Basta con questa storia che “lo vuole l’Europa”. Un refrain che parte da lontano. Diventato ritornello continuo soprattutto dalla nascita del Governo Monti in poi. Una delle tante diseducazioni di massa che confermano quanto sia complicato far assumere agli italiani lo spirito, un metodo, la postura, e una sostanza in grado di definirli popolo responsabile e consapevole. Una delle tante “strumentalizzazioni” utilizzate per costringerli a riconoscere quelle responsabilità che, altrimenti, non sarebbero in grado di accettare spontaneamente? Se ce lo “dice l’Europa” facciamo quello che, comunque, dovremmo fare?

Avevamo forse bisogno che fosse l’Europa a farci mettere mano ai problemi della Giustizia? Non scherziamo. E’ storicamente accertato che è proprio la mancanza di una Giustizia giusta a rendere la democrazia italiana sostanziale incompiuta.

Ieri l’amico Fonti ( CLICCA QUI ) ci ha spiegato che la qualità dell’amministrazione della Giustizia non dipende solamente dal rito che si sceglie, ma da una serie di elementi che mai si è avuto il coraggio di affrontare nella loro globalità. Così continua a restare alto il tasso di scetticismo nei confronti della possibilità che davvero ci si ingegni sulla possibilità di realizzare l’uguaglianza tra i cittadini, di garantire l’equità e la certezza di poter contare, tutti assieme, su diritti ragionevolmente tutelati a partire da quelli che sono negati vista la lunghezza e l’imprevedibilità dei processi.

Pieni di retorica come spesso siamo, non abbiamo il coraggio di dire ai nostri bambini che in questo Paese non esiste la Giustizia. Ci sono le leggi e, queste, ahimè sono interpretabili e manipolabili giacché si rifanno addirittura ai Regi decreti e si susseguono irrazionalmente fino a contraddirsi.

Avevamo allora bisogno di aspettare l’invito dell’Europa per far emergere tutte intere le nostre vergogne in materia? Palamara docet. Ma prima di lui, quante ne abbiamo viste? Ad esempio le consorterie interne al mondo della Giustizia? Magistrati, avvocati, i soloni del Diritto? Moltissimi di loro lavorano per il Bene comune. Ma le tante mele marce ce le dimentichiamo? E le pressioni degli interessi? L’incombenza della politica? L’influenza di un lobbismo non regolamentato?

L’idea di rifarsi alle richieste che vengono dall’Europa vale per tante altre cose che pesano sul nostro vivere civile. Il Debito pubblico, ad esempio. Avevamo ed abbiamo bisogno dell’Europa ( sia detto per inciso, finita la pandemia, torneremo su questo punto, speriamo non in termini ancora più stringenti) per sapere quanto dobbiamo rivedere la Spesa pubblica, il sistema fiscale e gli strumenti per difendere, nella maniera seria ed efficace, il sistema Italia?

E poi, cos’è questa storia di noi e l’Europa? Seguendo questa logica, perché lamentarci degli austriaci, degli ungheresi e dei polacchi, tanto per citare a casaccio qualcun altro che fa parte dell’Unione e che noi rimproveriamo di seguire la stessa logica? C’è un errore concettuale di fondo: noi siamo l’Europa. Solo che ne vogliamo far parte esclusivamente nella misura in cui ci fa comodo. Ragioniamo né più né meno come quelle parti della pubblica opinione, e dei politici, degli altri paesi che ritengono possa essere meglio pensare prima ad ottenere e, poi, eventualmente, e se proprio necessario, a dare. Eppure, la pandemia è venuta imperiosamente a ricordarci che nessuno, né singolo individuo, né famiglia, né etnia, né popolo, né nazione può permettersi di ragionare ed agire come se fosse un’isola. Neppure il Regno Unito, che pure isola è.

Non ci salveremo se non diventeremo adulti e non impareremo, e soprattutto non saremo conseguenti, ad assumerci le nostre responsabilità senza la necessità di essere spronati da qualcun altro a mettere, così, mano alla cosa pubblica che già da sola ci dice come appaia sempre più “nave senza nocchiero in gran tempesta”.

Intanto, che ce lo dica o meno l’Europa, siamo costretti ad andare avanti a colpi di voti di fiducia.

Giancarlo Infante