“Il partito deve pensare in quanto partito” ha sostenuto Stefano Zamagni, introducendo i lavori della Conferenza Tematica di INSIEME, anche perché non è vero che il pensiero appartenga ai cosiddetti “intellettuali”. Senonché la virtù di cui un partito deve dar prova sta nell’attitudine a transitare dalla “proposta” al “progetto”. In un contesto che oggi deve superare il classico paradigma “Stato-mercato” a favore del modello tripolare “Stato-mercato-comunità”, verso il quale ampiamente ci si orienta anche oltreoceano.

Nel segno di quella “sussidiarietà circolare” che Zamagni fa risalire concettualmente al pensiero cattolico, addirittura all’insegnamento di San Bonaventura da Bagno regio ed orienta la nostra progettualità nelle aree tematiche che ha proposto come ambiti privilegiati della nostra azione e su cui dovremo tornare.

Intanto, va detto che “programma” e “programmazione” sono parole che hanno penetrato a fondo il nostro linguaggio in ogni campo ed hanno padroneggiato soprattutto, ma non solo, nel lessico della politica. Ora, invece, a molti viene spontaneo parlare, per lo più, di “piattaforme”. E non succede a caso.

Le parole che prevalgono l’una sull’altra quasi gareggiassero ad insinuarsi nelle pieghe dei nostri discorsi, il “gergo”
che via via si adegua e si adatta a dar forma ai nostri concetti, attestano l’intuizione di fondo che, anche in modo irriflesso, attraversa il nostro pensiero. Nel nostro caso, se “programma” rinvia ad un che di strutturato e compiuto, dà l’idea di una costruzione organica, che si spiega da sé, “piattaforma” evoca, piuttosto, uno spazio reso accogliente, sia pure su un terreno impervio, perché vi possano convergere, da luoghi differenti, posizioni diverse eppure componibili, anzi tali da risultare compiute solo nella misura in cui affrontano il nodo delle polarità che le distinguono. Cioè posizioni che, anziché attestarsi nella loro orgogliosa unilateralità,  aspirano ad una mediazione con altre in un rapporto di reciproca fecondazione.

Se il “programma” ha più a che vedere con il tratteggio netto della razionalità cui aspira il tempo della modernità, la “piattaforma” è sintonica all’atmosfera un po’ nebulosa ed umbratile di una stagione che definiamo, non a caso, “post-moderna” per segnalare una successione temporale che ancora non lascia intuire la “cifra” propria della nuova fase storica in cui ci inoltriamo. Dunque, se piattaforma dev’essere, piattaforma sia e cominciamo da lì, come se arretrassimo di un passo rispetto al più solido terreno del “programma”, per tessere un discorso pubblico che permetta di delineare, in forma via via maggiormente precisa, gli obiettivi che intendiamo raggiungere e la relativa strumentazione che si rende necessaria.

Quanto più la società si fa complessa, tanto più appare risibile – a tratti, francamente comica – la postura del “decisionista” di turno che immagina, brandendo la spada di Brenno, di tagliare d’ un sol colpo il nodo gordiano delle mille difficoltà che incrociano i nostri passi. L’arte del “governare” richiede, sia pure contro ogni superficiale apparenza, ben altra versatilità. Esige l’ attitudine a comporre, da una parte uno sguardo che sappia entrare nello spessore e nella opacità’ refrattaria delle cose e degli eventi, dall’ altra una visione che raccolga, in un colpo d’occhio, il teatro operativo in cui si pone una determinata vicenda. Solo in tal modo – e sia pure faticosamente – non si smarriscono quelle articolazioni molto sottili della complessità sociale che ne impreziosiscono il quadro, né si perde per strada l’ attenzione, l’ interesse a prender parte, la criticità responsabile ed autonoma, in somma la partecipazione del cittadino alla vita civile e democratica della propria comunità.

Dalla piattaforma al programma, da quest’ ultimo ad un “progetto” che, a sua volta, rinvii ad una “visione”, la quale, per parte sua, dia conto di una antropologia, cioè di una lettura di cosa siano l’uomo, la vita e la storia. E’  in definitiva qui, nel cuore della motivazione da cui irradiano le posizioni politiche che, di volta in volta si assumono, che avviene sul serio la partecipazione. La quale non va, quindi, intesa come mero accostamento conoscitivo che corre “a latere” degli eventi, bensì quale elemento costitutivo della loro stessa “ fattualità” messa in atto. Per quanto sia didascalica, questa filiera che, per approdi successivi, dalla ricerca di una piattaforma programmatica rinvia alla radice antropologica che la giustifica e, viceversa, da questa decorre a quella, se ha chiara consapevolezza dei contenuti di ordine politico che la sostanziano, può rappresentare un importante momento di ricostruzione di quella coesione sociale di cui abbiamo bisogno, della sua valenza “popolare” , nel segno di un addensamento e di una prossimità che intraprendano la risalita dall’ inferno della società liquida.

Insomma, è la politica, nell’ accezione alta del termine, l’addensante di cui abbiamo bisogno. Intesa come quel “pensare politicamente” cui tutti e ciascuno hanno il diritto ed il dovere di accedere. Concepita come attitudine a misurarsi con quelle sfide che, fin d’ora, dal cuore inquieto del nostro tempo, lasciano intravedere la svolta epocale che progressivamente ci attrae e ci assorbe: la globalizzazione, secondo la pluralità delle sue valenze e delle sue contraddizioni; i fenomeni migratori e la formazione di società multietniche; la crisi dell’equilibrio ambientale; lo sviluppo incalzante della “tecno-scienza”; la crescita esponenziale della comunicazione e la creazione delle società della conoscenza.

Infine, non ultima, bensì orizzonte e cornice di ogni possibile prospettiva, la costruzione morale e politica di relazioni internazionali in cui il conflitto ineluttabile trovi, quanto più possibile, manifestazioni e modalità espressive che prescindano dalla guerra.

Domenico Galbiati