi di vita dell’uomo. Prima del corona virus ci sono state numerose pandemie ma fino a quando gli uomini vivevano in piccoli centri abitati si spostavano poco le pandemie erano rare e provocavano poche vittime.

La peste ateniese si verificò attorno al 430 a.c. ma solo dopo 500 anni circa nel 130 d.c. si sviluppò la peste antonina portata a Roma dalle legioni dopo la campagna contro i Parti. Nel periodo dal 540 al 750 (dopo altri 500 anni) in ondate successive si verificò la peste giustinianea favorita dalla densità abitativa di Costantinopoli. Dopo altri 600 anni arriva la peste nera (1346-1353) lungo la via della seta e provoca dai 25 ai 100 milioni di morti. Nel  500 il vaiolo si espande nel nuovo mondo portato dai conquistatori provocando stragi tra le popolazioni autoctone. Nel  1630 dopo 300 anni circa dalla peste nera arriva la peste manzoniana che provocò più di un milione di morti portata probabilmente dal passaggio dei lanzichenecchi.

Dopo la peste manzoniana nel 1918-1920 arriva la pandemia più terribile: la spagnola che uccise tra i 50 e i 100 milioni di persone nel mondo. Anche in questo caso l’intervallo con la pandemia precedente si calcola in termini di secoli (circa 3) e la diffusione planetaria fu determinata dal movimento di truppe da un continente all’altro in concomitanza con la prima guerra mondiale. Successivamente alla spagnola nel 1900 e 2000 le pandemie si susseguono con ritmi sempre più intensi. Nel 1956 arrivò l’influenza asiatica che fece un milione di vittime, nel 1968-69 l’influenza di Hong Kong  e nel 2000 i ritmi delle pandemie si intensificano. Tra la fine del 1900 e gli inizi del 2000 arriva il virus dell’immuno deficienza umana (HIV) meglio noto come AIDS che ha provocato 25 milioni di morti ne mondo. Nel 2003 arriva la SARS, nel 2009 l’influenza suina e nel 2020 il COVID 19 meglio conosciuto come corona virus che in soli tre mesi ha provocato quasi 200000 morti.

L’espandersi e il diffondersi delle pandemie negli ultimi secoli è stato favorito dai grandi agglomerati urbani e dall’aumento degli spostamenti e in particolare la causa del corona virus è legata ai cambiamenti climatici, all’inquinamento atmosferico e all’aumento dei viaggi e dei commerci.

Il COVID 19 è frutto della globalizzazione. Tutto si muove più velocemente ma il rovescio della medaglia è che anche i microbi, i batteri e i virus sono molto più veloci. In questi ultimi decenni c’è stata una globalizzazione delle merci, delle persone e dei capitali, una globalizzazione dell’ambiente e una globalizzazione delle pandemie! Tra gli aspetti positivi della globalizzazione vanno annoverati la velocità delle comunicazioni e della circolazione delle informazioni, l’opportunità di crescita economica per nazioni a lungo rimaste ai margini dello sviluppo economico mondiale e la riduzione dei costi per l’utente finale grazie all’incremento della concorrenza a scala planetaria.

Gli aspetti negativi sono lo sfruttamento, il degrado ambientale, l’aumento delle disparità sociali, la perdita delle identità locali e la riduzione della sovranità nazionale. Mai nel mondo è stata prodotta tanta ricchezza e mai tanta diseguaglianza come negli ultimi decenni. La globalizzazione delle persone ha prodotto enormi flussi di migranti e la libera circolazione dei capitali ha prodotto grossi crisi finanziarie. Per ultimo la libera circolazione delle informazioni ha portato a forme di autoritarismo dei big data. Vivevamo in un mondo fortemente interconnesso in cui quasi tutti viaggiavamo e le possibilità di contagio potenziale erano vaste e aperte. In questo contesto sono scoppiate pandemie come la SARS, l’EBOLA e il corona virus. Importavamo telefonini dalla Cina, mele dall’Argentina, agli dall’Egitto,importavamo merci da un continente all’altro con lo scopo di spendere di meno e guadagnare di più (spesso a scapito della qualità) e poi è arrivato il corona virus! Che fare?

Occorre mettere un freno alla globalizzazione selvaggia e incontrollata ! Occorre ridurre la circolazione di merci delle persone e dei capitali. Questo non vuol dire tornare all’autarchia che è irrealizzabile e può aumentare il rischio di  conflitti economici e politici. La paura del corona virus può frenare la mobilità a livello planetario e l’interdipendenza tra aree geograficamente diverse. L’epidemia, la cui narrazione è amplificata dai social può causare una pesante recessione, un gigantesco arretramento culturale e un brusco immobilismo oppure può portare ad un mondo più equilibrato.

Nessun paese europeo è in grado di resistere da solo economicamente e politicamente a stati delle dimensioni degli USA, Russia o Cina. Solo una Europa unita con più di 500 milioni di abitanti è in grado di resistere alla concorrenza di questi colossi economici. L’Europa se resta compatta può permettersi di essere autonoma economicamente riequilibrando il livello di globalizzazione del mondo. L’Europa ha popolazione, mercato,risorse tecnologiche per farlo. Questa può essere una prima risposta ai problemi indotti dal corona virus. Il corona virus ci costringe anche a rivedere alcuni concetti di fondo che hanno guidato il nostro modello di sviluppo frenetico e disordinato. Il profitto e il danaro hanno fino ad oggi guidato le nostre azioni.

Forse è giunta l’ora di mettere al centro della politica valori quali uno sviluppo sostenibile e una economia verde circolare e solidale. L’obiettivo della società occidentale è sempre stato il guadagno. Indicativo che nella valutazione costi-benefici delle nostre attività si siano sempre adottati parametri di tipo economico e finanziario e (se non marginalmente) non di tipo ambientale sociale e sanitario. Fino ad oggi per valutare il livello di sviluppo e di qualità di uno stato si è preso in esame un parametro limitato e di tipo quantitativo: il PIL che non misura il livello di felicità e di effettivo benessere di una società. Le società occidentali sono state caratterizzate da fenomeni di disagio sociale che hanno interessato soprattutto le fasce giovanili.

Occorre analizzare questi  fenomeni  e mettere in campo nuovi valori. Bisogna pensare di più, rallentare i ritmi di vita e valutare prima di agire pensando più alla qualità che alla quantità. La risposta di fondo può essere un nuovo modello di vita. Il corona virus ha dimostrato la fragilità del capitalismo. Occorre rivedere un modello di sviluppo disordinato che ha portato ad un grave deterioramento dell’ambiente e ad una diffusione internazionale di nuove pandemie. Occorre una economia francescana che fa vivere e non uccide che umanizza e non disumanizza, che prende cura del creato e non lo depreda,una economia più giusta, fraterna e sostenibile all’interno della quale il terzo settore ha un ruolo fondamentale. Un ritorno ad uno stato sociale, ad un capitalismo più solidale con una maggiore presenza del pubblico.

Maurizio Angellini