Il tema di una nuova legge elettorale proporzionale a maggior ragione si impone dopo la vasta, crescente e preoccupante astensione dal voto osservata in occasione della recente consultazione amministrativa. Compito primario di ogni forza politica dovrebbe essere, perfino ancor prima della ricerca del consenso per le proprie posizioni, un impegno diretto a riportare gli elettori alle urne. Se viene meno il campo da gioco oppure i giocatori disertano la convocazione non c’è partita.

E’ necessario restituire l’Italia agli italiani, anziché imbragarla in un sistema preordinato che impoverisce la piena sovranità del cittadino, fino a suggerire l’idea di una tale inerzia della politica, talché valga la pena di abbandonarla al suo destino. Si deve consentire che il futuro del Paese sia frutto della libera articolazione delle culture e delle relative visioni politiche che arricchiscono il “discorso pubblico” ed il pluralismo di una società sviluppata e matura.

Abbiamo superato la soglia della semplice disaffezione, siamo entrati nell’area del distacco o addirittura del rifiuto, del diniego studiato del voto, cosicché si potrebbe ritenere che almeno determinate sacche di astensione siano più motivate e perfino politicamente più espressive che non certe forme di consenso concesso sull’onda di una consuetudine oppure mediato da ciò che resta dei vecchi apparati di partito, talvolta persistenti nella forma di tradizionali impianti organizzativi, pur colonizzati da culture che poco o nulla hanno a che vedere con le originarie antiche radici delle forze a vocazione popolare.

Viviamo in una condizione che potremmo chiamare di “democrazia contratta”, vicini ad una soglia di partecipazione talmente precaria oltre la quale la “rappresentanza” implode, cosicché la legittimazione istituzionale e con essa l’autorevolezza politica – ad esempio, di molti sindaci eletti nelle scorse settimane – finisce per spegnersi, scivolando via come sabbia che sfugge dalle mani di chi pur vorrebbe incarnarla.

Ci si impanca a discutere del possibile pericolo di un risorgente fascismo, senza riflettere che ogni qual volta un ordinamento democratico cade, almeno questo suggerisce la storia del secolo scordo, a fronte della tirannide di una soluzione autoritaria, la responsabilità di chi ha consentito che la democrazia si risolvesse in una crisalide vuota prima di essere spazzata via, è forse addirittura prevalente rispetto alla violenza che le viene scagliata contro.
Vi sono sinceri democratici o sedicenti tali che pensano di appagare la loro coscienza – ed, in tal modo, anche zittirla, in un certo senso – lamentando allarmati il pericolo incombente di un “fascismo strisciante”.

Ma non è qui il punto. Il nodo è semmai la ferita profonda di cui soffre la democrazia in questo straordinario transito epocale e l’ignavia o l’inettitudine delle forze che dovrebbero provvedere a sanarla. Non si dovrebbe, piuttosto, guardare con preoccupazione a quella progressiva involuzione del costume democratico ed ai fenomeni politici che la accompagnano: dai partiti “padronali”, al “leaderismo” dilagante, dal vulnus recato alla rappresentanza popolare con la riduzione del numero dei parlamentari, alla rissosità strutturale di un sistema politico incartato nella polarizzazione binaria del maggioritario, per di più interpretato da forze che non hanno mai fatto un congresso degno di questo nome e non conoscono alcuna regola di vita democratica interna ?

Questo progressivo ottundimento del “sensorio” democratico rischia di minare e sbriciolare dal di dentro delle sue dinamiche, ridotte a procedure e riti formalmente ineccepibili, ma sostanzialmente vuoti, la vitalità democratica di un sistema. Lasciandone sopravvivere un simulacro che, oltre una certa soglia, di fatto è costretto – se non altro per auto conservarsi – ad invocare l’avvento di una qualche forma autoritaria, nell’ illusione di limitare i danni, salvare i margini della governabilità a costo di pagarne il prezzo sul piano della rappresentanza, evitare un avvitamento involutivo peggiore.

In tal modo, si chiude il cerchio e di fatto ci si inoltra su un percorso di democrazia, si potrebbe dire, “vigilata”, pallida ed intimidita. La violenza, peraltro, può assumere configurazioni differenti, ma non meno pericolose.
Accanto alla violenza fisica dei manganelli, ce ne può stare un’altra, somministrata con il guanto di velluto. Una violenza addirittura apparentemente benevola ed “amica” perché apparecchia soluzioni pre-confezionate, da prendere o lasciare, ma che, in ogni caso, dispensano dalla fatica di un pensiero critico e di una autonomia di giudizio, che vuol dire assumere in proprio, personalmente, senza nessuna edulcorata mediazione collettiva, un impegnativo carico di responsabilità.

Resta da comprendere se siamo tutti d’accordo circa l’urgenza di porre in campo strategie di contrasto al dilagante astensionismo o se, per caso, taluni preferiscano lisciarlo per il verso del pelo.

Domenico Galbiati