Negli Stati Uniti sta finendo un’epoca: quella che molti, con ironia e un filo di autocritica, chiamano “Woke 1.0”. Cioè la stagione dei diritti del singolo che ha spesso fatto smarrire al progressismo americano — e, per osmosi, anche a quello europeo — l’orizzonte dei più ampi diritti sociali. Una stagione in cui una certa visione liberista d’impronta “radicaleggiante” – che un tempo la stessa sinistra avrebbe definito “piccolo borghese” – ha finito per allontanare il mondo del lavoro e consegnare alla destra gran parte dell’elettorato cristiano.
A dirlo non è un commentatore conservatore, ma Alexandria Ocasio‑Cortez, eletta nel 14º distretto congressuale di New York, che comprende parti del Bronx e del Queens, due delle zone più popolari della Grande Mela. E la Ocasio‑Cortez è sempre stata una delle figure simbolo di quella fase politica. In una recente intervista ha riconosciuto che l’ondata di attivismo esplosa tra il #MeToo, George Floyd e le battaglie identitarie del 2020 aveva preso una piega “crazy” (pazza), e che oggi molti progressisti stanno riposizionandosi.
Il termine “Woke 1.0” è nato proprio dentro la sinistra americana, per descrivere un periodo di mobilitazione radicale che ha portato a slogan estremi — come abolire la polizia, liberalizzare i matrimoni omosessuali e l’eutanasia, — e a un linguaggio iper‑simbolico che ha finito per alienare una parte dell’elettorato. E la Ocasio‑Cortez non è l’unica a chiedere una fase di ripensamento. Nella stessa New York, il recente successo del sindaco Mandani — che ha fatto dell’impegno sociale verso i ceti popolari ed il ceto medio impoverito la cifra della sua politica — mostra che la domanda di concretezza è tornata centrale. Altri protagonisti delle teorie “woke” adesso parlano apertamente di un’epoca “strana”, segnata da eccessi e da un attivismo che ha oltrepassato la soglia dell’efficacia politica.
Oggi, mentre molte aziende ritirano programmi di “diversity” e alcuni leader progressisti correggono il tiro, Ocasio‑Cortez invita a valutare i candidati “per ciò che dicono ora”, non per gli slogan del passato. Per alcuni analisti, questa è la prova che il Partito Democratico americano sta cercando di ricostruire un ponte con gli elettori moderati, riconoscendo che il “picco woke” ha finito per offrire alla destra un’arma retorica potentissima.
Il “woke” portato agli estremi ha favorito la vittoria di Donald Trump, così come, in Italia e in Europa, ha offerto alla destra — alla Meloni, ma non solo — un calderone di slogan che hanno avuto presa anche nel mondo dei lavoratori che non si sentivano più tutelati da una sinistra impegnata soprattutto sui diritti individuali, propri del liberismo capitalista più che popolare e solidale. I movimenti neonazisti e populisti, dall’Olanda alla Spagna, dalla Germania all’Austria, hanno saputo sfruttare il combinato disposto tra paura delle migrazioni e difesa dei “valori tradizionali”.
In Italia, fu emblematico l’approccio di Enrico Letta e di Elly Schlein che, entrambi, al momento del loro insediamento alla guida del Pd, invece di rendersi credibili avanzando proposte concrete per un nuovo sviluppo e una nuova distribuzione della ricchezza, scelsero di partire dai temi LGBTQ+. Un messaggio che prometteva continuità con una cultura politica già percepita come distante dai problemi sociali, contribuendo al disastro del Pd e dell’intero centrosinistra.
Due aspetti meritano un maggior rilievo. Da un lato, come già detto, l’allontanamento dai problemi sociali e dalla tutela del ceto medio, sia sul piano economico, sia su quello della rappresentanza. Dall’altro, il centrosinistra ha perso gran parte del voto cattolico, che pure aveva fatto una scelta di campo ai tempi di Berlusconi e delle sue “cene galanti”. Per anni si è avuta l’impressione — che persiste — che la perdita dell’elettorato cattolico fosse data per scontata, come se fosse tutto traslocato a destra. Ma molte rilevazioni mostrano che una quota significativa dell’astensionismo proviene proprio da quel mondo, deluso soprattutto dalla sinistra su molti fronti: mancata applicazione della legge 194, retorica vuota sull’immigrazione, scarsa attenzione ai problemi della famiglia, e un’insistenza su temi che coinvolgono fasce molto limitate della società. Non potendo schierarsi moralmente a destra, molti cattolici hanno scelto l’astensione, oggi il più grande “partito” italiano.
Nonostante la forte secolarizzazione delle società occidentali, la difesa di alcuni valori — in particolare quelli della vita, del senso della vita, delle relazioni tra i sessi — permane. Il mondo progressista ha sottovalutato tutto questo, e così ci ha fatto finire in mano al trumpismo e a quella forma di strumentalizzazione dei sentimenti religiosi che si pensava superata in una società moderna.
Il mondo Maga (estremisti evangelici e cattolici conservatori) costituisce la reazione istintiva contro il “woke”, pur condividendo con esso una visione estrema dell’individualismo. Ma avendo motivazioni e finalità diverse, sono destinati a non trovare una sintesi. A meno che una intelligente elaborazione politica non porti ordine ed equilibrio, tenendo insieme l’homo economicus — la dimensione razionale, produttiva, materiale dell’essere umano — con l’homo spiritualis, cioè quella parte profonda che cerca senso, valori, radici, relazioni, e che persiste anche nelle società più secolarizzate.
La domanda finale è inevitabile: il mondo progressista italiano ed europeo saprà fare tesoro degli errori del passato e superare una sorta di “ubriacatura” che ha contribuito a regalarci una estrema destra tanto radicale?
Giancarlo Infante