L’elaborazione del progetto del nuovo partito INSIEME deve non solo basarsi su un modello ideale costruito sulla base di certi principi e premesse culturale, ma anche su una valutazione attenta e realistica della situazione politica del paese. E’ su questo secondo aspetto che vorrei soffermarmi qui.

L’insoddisfazione per il cattivo funzionamento del sistema partitico italiano negli anni passati deve stimolare oggi la ricerca di nuove formule politiche capaci di ovviare ai fallimenti delle precedenti esperienze. Vediamo allora le principali proposte attualmente in campo per capire se soddisfanno questo requisito.

Il ritorno al vecchio bipolarismo

Quella che sentiamo ripetere in questi giorni da alcuni dei principali esponenti politici è una riedizione del bipolarismo che ha dominato il periodo 1994-2011. Da un lato un centro-sinistra largo, guidato dal PD e che per vincere dovrebbe incorporare tanto i Cinque Stelle che i due gruppi fuorusciti dal PD verso il centro, cioè Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi. Dall’altro un centro-destra guidato da Salvini o Meloni (a seconda che l’uno o l’altra sia a capo del partito più forte); questa coalizione incorporerebbe anche Forza Italia e una o più schegge della diaspora democristiana.

Quello che sembra una riedizione del bipolarismo degli anni Berlusconi-Prodi è in realtà qualcosa di assai diverso. Il centro-destra in particolare è ormai dominato dal duo più chiaramente di destra Lega-FdI, mentre Forza Italia, che in passato era la forza leader, e le schegge post-democristiane hanno un peso ormai ridotto. E vale la pena ricordare che il duo prevalente pone il centro-destra in posizione eccentrica a livello Europeo. Un problema oggi di grande rilevanza.

Quanto al centro-sinistra la forza principale, il PD guidato da Letta, è certo su posizioni più moderate (e a livello europeo più centrali) sui temi economici, ma è attirato ricorrentemente su radicalismi in materie eticamente sensibili (vedi legge Zan). Inoltre ha a che fare con un Movimento Cinque Stelle attraversato dai turbamenti del declino e internamente diviso tra tentativi di recuperare in solitario la propria identità e abbracci al PD. Un partner dunque difficile da gestire.

Le fragilità e insufficienze di queste due alternative sono d’altra parte rese ben chiare dalla formula politica di governo adottata quest’anno. Il governo Draghi è proprio l’espressione del fatto che quelle due alternative non erano in grado di sostenere un governo all’altezza dei problemi che il paese doveva affrontare. Non è chiaro quali cambiamenti ci siano stati nelle due coalizioni per cui sarebbero in grado nel prossimo futuro di garantire ciò che non erano in grado di garantire nella primavera di quest’anno. Lo dimostrano abbastanza chiaramente anche le scaramucce che le forze politiche di questi due schieramenti conducono all’interno del governo che hanno volenti o nolenti accettato (con l’eccezione certo di Fratelli d’Italia). La difesa delle loro indifendibili bandiere passate (da Reddito di cittadinanza a Quota 100) nel momento in cui il paese richiede un ben altro livello di elaborazione politica indicano che il superamento delle insufficienze passate è di là da venire.

D’altro canto se si guarda meglio alla consistenza e coerenza di queste possibili coalizioni è facile capire che la loro (temporanea) unità è soprattutto il frutto di una legge elettorale che, con la sua importante quota maggioritaria, penalizza la corsa solitaria dei partiti. Se così stanno le cose nulla però garantisce che coalizioni unite in sede elettorale si dimostrino poi compatte al momento di formare e guidare il governo. Si è già visto in questa legislatura che le scelte governative dei partiti possono allegramente prescindere dalle coalizioni elettorali. Nel centro-destra la Lega ha governato con i 5Stelle mentre FI e FdI stavano all’opposizione; poi, quando la Lega e FI sono entrate nel governo Draghi, FdI ha preferito stare all’opposizione. A sua volta il Movimento 5Stelle, dopo aver proclamato di non voler fare alleanze, ha, volta a volta, governato con la Lega, con il PD e poi nel governo Draghi anche con FI e la Lega.  Quanto al PD, dopo aver detto mai con i 5Stelle, ha fatto un governo con loro, ma in sede locale si è spesso guardato bene dal coalizzarsi con i pentastellati.

La coalizione Ursula

La “coalizione Ursula” è la seconda ipotesi qualche volta evocata. La formula vuole rieccheggiare quella che nell’Unione Europea ha coagulato il sostegno parlamentare alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Una coalizione che comprende Cristiano-Democratici, Socialisti (non tutti) e Liberali mentre esclude conservatori e sovranisti, ma anche i verdi. In Italia questa coalizione comprenderebbe il PD, i 5 Stelle e Forza Italia (e forse altri piccoli partiti). A differenza della coalizione europea, che ha nel Partito Popolare il partito più grosso e che esprime la Presidenza, in Italia il partito più grosso sarebbe il PD. Come è chiaro le differenze con il caso europeo non sono di piccolo conto. Il ridotto peso di Forza Italia ne farebbe una coalizione decisamente più spostata a sinistra. Inoltre quella italiana avrebbe a che fare con l’opposizione di due tra le più grosse forze politiche.

La plausibilità di una simile formula lascia dunque molto a desiderare: per i 5 Stelle stare in un governo in cui Forza Italia sarebbe determinante per assicurare la maggioranza si rivelerebbe difficile; e per FI avere alla sua destra una competizione così agguerrita come quella della Lega e di FdI sarebbe ancora più complesso. Anche qualora una simile coalizione si realizzasse appare difficile capire quali potrebbero essere le sue capacità di proposta politica.

Il nuovo centro di Draghi e INSIEME

Le formule di cui si discute oggi indicano che le principali forze politiche sono ancora ben lontane da una piena consapevolezza dei loro limiti e dei problemi del paese.

Da dove partire allora per una forza politica come INSIEME che vuole andare chiaramente oltre le proposte politiche degli attuali partiti e che crede nel ruolo innovativo del centro politico? Se non ci si vuole limitare ai bei discorsi credo che occorra partire da un dato di realtà inoppugnabile: oggi una proposta di centro, che non è pura mediazione dell’esistente ma che si colloca chiaramente in una logica di trasformazione del paese, è già presente in Italia ed è Draghi con il suo governo a impersonarla. Qualcuno dirà che il governo Draghi è in fondo il governo di tutti i partiti (con l’eccezione di FdI), e allora che novità? Sul piano formale è vero, ma se guardiamo con più attenzione a quello che sta succedendo la verità è che l’autorità di Draghi sta costringendo i partiti italiani and andare ben oltre le loro tradizionali bandiere (che pur continuano ogni tanto stancamente ad agitare) e ad accettare un programma di trasformazione del paese per loro del tutto inedito.

Il governo Draghi sta concretamente introducendo in settori cruciali per il paese (investimenti, fisco, politiche scolastiche e della ricerca, politiche del lavoro, politiche assistenziali e di contrasto alla povertà) tassi di innovazione che nessuna delle formule politiche sopra menzionate sarebbe stata capace di promuovere. INSIEME, che concepisce il centro politico non come media geometrica ma come soggetto della trasformazione può ritrovarsi in grande misura in questi indirizzi e quindi deve esprimere il suo sostegno convinto a Draghi e al suo programma di governo. Questo non vuol dire naturalmente rinunciare ad accompagnare questo sostegno con gli stimoli e i contributi legati alle specifiche sensibilità che il partito ha elaborato nel suo primo anno di vita. Avendo ben chiaro che stimoli e contributi saranno tanto più efficaci quanto più deriveranno da una attenta comprensione dei bisogni veri delle persone. Non è il momento di stare alla finestra, ma di sviluppare tutte le nostre capacità di proposta.

Maurizio Cotta