Gli eventi che stiamo oggi vivendo indicano la direzione verso un mondo meno prospero, meno integrato e meno stabile. Ad emergere è ora una Cina le cui precedenze vengono date alla sicurezza nazionale, al controllo della società ed a un rigido autoritarismo.

 Facendo un rapido passo indietro, abbiamo visto il presidente cinese Xi Jinping emergere dal XX Congresso del Partito Comunista Cinese avendo ottenuto ciò che voleva, incluso un terzo mandato come segretario generale del partito, un fatto senza precedenti che ne fa l’uomo più potente della Cina dai tempi di Mao. Egli ha infatti finito col concentrare su di sé tutti i poteri, incluso quello militare.

 Riguardo il presidente americano Biden, malgrado il paese fosse scontento dell’andamento delle cose e da più di un lato si temeva un’ondata repubblicana nelle elezione di medio termine, il Partito Democratico è uscito dalla prova ben meglio di ciò che ci si aspettava. Queste  per il presidente sono dunque giornate positive, in quanto ne hanno convalidato l’azione ed i Democratici hanno perso alla Camera solo per un pugno di voti ed al Senato potrebbero forse anche ottenere la maggioranza. Si sono lasciati alle spalle un Partito Repubblicano diviso e meno sicuro di sé.

Biden è riuscito a difendere quei grandi valori che definiscono la nazione americana e nel corso dei primi due anni del suo mandato è riuscito ad ottenere una serie di vittorie legislative i cui effetti verranno avvertiti per lungo tempo. Non a caso il senatore del Massachusetts Elizabeth Warren ha detto che “questa vittoria appartiene a Joe Biden”, mentre alcuni dei suoi consiglieri in tono euforico hanno parlato di “miracolo”.

E’ in questo clima di successo per entrambi che i leader si sono incontrati al G20 di Bali conversando insieme per circa tre ore. Dato il crescente clima di tensione, sospetti e conflitti tra questi due grandi Paesi, si sono resi conto dell’urgenza di un dialogo approfondito: non sono in pochi in giro per il mondo a sostenere che sia in atto una nuova Guerra Fredda e che questa potrebbe farsi più acuta.

 Gli Stati Uniti si dovranno confrontare con una nazione che considerano l’unica capace di sfidare la loro supremazia, la sola – come aveva scritto il presidente americano – “con l’intento di rimettere in discussione l’ordine internazionale e con il potere militare, economico, politico e tecnologico per farlo”. Ormai Washington non sembra più credere che sia possibile riformare la Cina e, ai suoi occhi, Xi Jinping è un autocrate al quale è riuscito stringere la sua presa sul potere all’interno del paese e diventare un più pericoloso antagonista nel suo ruolo di avversario globale. Spetterà dunque agli Stati Uniti frenare l’avanzamento della Cina e controllarne le ambizioni militari e tecnologiche.

 La Cina reputa che la direzione degli eventi ed il tempo sono dalla sua parte; quanto all’America la sua egemonia “è la più grande fonte di caos nel mondo attuale”. Il presidente Xi Jinping si sente investito di una missione nazionalista che lo porta a trasformare il suo paese in uno Stato autoritario nel quale si vede come capo spirituale e statista visionario, custode della disciplina e del tradizionale sistema gerarchico cinese. Egli è inoltre convinto che le democrazie non siano in grado di funzionare perché troppo lente nel decidere, deboli ed il più delle volte inefficaci.

 Memore delle passate umiliazioni per mano delle nazioni colonialiste e determinato a far sì che il suo Paese non precipiti più nel caos, nel disordine politico, nelle ribellioni e non diventi preda di aggressioni straniere, Xi Jinping ritiene la Cina la sola a poter sfidare la supremazia americana: ai suoi occhi “l’Oriente è in ascesa, l’Occidente in declino”.

 Egli intende mostrare la superiorità del sistema cinese nel raggiungere grandi risultati e lui stesso considera gli Stati Uniti e le democrazie in uno stato di declino terminale: l’egemonia americana crea disordine nel mondo e la Cina deve tornare ad essere una grande potenza, capace persino di superare gli Stati Uniti.

 Il paradosso è che in più di un modo Cina e Stati Uniti si assomigliano: “la città sulla collina” contro “l’impero di mezzo”, tra il cielo e la terra e, più recentemente, la “nazione centrale”. Ambedue si sentono investiti di una loro particolare missione: per l’America si tratta di una missione provvidenziale in difesa della democrazia nel mondo esportandovi il modello americano. Quanto alla Cina, il suo presidente, erettosi a custode dell’eredità del partito e della sua supremazia, si è dato quella di restituirgli la sua grandezza e il suo prestigio per farne la prima potenza del mondo. Il suo nazionalismo si manifesta in un fervore anti-americano.

 Non diversamente dalla Dottrina Monroe che esprimeva la volontà degli Stati Uniti di esercitare il loro controllo sull’emisfero occidentale, Pechino ritiene che l’Asia appartenga agli asiatici e che, come grande potenza, la Cina deve espandervi la sua propria sfera di influenza: non vuole perciò intromissioni da parte di potenze straniere.  Queste le parole del presidente Xi Jinping nel corso del XX Congresso del Partito Comunista Cinese: “Il nostro nuovo viaggio sarà lungo e pieno di sogni di gloria in direzione di un futuro più luminoso e radioso”.

 Con nove volte la popolazione della Russia ed un’economia dieci volte più grande, agli occhi degli Stati Uniti la Cina è l’unico paese capace di far loro concorrenza. E’ già da qualche tempo che con maggiore insistenza Pechino sta pressando per una serie di richieste economiche, politiche e territoriali al punto che Washington la vede ormai come rivale e potenziale minaccia. Di fronte a questa situazione, che vi siano tensioni è inevitabile e non a caso gli scambi tra loro possono spesso assumere toni bellicosi.

 Il paradosso è che malgrado i disaccordi, vi sono anche dei valori e degli interessi che entrambi i Paesi condividono. Tra competizione, rivalità e cooperazione, hanno bisogno l’uno dell’altro: secondo il presidente cinese “un declino disordinato degli Stati Uniti risulterebbe in un disastro per noi come per l’economia mondiale. La Cina crede che un America stabile, unita e prospera sia per lei un bene, almeno per il momento”.

 Malgrado gli ideali e le speranze che avevano riposto nell’integrare la Cina nel circuito economico mondiale e nel collaborare al suo sviluppo economico, gli Stati Uniti non riusciranno a cambiarla: resteranno sempre inevitabili differenze, ma vi sono tuttavia reali possibilità di intesa e di progresso anche se è già in corso uno scontro globale. Benché Xi Jinping voglia erigersi ad alfiere di una Cina più forte e prospera, è indubbio che gli Stati Uniti dal punto di vista militare, economico, culturale e tecnologico restino tutt’ora la più grande potenza.

 L’inevitabilità della crescita cinese ci indica che stiamo entrando in un periodo nel quale sarà impossibile non confrontarci con una sua crescente influenza ed un suo maggior potere. Per l’Occidente questo significa anche che da parte del sistema politico e sociale cinese è stata lanciata una sfida morale ed esistenziale, quella di una forte alternativa alla democrazia e al liberalismo. Non sono in pochi a temere una contesa per il dominio globale che potrebbe aprire le porte ad uno scontro tra autocrazia e democrazia.

Senza menzionare la cosiddetta “trappola di Tucidide”, resta indubbio che la Cina di Xi Jinping si sta evolvendo in un qualcosa che difficilmente può confrontarsi con i regimi del passato. I risultati delle recenti elezioni di metà mandato hanno mostrato il buon funzionamento del sistema costituzionale americano: il processo democratico ha retto ed il presidente Biden ne è uscito rafforzato per via dei risultati ottenuti dal suo partito, migliori di quelli previsti.

 L’incontro di Bali con il presidente Xi Jinping ha evidenziato come nessuno dei due desideri che la competizione tra loro possa sfociare in un conflitto. Non hanno nascosto i loro dissidi riguardo Taiwan e la loro rivalità militare con quello che ne consegue. “Competeremo con vigore, ma non sono alla ricerca di un conflitto. Intendo gestire responsabilmente questa competizione”, ha detto il presidente Biden. Il suo omologo cinese ha evidenziato come “Cina e Stati Uniti debbano tenere la barra a dritta e trovare il modo giusto di sviluppare i nostri rapporti bilaterali”.

Così dicendo hanno mostrato la volontà di gettare acqua sul fuoco riguardo i rischi di uno scontro, in particolare su Taiwan, considerata il centro di più grave contenzioso. Nessuno dei due si aspettava comunque concessioni sui punti ove più maggiore è il disaccordo: l’intendersi tra loro è stata la cosa più importante, ma resta il fatto che stiamo assistendo ad un ridisegnarsi degli equilibri mondiali ed al confronto tra due nazioni che non vogliono essere seconde a nessuno.

 Con Biden gli Stati Uniti sono tornati sulla scena internazionale e la sua amministrazione, al contrario della precedente, crede nelle alleanze, nel multilateralismo e nella cooperazione con l’Europa. Tramontata la Guerra Fredda e superati gli anni del cosiddetto unipolarismo americano, resta il fatto che oramai ci si trova ad agire in un mondo multipolare, in cui la Cina ed altri avversari degli Stati Uniti chiedono di avere pari ruolo.

 Per gli americani questa è una sfida inedita e resta da vedere quale direzione daranno alla loro politica estera e a quali dei loro princìpi e tradizioni attingeranno.

 Sulla Cina resta però sempre un’incognita. Oggi appare come un monolite, potrebbe però risultare un gigante dai piedi d’argilla: il sistema che ha creato, come tutti quelli simili, ha i suoi limiti. I cinesi di oggi non sono più quelli di prima, il regime sta chiudendo le porte al mondo, il rigore della sua politica di “zero COVID” e di imbrigliare il settore privato stanno creando malumori ed irrequietezza, soprattutto tra i giovani. Se a ciò aggiungiamo la sua durezza, l’assenza di libertà, il monitoraggio dei cittadini, la violazione dei diritti umani e le difficoltà dell’economia, non si può non vedere come questo modello manchi di attrattiva. Malgrado l’indottrinamento dato dell’educazione patriottica e la riscrittura del passato, tutto ciò potrebbe un giorno minarne le fondamenta.

Edoardo Almagià