Il Pd si avvia verso una fase di rifondazione? Il dibattito finora è sembrato più condizionato dalle autocandidature ai vertici. Mentre è evidente la necessità che, per prima cosa, il partito più importante di quell’area vasta che si definisce di centrosinistra ritrovi per prima cosa un’anima. Il che significa il primo presupposto per presentare agli italiani un’idea del loro futuro.

Il partito oggi guidato da Enrico Letta non ha mai risolto il problema rappresentato dalle tante “anime” che lo costituiscono finendo per appiattirsi su una cultura politica distante dalla propria tradizione, o almeno delle sue principali componenti, quella dei post comunisti  e quella dei cattolici democratici, che per decenni, in un quadro di rispetto dei diritti e delle libertà dei singoli, si sono dedicate soprattutto al grande tema dei diritti collettivi e sociali.

E’ evidente come l’accentuazione di un impronta radicale ha posto dei problemi a gran parte di quel mondo cattolico che animato da una viva tensione ed attenzione sociale ha sempre preferito il centrosinistra in uno schema bipolare che offriva altrimenti la mera scelta della conservazione. Questo problema non appare in via di soluzione. Anzi, c’è da prevedere che la scelta finirà per cadere sull’accentuazione della linea che finora ha portato il Pd a presentarsi come il rappresentate solo di una parte del mondo progressista.

E c’è chi, al riguardo, comincia ad alzare la voce. A noi è capitato di imbatterci in quella di Monica Canalis, consigliera regionale Pd nel Piemonte, la quale così valuta su facebook la  composizione del Comitato costituente del Pd:
“- Articolo 1 rientra nel Pd senza che nessuno abbia chiesto il parere della base. Non solo. Roberto Speranza addirittura è designato come garante del processo costituente insieme a Letta. Vale a dire che il leader di un partito scissionista farà da garante alla rifondazione del nostro partito. Una roba da neuro…
– Si conferma il romanocentrismo del partito, che avevo già recentemente denunciato. I territori non sono stati coinvolti nella composizione di questo comitato. L’architettura federale del partito nato nel 2007… oggi semplicemente non c’è più. Decidono tutto a Roma, premiando la nomenclatura romana, quella che ci ha fatto perdere in questi anni.
– Per il Piemonte entrano nel comitato solo Borsotto, Damiano, Fassino, Rossomando, Saraceno, Turco. Cioè solo ex PCI. Mandato in soffitta il pluralismo interno, come se i Popolari non fossero altro che una stampella dei socialisti. Chiuse le porte alle nuove leve.
– Sono pochissimi i cattolici di peso: Delrio, Magatti, Piccoli Nardelli, Andreatta, Furlan.
– Questo comitato costituente pare più un concentrato di nomenclatura romana espressione del congresso 2019. Non si apre ai giovani e ai territori. Non ammette la responsabilità degli anziani rispetto all’attuale crisi del Pd. Sembra mirare a trasformare il Pd in un partito socialista sul modello partito socialista francese o Spd tedesca.

Non ci siamo.