Si insedia il Governo Draghi e, subito, giunge la prima tegola. Arriva da Taranto, visto che il Tar di Lecce ha disposto la chiusura della ex Ilva perché costituisce un pericolo per la salute.

Una tegola dalla doppia valenza: per ciò che riguarda la “transizione ecologica” e il Mezzogiorno. Dunque, per quella parolina “coesione” spesa da Mario Draghi, con la pandemia e il Recovery Fund, che indica le aree preminenti verso cui si indirizzerà l’intervento principale del suo governo, sulla scia delle precise indicazioni fornitegli dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Vedremo gli sviluppi che la questione, già prima di indicare i sottosegretari, avrà sull’avvio del nuovo Esecutivo. E’ probabile che non tutto si risolva solo nelle aule dei tribunali amministrativi cui ha già annunciato di rivolgersi in sede d’appello la società Arcelor Mittal, gestore dell’acciaieria tarantina. In ogni caso, Taranto resta elemento emblematico  di “incongruenza” storica del Paese sotto vari profili: ambientale, politico, occupazionale.

La nostra “zebretta” , ieri ( CLICCA QUI ), ha subito sottolineato l’impronta “nordista” del Governo Draghi. Non aveva a disposizione i certificati anagrafici, ma ha notato l’estesa presenza di uomini e donne del centro -nord tra le fila dei ministri. Subito dopo, qualcuno ha contato solo due ministri su 23 con una provenienza “meridionale”. E’ chiaro che la politica non si fa con le carte d’identità, ma i vecchi governi della cosiddetta Prima repubblica stavano pure attenti a quei messaggi subliminali che, alla fine, finiscono per essere quelli che, volontariamente o meno, si fissano nel sentire collettivo e da cui, poi, sono molto difficili da eliminare. Taranto arriva quasi come il cacio sui maccheroni a ricordare quali sono problemi atavicamente irrisolti, tra cui quelli che afferiscono al Meridione d’Italia.

Come sopra ricordato, però, c’è stato di buono che Mario Draghi ha parlato, appunto, di “coesione”. Così facendo, ha rincuorato tutti coloro che da decenni insistono sulle diseguaglianze e sui disequilibri che stanno progressivamente caratterizzato sempre più il Paese. Per trent’anni si è parlato, grazie alla Lega, della questione settentrionale. Intanto, di pari passo, si aggravava quella meridionale, antica ed irrisolta sin dall’Unificazione italiana.

Cronaca e storia, dunque, spingono a parlare di Mezzogiorno. Possibilmente, superando gli stereotipi serviti solamente ad impedire un autentico avvio di una moderna politica in grado d’inserire la rigenerazione del Sud quale elemento di crescita complessiva dell’intero Paese e, dunque, funzionale anche alla ripresa del Nord.

Gli amici di Insieme che molto stanno lavorando su questa questione partono dalla consapevolezza che “il problema centrale del Mezzogiorno è innanzitutto culturale e sociale, più ancora che tecnico” e che sia necessario mettersi nella prospettiva di trans-formazione della Società italiana.

Oggi, del resto, tutto congiura in questa direzione. La geopolitica, con il rilievo che hanno sulla scena internazionale tutte le aree del Mediterraneo e quelle a questo bacino limitrofe; le grandi reti infrastrutturali, sia materiali, sia immateriali cui l’Europa continua a dare un rilievo fenomenale a fronte della nostra sostanziale indifferenza e incapacità decisionale; l’affascinante e impegnativa idea dello sviluppo sostenibile, cosa che richiama  a un “sincretismo” progettuale l’economia, l’ambiente e l’antropologia e che, dunque, come scrive su Politica Insieme Roberto Leoni deve essere collegato a un’economia solidale ( CLICCA QUI ).

Sempre la zebretta ci ha ricordato che agli italiani spesso manca la cultura della interdisciplinarietà. Molte questioni, infatti, richiedono l’attenzione alla connessione esistente tra tanti aspetti del fare umano. Donne, giovani, sviluppo del sud  richiamano, assieme, la qualità degli investimenti, gli interventi economici e fiscali, l’attenzione ai tanti tipi di “infrastrutture” oggi da creare, l’innovazione, l’educazione e la formazione.

Mi rendo conto che anche Mario Draghi nel formare il proprio governo abbia dovuto tenere conto degli equilibri politici, dall’incedere degli interessi esterni, delle pressioni di una quantità di ambiti e di ambienti che, ovviamente, sanno quanto una decisione pubblica fa dipendere piani di sviluppo e fatturati. Mi rendo altrettanto conto del fatto che pure lui abbia dovuto seguire lo schema della formazione dei governi secondo le vecchie liturgie e le vecchie metodologie. Pertanto, ha dovuto constatare quanto sia complicato, anche a partire dalle denominazioni date ai ministeri e dalla loro struttura, sia davvero dura e lunga la strada su cui incamminarsi per adeguare la presenza e la fattualità governativa ai cambiamenti avvenuti e in atto nel Paese.

Quel che conta, allora, è che, indipendentemente dalle carte d’identità dei ministri e dei sottosegretari e dai nomi e delle competenze assegnate ai singoli ministeri, si cambi sostanza e metodo di gestione.

Draghi è partito, intanto, da una piccola cosa: ha invitato i suoi ministri a seguire la regola della sobrietà per ciò che riguarda la comunicazione. Io mi permetto di andare oltre e gli suggerisco di invitare i ministri non a nominare dei portavoce , ma dei “porta silenzio”.

Giancarlo Infante