Per la verità, che il PD sia o debba essere un partito “plurale” sta scritto nella sua stessa ragione fondativa. È nato in quanto tale e per essere tale. Coltivando l’ambizione di portare a sintesi culture politiche che, nel lungo decorso della prima Repubblica, si sono contrapposte duramente, ogni qual volta il Paese ha dovuto affrontare scelte dirimenti per il suo domani.
Le stesse su cui, alla fin fine, dopo decenni di maturazione e di ritardo, l‘opposizione di allora ha dovuto convenire.
Tanto per cominciare dalla scelta atlantica a quella europea. Per arrivare agli scontri sui cosiddetti “diritti civili” degli anni ’70 ed ’80. E non è tutto.
Se tale carattere originario è stato disatteso – come pare d’intendere, dato che vi sono amici che ancora ne invocano fiduciosi la tardiva comparsa, come ci ricorda Giancarlo Infante ( CLICCA QUI ) – un motivo ci deve pur essere. Vien da pensare non certo ad un qualunque incidente di percorso, cui si possa porre rimedio, riportando il PD in un bacino di carenaggio per le dovute riparazioni, ma piuttosto a ragioni strutturali e di fondo.
La politica, checché se ne dica, a volerla prendere seriamente, non è poi quel “suk” che rischia, ogni giorno, di diventare qui da noi. Ha una “ratio” più rigorosa e stringente di quanto comunemente si pensi, per cui se si prendono le mosse da presupposti culturali, valoriali, antropologici differenti, non è per niente vero che poi “tutto si aggiusta”
sul piano della prassi ed in nome di un comune interesse di potere.
L’errore fatale è stato quello di abbandonare la cultura e lo “spirito di coalizione”, a favore di una logica di “fusione” francamente aberrante. Eppure, adottata da politici raffinati che non potevano non essere consapevoli di questo svarione, per cui c’è da ritenere che, creando il PD, abbiano piuttosto inteso corrispondere a più banali interessi di bottega elettorale.
Ora basta.
Se il PD non è stato “plurale” fin qui, non può diventarlo per qualche strana congiunzione astrale. C’è un impedimento “ontologico”, che non concerne il modo, ma la cosa in sé. E se non è “plurale”, il PD è clinicamente morto, almeno in quanto alla funzione per cui era nato. Del resto, la sua tripartizione con LEU da una parte ed Italia Viva dall’altra, ne è la plastica dimostrazione.
Se si guarda all’anamnesi familiare – quella che concerne gli eventi anteriori alla nascita del soggetto – alla vittoria di Prodi nel ‘96 ed al sostanziale pareggio del 2006, sono seguiti due governi striminziti di circa due anni ciascuno.
Eppure, eravamo nel pieno fulgore dell’Ulivo. Per non dire dell’anamnesi remota, cioè del quinquennio 2013/2018, con tutto ciò che non il caso qui di ricordare. L’anamnesi prossima nemmeno è pervenuta.
E’ tempo che il PD rimetta insieme la sinistra, se ne è capace ed i cattolici-democratici si liberino da un cappio soffocante.
Certo, oggi il pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici è acquisito una volta per tutte, eppure ai credenti spetta il dovere – il dovere, prima che il diritto – di non privare il Paese, in un momento talmente complesso, dell’ apporto della cultura politica che il movimento cattolico è in grado di assicurare. A condizione di saper essere “autonomi”, cioè, ancora una volta, “liberi e forti”.
C’è’ chi, con tutta l’umiltà del caso, cioè nella piena consapevolezza del divario che corre tra la risorsa rappresentata e la vastità del compito, ci sta provando. Almeno, ad avviare il processo.
La porta è aperta. Sopra c’è scolpito: AUTONOMIA.
Domenico Galbiati