Un  giudizio storico di qui a qualche anno si esprimerà, fatti alla mano, sulla traccia lasciata nelle istituzioni dal referendum per la riduzione del numero dei parlamentari. Ed allora, potremo verificare se i difetti del parlamentarismo, cioè della democrazia parlamentare, come le cattive leggi, l’assenza di controllo sugli atti del governo, la difficoltà ormai divenuta genetica di dettare l’indirizzo politico generale del Paese, l’incedere baldanzoso degli interessi di parte nelle sedi formali, offensivo e scomposto nello stesso momento, dipendessero dal numero dei parlamentari.

Poiché il popolo referendario si è espresso liberamente, a nostra volta dobbiamo sentirci liberi di prendere una posizione chiara sulla crisi della rappresentanza, che poi è il cuore degli attacchi portati sistematicamente contro la democrazia parlamentare. E non è difficile, onestamente, comprenderne il motivo. In effetti, il Parlamento infiacchito dai partiti, che lo hanno riempito di incapaci, comunque indegni della funzione costituzionale loro assegnata, (e, sia ben chiaro, non si tratta di un giudizio morale bensì di una valutazione sul possesso e sull’esercizio di competenze necessarie a guidare la vita nostra, di noi cittadini, concreta, quotidiana, alle prese con norme piuttosto simili a manifesti sociologici che non a regole) è diventato l’organo obiettivo di ogni forma degenerativa della democrazia, in primo luogo del populismo.

Davvero, non è difficile, dando uno sguardo a ritroso ai tentativi fatti e ai tentativi riusciti di modificare la Costituzione, usare della prospettiva storica accordata al giudizio da darsi sul referendum per la riduzione dei parlamentari. In effetti, con la riforma del Titolo quinto, la più organica, quella giudicata nell’immediatezza della sua approvazione bisognosa di adattamenti (perlopiù disposti dalla nostra Corte Costituzionale), e poi via via con le incursioni annunciate, alcune radicalissime come quella di trasformare i diritti dei cittadini in interessi, altre per fortuna incorse nella bocciatura popolare, la lezione più semplice, quella più adatta alla gente comune, intuitiva, immediata, è consistita nel misurare la distanza tra un disegno organico a sostegno del patto fondativo della Repubblica, né facile né privo di asprezze, e riarticolazioni di potere  trasparenti nel loro intento di soddisfare interessi contingenti della politica dei partiti. Parliamo di cose concrete. Quelle sotto i nostri occhi intristiti dalla crisi della pandemia. Chiaro che sia particolarmente difficile l’intervento dei poteri pubblici, ma quanto è più complicato se debba scaturire da una concertazione minuta nella quale l’interesse generale non riesce a farsi strada, mentre sono offerti a interessi di parte, di parte politica, decine di strumenti interdittivi nell’assunzione delle decisioni. So che è banale dirlo, ma  occorre assumersene il rischio, il re ancora una volta è nudo. Le classi politiche, centrali, regionali e territoriali minori, tutte insieme si sono dimostrate inadeguate a guidare il Paese in una situazione così difficile. Nessuno le obbliga al risultato, in una logica neo contrattualistica che pure meriterebbero venisse loro affibbiata. Ma devono essere e sentirsi obbligati all’esercizio di un’attività che sia oltre ogni ragionevole dubbio svolta nell’interesse generale.

Cosa c’entra con il risultato referendario che ha confermato la modifica della riduzione dei parlamentari approvata dalle Camere?

C’entra! Oggi, alle condizioni istituzionali date, il popolo, presso il quale risiede la sovranità nazionale, è affamato di partecipazione autentica. La verità è che è  tenuto lontano dalla partecipazione, da una barriera fittissima di interessi che ne intercettano la volontà per farne lo strumento di potenziamento delle reti di governo della vita nazionale che sfuggono al controllo parlamentare.

È quel che è avvenuto con il taglio dei parlamentari. Superfluo ricordare le ragioni che ne hanno sostenuto il corso, perfino offensive come quella dell’ottenimento di un risparmio misurato in pochi centesimi al giorno per cittadino italiano, il giudizio da darsi è in questi termini. Allora, i cittadini hanno risposto al quesito: volete la riduzione dei parlamentari? Ed hanno risposto sì. Invero nonostante una tardiva presa di coscienza dei sostenitori del no, peraltro anch’essi attestati su motivazioni fin troppo tecniche e poco seducenti. La domanda sottostante è stata invece tenuta ben nascosta. La vera domanda referendaria avrebbe dovuto essere spiegata nei seguenti termini: intendete rinunciare ad una parte consistente della rappresentanza, della vostra rappresentanza? Perché questo è il risultato che si è conseguito, di ridurre la rappresentanza dei cittadini in Parlamento, di ridurre la loro capacità di forzare su una rappresentanza politico parlamentare forte ed autonoma, immune da ogni rischio di tentazione, proiettata esclusivamente alla mediazione, in sede parlamentare, della complessità odierna.

Sinceramente, se la domanda fosse stata “rinunciate ad essere rappresentati” il risultato con ogni probabilità sarebbe stato diverso. Ma nel tempo del populismo, non è stato difficile tanto per la comunicazione politica quanto per quella giornalistica ridossata al populismo nascondere la verità di ciò che il popolo avrebbe alla fine approvato.

Che si tratti di una tragedia istituzionale, non può essere legittimamente sostenuto. Tutti sono perfettamente consapevoli che la macchina parlamentare, ove rifornita di nuove risorse politiche, democraticamente convalidate, quantunque ridimensionata nei numeri può riprendere la centralità istituzionale assegnatagli dalla Costituzione.

Il punto è esattamente quello a cui si è pervenuti. Se vera, come è vera, la constatazione che l’uso populistico della democrazia ha chiare controindicazioni per il bene comune, per il suo formale abbarbicarsi alla legalità delle procedure, ove non si voglia dare per scontato il tramonto delle istituzioni democratiche, deve essere allestita una risposta democratica dalle forze che intendono contrastare il populismo, in quanto portatore di disvalori, di odio sociale, di ingiustizia, di violenza.

Con buona pace dei tanti professionisti dell’antipolitica, che tutto sommato si sono trovati a loro agio, in questi anni, nell’approfittare della crisi generale per apparire più di quanto essi fossero nella sostanza delle cose, si deve credere nello sforzo che è in corso in ambito cattolico. Anche qui, lo dico con nettezza di termini, deve porsi fine alla mitezza imbelle del pensiero cristiano. Il pensiero cristiano è permanentemente rivolto alla ricerca della giustizia. Non ha pause.

Certo, non è conservatore né moderato nei termini trasmessi da una certa politologia. È legato ai valori di pace, pace sociale, giustizia declinati sulla persona e per la persona. Insieme, coloro che riterranno venuto il momento di uscire allo scoperto con questi valori, potranno riprendere in mano la vita democratica del paese nelle sue istituzioni fondamentali. E lo faranno a partire da una modifica, questa sì necessaria, la modifica del regime di comportamento dei partiti che, soggetti d’ordine costituzionale, il più delle volte si mostrano come veicoli di infezione delle procedure democratiche.

Alessandro Diotallevi

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