C’è un piccolo dettaglio che offre l’idea della impotenza dell’attuale governo, stretto tra liti, polemiche e scontri quotidiani tra i ministri, ed è l’espressione che chiude sempre più frequentemente i comunicati sui disegni di legge e sui decreti licenziati dal Consiglio dei Ministri: “salvo intese”.

Una formuletta che dice tutto e non dice niente nello stesso tempo, che lascia liberi di fare come di non fare, di confermare o di cambiare, di allargare o di stringere, di modificare o di non toccare. Non era mai accaduto nella storia  repubblicana. Proprio come usano nella  insopportabile pubblicità delle auto a duecento euro al mese che ci sentiamo propinare tutti i giorni, “salvo approvazione della finanziaria” precisato solo alla fine. Proprio come fa questo governo.

E’ avvenuto in questi giorni con la cosidetta “riforma della giustizia”, ed era avvenuto per il decreto “spazzacorrotti”, per il decreto “crescita”, e persino per decreto legislativo che licenziava la nuova normativa sulla crisi di impresa. Se chiudi un provvedimento di legge con questa formuletta sei libero, perché se le intese- che dovrebbero sempre esserci prima- non ci saranno, potrai sempre cambiarlo. Se invece ci si metterà d’accordo dopo, potrai confermarlo. Alla faccia della certezza del diritto, quella che dovrebbe garantire tutti, che così resta una illusione prima ancora che nasca la norma.

Salvo intese tra chi? Dovrebbe riferirsi tra i Ministri, se non che il giorno dopo l’approvazione a Palazzo Chigi  leggi già dichiarazioni opposte: il proponente sbandiera il provvedimento e altri lo qualifica come “acqua fresca” dichiarando tranquillamente di non essere d’accordo anche se ha partecipato alla seduta. E’ avvenuto, come si diceva, per la riforma sulla giustizia, ma non è l’ultimo caso. Se si tratta di un decreto da convertire in legge c’è così tempo per modificarlo prima ancora che approdi in Parlamento, ammesso che eventuali intese siano portate a conoscenza nei termini di legge ai parlamentari.  Se si tratta di un decreto legislativo,  cioè quando il Governo legifera direttamente in base a principi e criteri direttivi approvati dal Parlamento e ai quali deve conformarsi, il “salvo intese” lascia aperta  la possibilità modifiche prima ancora della emanazione da parte del Presidente della Repubblica. Per non parlare dei disegni di legge di iniziativa del governo, dove il “salvo intese” lascia aperte tutte  le possibilità di modifica, di integrazione, di stravolgimento, di ritiro.

Se invece le intese si riferiscono alla maggioranza che esprime il Governo le maglie sono ancora più larghe visto che ormai siamo giunti al punto in cui i capi dei partiti nemmeno più si parlano, se non indirettamente, possibilmente tramite tweet o agenzie di stampa mandandosele a dire senza nessun ritegno, anzi addirittura non citando l’interlocutore ( “quell’altro” ha detto Di Maio riferendosi a Salvini).

E così, mentre l’economia italiana entra nuovamente in stagnazione, la produzione industriale cala, Il PIL trimestrale torna a zero, i consumi diminuiscono e gli effetti miracolosi del reddito di cittadinanza o di “quota zero” non si vedono per niente, e mentre servirebbe una azione di governo precisa con provvedimenti mirati e sicuri, il Presidente  e lo stesso Consiglio dei Ministri restano inchiodati ad iniziative che, quando ci sono,  non hanno certo il requisito della certezza perché tutto  resta appeso ad accordi, patti, condizioni, consensi, contropartite, interdizioni reciproche e , appunto, “intese”.

Torna così alla mente, un’altra volta, il famoso paradosso di Galbraith: il calabrone, considerato il peso del suo corpo tozzo e la precarietà delle piccole ali, secondo le leggi della fisica dinamica non potrebbe volare. Eppure vola. Così l’attuale governo della Repubblica Italiana, considerata la maggioranza che lo regge, non potrebbe esistere. Eppure c’è, “salvo intese”.

Guido Puccio