“La via maestra per combattere il populismo consiste nel rendere il cittadino attore politico”.

Lo sostiene Jean Luc Marion, il filosofo cattolico francese, autore di un piccolo volume che concerne quello che chiama il “momento cattolico”, in particolare del suo Paese. Volume che meriterebbe di essere riletto oggi, in controluce alla pandemia, intervenuta nel frattempo.

Come si diventa “attore politico”, non spettatore, né tifoso e neppure analista freddo e distaccato, nemmeno Ideologo pregiudizialmente chiuso nel proprio circoscritto universo mentale, bensì “protagonista” che liberamente, apertamente concorre al discorso pubblico della società plurale? Non dovrebbe essere la normale condizione di piena “cittadinanza” di ognuno? E come si passa da uno “status” all’ altro, dall’essere semplice “elettore” al ruolo attivo di chi ci si gioca nella partita politica del proprio Paese, assumendo, dunque, la precisa, personale  responsabilità che ne deriva?

Quando vivevamo in un contesto civile più coeso e strutturato, animato da grandi passioni, giocate su controversie di portata addirittura internazionale – come avveniva nell’era della “guerra fredda” – e, nel contempo, dirimenti per la vita di ognuno, la partecipazione attiva alla vita politica del proprio Paese non era, neppure allora, necessariamente scontata, eppure più facile, più “vissuta”. Veniva mediata dalle grandi forze popolari, radicate – e ciò avveniva, in verità, anche per le forze minori – non solo in una visione politico-programmatica contingente, ma piuttosto in culture organiche  e coinvolgenti che fornivano una interpretazione complessiva del mondo, della storia, della stessa concezione dell’uomo e della vita.

La stessa condizione sociale, attraverso il sindacato, le categorie professionali, le aggregazioni culturali ed i vari corpi intermedi del mondo civile, di per sé preludeva o supponeva un dato di consapevolezza politica. Di questi tempi il quadro delle appartenenze è, invece, del tutto sgranato.

Per un verso oggi non si “appartiene” o, al contrario, ognuno oscilla tra riferimenti diversi e, non a caso, viviamo una condizione cosiddetta “liquida” o, almeno, fatta di frammenti, di vissuti ed esperienze che, soprattutto, le generazioni più giovani, faticano spesso a comporre in un  quadro di maturità personologica, sufficiente a garantire capacità critica e piena autonomia di giudizio. Cosicché, ci si muove tra aspirazioni legittime ad una più marcata libertà da vincoli, costumi, abiti mentali tradizionali e consolidali, avvertiti  come  lacci di altre stagioni e,  nello stesso tempo, dentro potenti processi di omologazione di cui non sempre ci si avvede, almeno con la lucidità che sarebbe necessaria.

Sul piano politico tutto ciò attualizza e rafforza la tendenza, già di per sé forte qui da noi, a guardare con simpatia o addirittura con aperta condiscendenza all’uomo forte del momento. Questa condizione magmatica è necessariamente negativa, regressiva rispetto ad un tempo più sistematico oppure non è, a suo modo, proprio in quanto informe e plastica, tale  da consentire che si possano davvero sperimentare nuovi modelli di convivenza, modalità di relazione, processi di reciprocità più adatti al nostro tempo?

Tradotto sul piano della politica, ciò significa almeno due cose. Non possiamo più considerare la politica come appannaggio esclusivo e riserva di élites, più o meno circoscritte, comunque formate da “chierici” che padroneggiato un linguaggio autoreferenziale, esoterico ed ermetico, inaccessibile alla “gente” comune, che, proprio in virtù di questa separatezza, resta tale, anziché assumere quella fisionomia di “popolo” che abbiamo conosciuto in altri momenti della nostra storia.

Dobbiamo attivamente guardare alla politica come ad una “funzione diffusa” che, in un certo senso, va snidata dal cosiddetto “palazzo” e riportata nelle pieghe, nelle mille e mille articolazioni di una società polimorfa, plurale e complessa, cioè ricca di dipendenze incrociate tra piani e fenomeni diversi, talché si rischia di essere catturati, sia pure quasi inavvertitamente, in una rete di schemi pre-ordinati che alludono, ad esempio, al cosiddetto ”politicamente corretto”.

Ed oggi, le stesse forze politiche devono essere in grado di costruire questo percorso biunivoco: rappresentare ciò che nella società matura dentro le competenti sedi istituzionali, ma, nel contempo, riportare nel vivo della controversia culturale e sociale, temi ed argomenti per i quali ne va della vita di tutti. Insomma, si potrebbe dire, tenere insieme e contemperare un ruolo di potere ed un compito di verità.

Ciò comporta, a sua volta, che concepiamo il “fare politica” non più solo come esercizio di una competenza o di una responsabilità istituzionale, ma piuttosto come quella attitudine a “pensare politicamente” che non può e non dev’essere preclusa a nessuno. Insomma, la politica compete davvero, ben oltre il mero momento elettorale, a tutti  ed a ciascuno e, al di là, del discredito di cui  oggi soffre, va riproposta come fattore e complemento inderogabile per lo sviluppo, l’affermazione ed il pieno esercizio della libertà e della personalità di ognuno.

Ma perché questo avvenga, è necessario che vi siano  condizioni di agibilità del campo che non precludano il libero svolgimento della partita e non pretendano di prefigurarne, in più o meno larga misura, il risultato.

Va abbandonato l’ artificio di sistemi elettorali a caratura maggioritaria, che, sacrificando la rappresentanza alla governabilità, hanno inaridito la prima, senza salvaguardare effettivamente la seconda, registrando, come sovrapprezzo, l’ allontanamento dalle urne, cioè dall’ esercizio più semplice ed immediato di partecipazione alla vita politica, una parte notevolissima del Paese.

E’ sulla disponibilità ad introdurre un sistema elettorale proporzionale che restituisce ai cittadini  quella piena sovranità popolare che la Costituzione ad essi garantisce, senza che venga  taglieggiata dai partiti in un gioco incrociato di reciproche convenienze a somma zero, che misureremo, nei prossimi mesi, l’effettiva qualità delle forze in campo.

Domenico Galbiati