Forse non è lecito attendersi di più da una campagna elettorale, capitata tra capo e collo addosso ad un Paese che cercava di tornare a respirare ed ha dovuto soccombere all’ insipienza politica di Conte e dei 5 Stelle, che hanno offerto, a due statisti del calibro di Salvini e Berlusconi, il destro per darla vinta alla Meloni, cacciando Draghi da Palazzo Chigi. Un capolavoro di autolesionismo di cui forse non abbiamo ancora compreso del tutto le vere motivazioni. Del resto, non ci sarebbe da sorprendersi se, in tempi di guerra, globalizzazione e pandemia, la politica interna può ritrovarsi ad essere una variante dipendente dalla politica estera o dalle relazioni che ciascuna forza intrattiene o meno a livello internazionale.

Ad ogni modo, la politica ha divorziato dalla responsabilità e l’interesse particolare di ogni partito fa premio sull’interesse della collettività, a dimostrazione dell’incapacità del sistema politico – così come si configura dopo decenni di bipolarismo, più o meno muscolare, dall’una e dall’altra parte – di onorare l’ onere della rappresentanza che pur gli compete. Ma poiché non c’è limite al peggio, forse non è del tutto fuori luogo che, tra un leader e l’altro, almeno per un giorno o due, in una siffatta campagna elettorale, l’abbia fatta da protagonista Peppa Pig. Ed è stato un modo, diciamo, se non altro irrituale di affrontare un argomento delicatissimo, snaturandolo nel collaudato tritacarne dei “tweet”.

D’altra parte il tema dei diritti civili – senza dubbio rilevante – è stato posto dal PD come uno dei suoi capisaldi identitari e rivendicato come propria bandiera nella campagna elettorale. Una bella sfida per una forza nata con l’ambizione di portare a sintesi, almeno sul piano dell’azione politica, culture che provengono da lidi diversi, se non antitetici e storicamente contrapposti. Senonché, l’impossibilità di approdare ad una visione comune, o almeno ad una mediazione politica decente, laddove l’argomento implica che si vada alla radice ultima di culture che nascono da ceppi differenti, da differenti concezioni della vita, finisce per giungere, come unica soluzione possibile, ad una sostanziale banalizzazione del tema. Ed è, in definitiva, l’approdo cui sbrigativamente arriva il PD, di fatto sovrapponendo desiderio e diritto o scambiando l’uno per l’altro, elevando alla dignità di diritto ogni comportamento che venga rivendicato sulla base della propria “autodeterminazione”, assunta come sinonimo di libertà.

Forse dimenticando che quest’ultima, essendo una facoltà della persona, è, di suo, un bene “di relazione”, che, come tale, non può essere ricondotto e ridotto ad una dimensione meramente e rigorosamente individuale. Il che vuol dire, altresì, che è fuori luogo accampare, in ogni campo, un diritto, senza traguardarlo secondo un angolo di visuale che ne mostri il profilo corrispondente in quanto a doveri. Ed è questa necessaria contestualità a mostrare come la libertà di rivendicare il proprio diritto non possa prescindere da un limite che va, in ogni caso, osservato.

Si dirà che siamo nel campo dei filosofemi, mentre premono ben altre, tangibili e concrete preoccupazione che attraversano il vissuto quotidiano di tutte le famiglie ed esigono risposte efficaci ed immediate. Il che è vero, ma non ci esime dalla responsabilità di non introdurre nel nostro discorso pubblico, bachi concettuali che sembrano rispondere, secondo la logica del “politicamente corretto”, ad un’istanza di libertà, che, però, quando è mal posta, è destinata a rovesciarsi contro sé stessa. Come ci ricorda Benedetto XVI: “La moltiplicazione dei diritti conduce da ultimo alla distruzione dell’ idea di diritto e conduce necessariamente al “diritto” nichilista dell’uomo di negare sé stesso: aborto, suicidio, la produzione dell’uomo come cosa diventano diritti dell’uomo che al contempo lo negano”.

Domenico Galbiati