“La ricerca della ricchezza personale è gloriosa” diceva il leader cinese Deng Xiaoping quarant’anni anni orsono, quando annunciava l’abbandono del modello economico sovietico e apriva a elementi capitalistici dentro un’economia comunista. E proprio l’edilizia era indicata tra le prime attività dove sarebbero state consentite la proprietà privata, la libera iniziativa e il profitto.

In questi giorni la finanza internazionale è in allarme proprio per ciò che sta avvenendo in Cina nel settore immobiliare.

Il gruppo Evergrande, un colosso dell’edilizia, è schiacciato da un debito di 300 miliardi di dollari ed è di queste ore la notizia che il gruppo non è in grado di pagare nemmeno gli interessi sulle obbligazioni emesse (che notoriamente è l’anticamera del default).

Per non dire del crollo del titolo nella borsa di Shenzhen e delle obbligazioni in quella di Shanghai, oltre al già intervenuto declassamento da parte della agenzia di rating Moody’s.

Viene spontaneo chiedersi se si stia per verificare in Cina ciò che è accaduto in America con il grande crollo del 2008 per effetto dei mutui “sub-prime”.  Ma non è così: la borsa di Shenzhen non è Wall Street e non ha stretti collegamenti con la finanza globale che era stata velocemente contagiata sino al crollo di Lehman Brothers e ai disastri che sono seguiti.  Se la crisi di Evergrande non verrà risolta, e non si intravede come potrebbe farlo un intervento del governo, si rivelerà di una gravità eccezionale.

Le prime vittime sono già i risparmiatori che hanno investito sul titolo   e coloro che hanno acquistato e pagato in anticipo la casa che non avranno. Poi le banche, i fondi di investimento, le istituzioni finanziarie anche internazionali, i grandi gruppi cinesi che si occupano d’altro ma che fanno finanza specialmente sul mercato delle obbligazioni. Non ultime le società del gruppo che aveva diversificato l’attività immobiliare: dall’auto elettrica al calcio.

Evergrande non è un’impresa edile più grande di tutte le altre, è un colosso da seicentomila appartamenti l’anno, noto anche per averne venduti quattrocento in un solo pomeriggio agli inizi della sua avventura.

La crisi, secondo l’implacabile legge di mercato, trova una prima spiegazione nell’eccesso di offerta rispetto alla domanda come avviene ovunque ma questo eccesso in Cina è favorito da due condizioni particolari: la prima riguarda i terreni che sono di proprietà degli enti locali, i quali traggono i loro proventi vendendoli alle imprese di costruzione; la seconda è il divieto per i cittadini di comperare case allo scopo di rivenderle.

L’attenzione è ora sul governo della Repubblica Popolare Cinese, e quindi sul Comitato Centrale del partito comunista., e ci si chiede se  Evergrande sarà abbandonata  al suo destino  o se invece assisteremo a un intervento non certo ortodosso secondo le regole della economia capitalista.

Ecco l’impatto con il mercato che non fa sconti, nemmeno nella più potente “dittatura del proletariato” del mondo e nemmeno quando si vuole dimostrare che le strutture capitalistiche della produzione dello scambio non sono prerogative esclusive delle democrazie liberali.

In ogni caso qualcuno pagherà, e da quelle parti le conseguenze per chi sbaglia non sono notoriamente limitate a quelle finanziarie.

Guido Puccio