Le parole del Presidente della Repubblica, il tono severo con cui sono state pronunciate danno immediatamente il senso del momento drammatico che il Paese sta vivendo.

Una crisi del tutto fuori luogo, condotta deliberatamente in modo spregiudicato ed irresponsabile, secondo un copione evidentemente studiato da tempo, da parte di chi ne ha imposto l’avvio, ha messo crudamente in evidenza come la crisi sia quella del complessivo sistema politico-istituzionale. E’ la stessa “seconda repubblica” che giunge al capolinea.

Una stagione trentennale tramonta, esponendo il Paese ad una  involuzione della dialettica politica, tale da mettere seriamente a rischio la stessa tenuta dell’ordinamento democratico che, a fronte dell’accertata  impotenza del Parlamento, solo nell’alta figura istituzionale e morale del Presidente della Repubblica trova un punto di resistenza e di equilibrio.

Giungono a maturazione le cause prossime di questa devastante e pericolosa eclissi della politica e, nel contempo, le cause originarie e storiche di una stagione nata, fin dalla metà degli anni ’90, sul presupposto di “fondamentali” della politica evidentemente errati.

Non a  caso, la stessa scadente qualità della classe dirigente che ha giocato un ruolo rilevante, anche in queste ultime settimane, non è casuale, bensì il frutto di una modalità di selezione che ha deliberatamente infranto la connessione tra gli eletti, i territori rappresentati e l’interesse generale della collettività nazionale.

Trasferendo, di fatto, la sovranità a ristretti gruppi dirigenti di forze che, per lo più prive di ogni cultura politica, hanno forgiato una classe parlamentare a loro uso e consumo.

Non a caso, del resto, la stessa riduzione del numero dei parlamentari, gabellata come una riforma diretta alla migliore efficienza del lavoro legislativo, è stata concepita come una umiliazione del Parlamento, sacrificato alle vuote parole d’ordine di un Movimento che, nato con il preciso  e programmatico intento di umiliare il Parlamento, paradossalmente ce l’ha fatta, ma a suo dispetto, visto il disperato accanimento con cui gli eletti di tale parte politica si sono abbarbicati e chiusi dentro la famigerata “scatola” che avrebbero voluto squadernare.

Dilettantismo, arroganza, incompetenza, moralismo, irresponsabilità non portano da nessuna parte, se non al disastro.

“Chi semina vento, raccoglie tempesta” e per quanto oggi sia legittimo imputare principalmente  lo squallore di questa crisi a chi se ne è assunta inopinatamente la responsabilità, bisogna pur riconoscere che  lo sbocco indecoroso  cui giungiamo era, per molti aspetti, già contenuto nei suoi lontani presupposti.

Ci si è illusi di costruire una condizione di governabilità a scapito della rappresentanza, inseguendo una concezione meramente “funzionalista” della democrazia e delle sue istituzioni che poco o nulla ha a che vedere con i valori morali e civili che devono essere riconosciuti e condivisi dall’ intera collettività come fondamento di una strategia diretta al “bene comune”, alla promozione della giustizia sociale, alla salvaguardia della libertà.

Gli attori di questa indecorosa “pochade”, in fondo, come già detto, sono – anche se ciò non rappresenta un’attenuante – più l’effetto che non la causa di un costume politico degenerato, cui concorre generosamente una destra populista e sovranista che, se non fossimo parte attiva del contesto europeo, rappresenterebbe un pericolo da non sottovalutare per la piena affermazione delle stesse libertà civili.

Usciamo da un trentennio che ci ha visti, di volta in volta, giocare con la Carta Costituzionale, scherzare con l’Europa, contraddire quei sentimenti di umanità, di spirito solidale che, per quanto siano nel cuore del popolo italiano, sono stati additati come un potenziale vulnus all’interesse nazionale.

Abbiamo baldanzosamente difeso il sacro suolo della Patria da uomini, donne e bambini disarmati, laceri e stanchi e non ci siamo accorti – o addirittura abbiamo aizzato – di quei sentimento di ostilità e di avversione che hanno indurito l’animo degli italiani, una volta incalzati  ad odiarsi tra loro, tra Nord e Sud, oggi chiamati a federarsi, purché in nome dell’interesse privato di ciascuno, lontani dalla consapevolezza di un interesse generale da promuovere solidalmente.

Le forze politiche, perfino quelle che ancora potrebbero alimentarsi a culture o a tradizioni popolari consolidate, hanno disarmato, hanno  abbandonato la loro funzione anche di carattere civico e di coesione sociale e si sono adattate al ruolo di truppe mercenarie al soldo del “signore” di turno, “use a servir tacendo”, ma in senso diametralmente opposto  all’eroismo dei nostri Carabinieri.

Cosicché, se da una parte abbiamo una destra che, se pur non promuove in prima persona, di fatto favorisce una dato ambientale in cui ricompaiono, in cerca di legittimazione, reminiscenze fasciste, dall’ altro osserviamo una sinistra che ha voglia di combattere solo le battaglie dell’eutanasia e dei temi di cui alla legge Zan.

Una sinistra che, con la sua impalcatura ideologica di stampo marxista, ha smarrito anche quella vocazione popolare, di cui non conosce più il linguaggio, cosicché parla e predilige quello di stampo radicale, che non appartiene alla sua funzione storica diretta a dar voce a chi voce non ha.

Sia chiaro che anche i cattolici, titolari di una antica, nobile  e pur sempre attuale cultura politica di ispirazione personalista, quindi portatori di un paradigma potenzialmente di straordinaria sintonia con il nostro tempo, non escono bene da questa trentennale vicenda: per antichi torti non ancora del tutto rielaborati criticamente, per la supina accettazione di ruoli subalterni ad altre culture politiche, per le comode seduzioni che hanno subito alla ricerca di briciole di potere, per le divisioni alimentate ad arte, per le omissioni in cui molti ancora persistono.

Eppure hanno la responsabilità di mostrare al Paese la via maestra indicata da quella consonanza tra Carta Costituzionale e Dottrina Sociale della Chiesa, che costituisce la possibile e privilegiata linea di indirizzo attorno a cui promuovere, laicamente, quella “trasformazione” di cui l’ Italia ha urgente bisogno.

Ora guardiamo con grande interesse e grande speranza all’impegno di Mario Draghi, cui, fin da queste prime ore della sua fatica, vogliamo trasmettere un monito che, a nostra volta,  abbiamo ricevuto da Mino Martinazzoli: “non ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano”.

Gli auguriamo di non intristirsi nel ruolo dell’ ”uomo solo al comando”, ma di  porsi come leader autentico, come colui che sappia suscitare e condurre quella partecipazione responsabile e corale del Paese ad una cammino di ripresa e di riscatto morale, politico e civile che, necessariamente, trova sempre e comunque nel Parlamento della Repubblica  il luogo primario  della sua affermazione.

Domenico Galbiati