Non è semplice per i Paesi europei affrontare un quadro internazionale complesso in cui Usa e Cina sembrano essere in forte vantaggio
In un mondo impazzito e caratterizzato dalla tentazione di soddisfare gli interessi nazionali di diversa natura sulla base dei rapporti di forza, le politiche economiche sono dominate dall’obiettivo di aumentare i livelli di resilienza dei rispettivi sistemi produttivi e distributivi.
Per il momento i conflitti bellici, i dazi e le politiche protezionistiche di varia natura non hanno comportato una riduzione degli scambi commerciali e dei livelli sostanziali di interdipendenza delle filiere produttive consolidate nel corso degli anni Duemila, ma hanno seppellito qualsiasi pretesa di fornire una cornice internazionale condivisa per orientare la transizione digitale e ambientale degli apparati produttivi.
Le prime per soddisfare fabbisogni di energia (terre rare, fossili e rinnovabili) che aumentano a un ritmo superiore ai tassi di crescita delle economie anche per gli elevati livelli di assorbimento dei data center delle nuove tecnologie che sono indispensabili per orientare anche i comportamenti dei produttori e dei consumatori. Ma il potenziale sviluppo della produttività derivanti dalle applicazioni, e le conseguente redditività degli investimenti effettuati, dipende essenzialmente dalla quantità delle risorse umane in grado di trasferirle e di utilizzarle nelle organizzazioni del lavoro e nei consumi finali.
La qualità delle risorse umane e l’attrattività del mercato del lavoro rappresentano un vantaggio competitivo di gran lunga superiore ai costi del lavoro. Pertanto, le strategie bottom-up (rivolte a migliorare la qualità delle infrastrutture e le competenze dei lavoratori e delle persone adulte) risultano indispensabili per rendere sostenibili quelle top-down. Ma rimane difficile immaginare uno scenario virtuoso di crescita economica e di benessere delle popolazioni se l’utilizzo dei mezzi viene ipotecato per destabilizzare i potenziali competitori oltre la ragionevole necessità di garantire la sicurezza delle infrastrutture e delle persone fisiche.
L’altro filo conduttore che collega le strategie di potenza con le innovazioni sociali finalizzate ad assicurare buoni redditi e livelli di inclusione adeguati è rappresentato dalla sopravvivenza dei sistemi di welfare dei Paesi sviluppati finalizzati a tale scopo, ma che dipendono dal tasso di occupazione delle persone in età di lavoro che garantiscono, oltre ai redditi familiari, anche il finanziamento delle prestazioni sociali e degli investimenti pubblici.
Tutto ciò non eviterà le implicazioni, psicologiche e pratiche, della rapida obsolescenza delle competenze dei lavoratori che ha contribuito in modo notevole a incrementare i livelli di sfiducia verso le istituzioni democratiche.
Apparati produttivi resilienti, alleanze internazionali in grado di aumentare i livelli di autonomia e di sicurezza per la dotazione di fonti energetiche e di tecnologie digitali evolute, utilizzo efficiente dei fattori produttivi, a partire dalla quantità e dalla qualità delle risorse umane impiegate, consentono di focalizzare le politiche economiche per la salvaguardia degli interessi nazionali. E delle governance istituzionali e funzionali in grado di mobilitare gli attori pubblici, privati e sociali che devono cooperare per il perseguimento degli obiettivi.
Su questo versante lo spiazzamento europeo rispetto alla capacità di far convergere gli interessi delle grandi imprese con le iniziative delle Istituzioni riscontrato negli Usa e nella Cina penalizza il posizionamento dei Paesi dell’Ue sulle strategie di potenza. L’attuale modello della governance cerca di supplire a questa carenza con un sovraccarico di prescrizioni burocratiche per il raggiungimento degli obiettivi di stabilità finanziaria e per la transizione digitale e ambientale che risultano incompatibili con gli interventi che i singoli Paesi aderenti sono costretti ad adottare per fronteggiare le emergenze.
Ma la liberazione dai vincoli e dalle prescrizioni non risolve il problema, lo sposta sulla ricerca di alleanze funzionali alla tutela dei singoli interessi nazionali, anche al fuori del perimetro dei Paesi europei, che possono comportare conseguenze fatali per il futuro dell’Ue e delle infrastrutture del welfare che caratterizzano l’originalità del modello europeo.
L’adeguamento delle Istituzioni europee, a partire dal superamento dei diritti di veto dei singoli Paesi, per consentire di adottare scelte coraggiose su obiettivi strategici dotate di risorse finanziarie adeguate, diventa, paradossalmente, la condizione necessaria per garantire la continuità.
Natale Forlani
Pubblicato su www.ilsussidiario.it