Con un intervento su Il Corriere della Sera, Antonio Politico indica alcuni criteri “politici” minimali  che dovrebbero presiedere lo schierarsi delle attuali forze parlamentari in vista delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica.

La sostanza del ragionamento dell’editorialista del Corriere è che ” Draghi o non Draghi, il presidente venga eletto da uno schieramento ampio almeno quanto quello che oggi sostiene il governo”. Questo presupporrebbe che la coerenza divenisse un elemento caratterizzante i partiti e i leader di partito coinvolti.

E questa è una questione davvero delicata, perché parliamo di una caratteristica strutturalmente mancante nel nostro sistema politico. In particolare, carente nel corso di quella che chiamiamo Seconda repubblica la quale ha sviluppato in modo abnorme i partiti “padronali”, o comunque fortemente dipendenti dalle vicende personali di questa o quella personalità. In modo tale che è nata l’illusione sui “salvatori della Patria”, quando è stato invece dimostrato che la visione leaderistica della politica non coincide con le vere dinamiche del Paese e, non a caso, abbiamo vissuto un’alternanza fittizia ed illusoria i cui risultati sono stati quelli del precipitare italiano in tutte le classifiche mondiali che contano.

Abbiamo assistito pure all’aggravarsi del fenomeno deteriore dei cambi di casacca dei parlamentari a dispetto di tutte le illusorie promesse del sistema bipolare che si proponeva come quello che c’avrebbe fatto sapere la sera stessa delle elezioni chi avrebbe avuto l’onere del governo. Così non è stato.

Il  problema, dunque, non è quello di continuare a cercare degli accordi di vertice tra questo o quel personaggio. Bensì di rendersi conto che le condizioni della nostra democrazia richiedono degli interventi straordinari che vadano al cuore dei problemi che oggi l’Italia deve risolvere.

A partire da quelli del lavoro e dell’occupazione giovanile; del Mezzogiorno che questi due problemi li vive e li implementa più d’altre parti del Paese; della inevitabile questione istituzionale che richiama i ruoli e le responsabilità dei “poteri” dello Stato, a partire da quelli del rapporto tra politica e magistratura, tra Stato e regioni, il ruolo delle autonomie locali; del problema formativo ed educazionale delle nuove generazioni, a causa delle condizioni in cui è finita l’intera struttura scolastico – universitaria. E tante altre cose ancora che non si risolvono solamente preoccupandosi del Pnrr come se questo significasse una distribuzione di risorse da mettere a disposizione di interessi consolidati di varia natura.

La dedizione con cui sempre più compulsivamente ci si occupa del futuro del Quirinale e di Palazzo Chigi, pertanto, dovrebbe essere spersonalizzata il più possibile perché il problema non è quello di chi saranno il futuro, o la futura, Presidente della Repubblica, o Presidente del consiglio, ma in che modo sapranno assicurare l’avvio di un autentico processo di rigenerazione in cui possa riconoscersi gran parte dei 60 milioni di persone che formano il popolo italiano.

Giancarlo Infante