Chissà perché assistendo al Kulturkampf in versione italiana, e per i suoi aspetti tragico – comici, non riesco proprio a fare a meno di ricordare un aneddoto vissuto più volte ai tempi della lontana frequentazione dell’Università ed una fase celebre attribuita erroneamente a Goebles nella Germania nazista e sicuramente profferita, invece, dall’esilarante Segretario del Partito fascista, Achille Starace.
L’aneddoto è relativo agli incontri con un coetaneo, immancabilmente con un libro in mano. Fermava per strada i colleghi studenti e chiedeva loro se volessero “una prova di cultura”. Al che porgeva il volume in suo possesso e chiedeva di andare ad una certa pagina. Chissà perché, qualunque fosse esso fosse, invitava ad andare a pagina 265 o giù di lì, prima di cominciava a recitare a memoria questo o quel paragrafo.
La frase galeotta, invece era: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla rivoltella”. Il povero Starace, così, rielaborava a suo modo una dichiarazione fatta pronunciare da uno dei personaggi in una sua piece teatrale dal drammaturgo e poeta nazista Hanns Johst, legatissimo al Ministro della propaganda di Hitler, Joseph Goebbels: “Quando sento la parola cultura, tolgo la sicura alla mia Browning”.
Ed è proprio ripensando alla banalizzazione del concetto di cultura – insita in quell’aneddoto – ed alla frase di Starace – in grado di confermare l’idiosincrasia nei confronti di uno dei più importanti patrimoni dell’Umanità da parte di una certa ideologia politica – che si capisce quanto sia grottesco e limitato il clima attuale in cui avviene lo scontro sulla cosiddetta “egemonia culturale”. Perché oggi, nel nostro dibattito pubblico, sembra quasi che la cultura sia tornata a essere luogo di competizione. Oggetto di sospetto, da brandire o da temere, da usare come clava o come pretesto per conseguire altri obiettivi. Ed anche come opificio per la distribuzione di fondi, prebende e posizioni. Un nuovo Kulturkampf all’italiana, insomma. Non certo quello scatenato da Otto von Bismarck contro la Chiesa cattolica in Germania, ma altrettanto preoccupante, anche se in modalità più farsesca. Non è un caso se i germani rievocano spesso la tragedia e noi italiani … la commedia.
Eppure, basterebbe ricordare una cosa semplice: in Italia la cultura non è mai stata sempre pensata come un terreno di scontro politico. Lo è semmai diventata per ciò che riguarda la sua gestione, il potere e “l’amichettismo” ad essa collegati. Quando nel 1974 nacque il relativo dicastero, non si parlava di “cultura” come identità da difendere o come vessillo ideologico, ma di tutela di “beni culturali”. Un concetto volutamente ampio, inclusivo. C’erano da sostenere l’arte, la storia, il paesaggio che alla cultura fa da sfondo e fornisce stimolo ed alimento. Era un’idea di cultura come patrimonio condiviso, non come garitta da presidiare o da far diventare motivo di scontro ideologico. Oggi, non siamo ai livelli del “metto mano alla rivoltella”, ma la tentazione di trasformarla in un’arma politica è tornata, eccome. E, dunque, c’è da riconoscere che si trova una certa coerenza nel cambiamento del nome del Ministero ed una continuità di pensiero.
In effetti, la battaglia in corso non riguarda la creazione culturale — che continua a vivere, a muoversi, a respirare fuori dai palazzi — ma il controllo del potere legato alla gestione dei processi gestionali: chi decide, chi controlla, chi indirizza, chi si nomina e chi si finanzia. È una disputa di un certo tipo di politica travestita da crociata ideologica.
E quando la cultura diventa un’arma, si finisce per usarla male. E quando la politica ci mette le mani lo fa sempre nel modo peggiore: censura, sospetto, negazione, identitarismo di bassa lega. Lo dimostrano le polemiche sulla Biennale di Venezia: davvero si può ostracizzare una cultura straniera? Che, poi, straniera non è. Davvero si può immaginare che Dostoevskij, Tolstoj, Leskov, Kandinskij, Chagall, Stravinsky — autori, pittori e musicisti che appartengono, sì, alla Russia, ma diventati patrimonio dell’umanità intera — possano essere trattati come emissari di un governo o di una politica contingente? Esistono le sanzioni contro gli stati canaglia e violatori del Diritto internazionale, fino a compiere veri e propri genocidi. Ma non poteva essere trovato un altro modo in cui la cultura e il patrimonio artistico del popolo russo e di quello israeliano, in quanto tali, potessero essere comunque riconosciuti al di là delle nefandezze che stanno compiendo i governanti di Russia e di Israele e non essere ostracizzati? E senza per questo stendere per le loro attuali autorità un tappeto rosso; per quanto a metà, visto che alla fine ci sono i padiglioni di Russia e di Israele, ma è come se non ci fossero? Non potevano essere create due nuove aree e lasciati chiusi i due padiglioni di stato ufficiali?
La cultura non risponde ai governi, non si piega alle contingenze, non si lascia sempre arruolare. Non può neppure essere sequestrata da alcuna fazione politica. Perché pittura, scultura, musica, poesia e letteratura superano i confini, i regimi, le stagioni. La cultura lascia aperta la possibilità di un futuro confronto, per quanto possa arrivare lontano nel tempo.
Tutto ciò, soprattutto a noi italiani, dovrebbe essere naturalmente congeniale. Noi che abbiamo millenni di teatro, poesia, arti figurative, cinema alle spalle. Che nelle nostre montagne, vallate e città – grazie alla supplenza svolta nei conventi ed abbazie, abbiamo visto riannodare i rapporti recisi con l’aurea epoca greco e Latina. Così è stato possibile, proprio in questa Penisola, tenere accesa la fiaccola del sapere e della conoscenza, tra invasori e lotte intestine. Noi che abbiamo creato le prime libere università al mondo e in un Paese che ha inventato la nozione moderna di bene culturale e che ha fatto del paesaggio un valore costituzionale. Che ha sempre considerato l’arte come un bene comune. Proprio noi ci ritroviamo costretti in polemiche senza respiro finendo per essere i primi ad impoverire sia la cultura, sia la politica.
Giancarlo Infante