Ci sono leggi che governano gli uomini e leggi che sopravvivono agli uomini. Alcune attraversano i secoli come monumenti; altre come fantasmi. Il 28 maggio 2026 l’Assemblea Nazionale francese ha compiuto un gesto che appartiene più alla storia morale di una nazione che alla sua cronaca legislativa: con voto unanime ha abrogato il Code Noir, il “Codice Nero”, l’insieme di decreti realistiche per oltre tre secoli aveva continuato a occupare, sia pure come reliquia giuridica, un posto negli archivi della Repubblica. Duecento cinquantaquattro voti favorevoli. Nessun contrario. Nessuna astensione. Un evento raro nella politica contemporanea, ancor più raro nella Francia delle divisioni, delle identità contrapposte, delle maggioranze fragili e dei conflitti ideologici permanenti. Dall’estrema destra alla sinistra radicale, passando per il centro macroniano e i repubblicani, tutti hanno pronunciato lo stesso sì. Un sì rivolto non al futuro, ma al passato.

Eppure, il passato, si sa, non passa mai davvero. La schiavitù infatti ha attraversato la storia, le civiltà, i secoli ed i continenti. Il Code Noir nacque nel 1685 sotto Luigi XIV, il Re Sole. Fu il prodotto di un’epoca che trasformò l’economia coloniale in un gigantesco sistema di sfruttamento umano. Quel testo stabiliva chi potesse essere considerato uomo e chi invece merce; chi avesse diritti e chi soltanto prezzo; chi appartenesse a se stesso e chi a un padrone. La schiavitù veniva disciplinata con la stessa freddezza con cui si regolano i raccolti, i commerci ola proprietà fondiaria. Gli schiavi erano classificati come beni mobili. Potevano essere comprati, venduti, ereditati. La loro esistenza era ridotta a una voce contabile. La legge conferiva una veste amministrativa a ciò che, nella sostanza, era la negazione stessa dell’umanità.

La Francia abolì definitivamente la schiavitù nel 1848. Da allora trascorsero centosettantotto anni. Guerre mondiali, rivoluzioni, costituzioni, dichiarazioni universali dei diritti umani. Nacquero e morirono imperi. Crollarono muri e ideologie. Eppure quel testo rimase lì. Inerte, certo, privo di effetti concreti. Ma presente. Come una parola offensiva dimenticata su una lapide, come una macchia che nessuno aveva avuto il coraggio o la volontà di cancellare. Le nazioni, come gli individui, convivono spesso con le proprie contraddizioni. La Francia repubblicana ha costruito la propria identità sull’universalismo, sull’uguaglianza, sulla fraternità. È il Paese della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. È la patria di Voltaire, Hugo, Jaurès, Camus. Eppure, nascosto nelle pieghe del suo ordinamento, sopravviveva ancora il residuo normativo di un sistema che aveva negato quei medesimi principi a milioni di esseri umani. La contraddizione era diventata intollerabile. Negli ultimi anni storici, intellettuali, associazioni della memoria e rappresentanti dei territori d’oltremare avevano chiesto che il Codice Nero venisse formalmente cancellato. Non perché fosse ancora applicabile. Nessuno temeva un ritorno della schiavitù attraverso una norma secolare. La battaglia era simbolica, ma non per questo meno importante. Vi è infatti chi pensa che i simboli siano la grammatica delle nazioni. Le leggi non raccontano soltanto ciò che uno Stato fa; raccontano anche ciò che uno Stato accetta di ricordare. Così, nel venticinquesimo anniversario della legge Taubira, che nel 2001 riconobbe la tratta degli schiavi e la schiavitù come crimini contro l’umanità, il Parlamento francese ha deciso di compiere un passo ulteriore. Non una rivoluzione giuridica, ma un atto di pulizia storica.

L’emozione che ha accompagnato il voto ha avuto qualcosa di insolito. In un’epoca dominata dalle polemiche istantanee e dalle contrapposizioni permanenti, l’aula ha mostrato per qualche istante un volto diverso. I deputati delle Antille, della Guadalupa, della Martinica, della Guyana francese hanno vissuto quel momento come una riparazione morale. Non una riparazione economica, né una cancellazione del dolore.

Nessuna legge può restituire le vite spezzate, i nomi perduti, le famiglie distrutte dalla deportazione di milioni di africani verso le colonie. Ma le leggi possono riconoscere, possono nominare e possono dire finalmente che ciò che è stato non merita più neppure una sopravvivenza burocratica. E’ forse questo il significato più profondo del voto di Parigi: non si è trattato di riscrivere la storia, come sostengono talvolta i critici di queste iniziative memoriali. Al contrario, si è trattato di leggerla fino in fondo.

Una democrazia matura non cancella le proprie colpe; le espone alla luce. Non nasconde le pagine oscure dietro il velo dell’oblio. Le studia, le riconosce e le trasforma in strumenti di consapevolezza e di progresso civile. Per questo il voto dell’Assemblea Nazionale assume un valore che supera i confini francesi.In un tempo nel quale molte società occidentali discutono del proprio passato coloniale, delleresponsabilità storiche e delle memorie rimosse, la Francia ha scelto una strada precisa: non quelladella rimozione, ma quella del riconoscimento.

Certo, restano aperte molte questioni. Il dibattito sulle riparazioni, sulle disuguaglianze ereditate dalcolonialismo e sulla rappresentazione della storia nelle scuole continua a dividere l’opinionepubblica. L’abrogazione del Codice Nero non chiude queste discussioni. Semmai le rende piùurgenti. Tuttavia esistono momenti nei quali la politica smette di essere amministrazione delpresente e diventa dialogo con i morti. Il 28 maggio 2026 è stato uno di quei momenti.

Per qualche ora la Francia non ha discusso di bilanci, pensioni, immigrazione o alleanze elettorali. Ha guardato indietro. Ha osservato il lungo corridoio della propria storia e, arrivata davanti a una porta rimasta socchiusa per quasi tre secoli e mezzo, ha deciso finalmente di chiuderla. Non per dimenticare, ma perché nessuno possa più dire che la Repubblica conservava, tra i propri documenti, una legge nata per trasformare esseri umani in proprietà. Le nazioni non diventano migliori cancellando il passato, diventano però migliori quando trovano il coraggio di chiamarlo con il suo nome. E quel giorno, sotto le volte dell’Assemblea Nazionale, la Francia ha pronunciato finalmente una parola semplice e necessaria: fine.

Edoardo Almagià

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