Al di fuori degli Stati Uniti, nessuno sa cosa sia il Gata (Gold Anti-Trust Action). E, in effetti, sarebbe un po’ come andare a Milwaukee e chiedere se siano a conoscenza dell’esistenza dell’Adusbef.

Nata nell’autunno del 1998, il Gata è un’associazione che si pone come obiettivo la lotta contro la manipolazione del prezzo e della fornitura di oro fisico da parte dei mercati finanziari. Molto attiva ma, appunto, misconosciuta. Almeno fino all’altro giorno, quando la lobby con sede in Connecticut ha ricevuto una risposta scritta da parte della Fed di New York al suo quesito: ovvero, quali banche stanno sfruttando in maniera sistematica, ormai dal 17 settembre scorso, la ” facility repo” e ” term” per il finanziamento a breve termine? Domanda legittima. Ma a quanto pare scomoda, perché nella missiva (che potete leggere qui sotto) Shawn Elizabeth Phillips, corporate secretary della filiale newyorchese della Banca centrale, comunica come quell’informazione sarà disponibile al pubblico soltanto fra due anni.

Ma non basta. Per giustificare la segretezza al riguardo, la Fed di New York fa notare che, pur cercando di abbracciarne i principi, non è vincolata al riguardo al Freedom of Information Act ma, bensì, al Dodd-Frank Act voluto da Barack Obama dopo la crisi Lehman e destinato alla tutela di consumatori e risparmiatori.

Insomma, la legge che negli ultimi undici anni è stata fatta a pezzi con chirurgica periodicità da Wall Street per tornare a operare in modalità casinò, passato il grande spavento, ora viene utilizzata come scudo dalla Fed di New York – istituzione al cui tavolo vennero decisi la morte di Lehman Brothers e i successivi salvataggi di Aig e
soci – per non rendere noti i nomi delle istituzioni finanziarie che da due mesi stanno quotidianamente affollando le aste di finanziamento a breve termine, come mostra il grafico, resesi necessarie per l’impazzimento del mercato interbancario di metà settembre.

Qualcuno potrebbe preoccuparsi, vedendo quei nomi? Qualcuno di ritenuto too big to fail si mette diligentemente in fila ogni mattina, collaterale alla mano, per ottenere il denaro a 1 giorno necessario per onorare i propri obblighi di controparte? E attenzione, perché il 14 novembre, sul sito della Fed di New York è apparso l’ennesimo comunicato di aggiornamento rispetto alla facility di finanziamento a breve termine, dal quale si evince chiaramente un mettere le mani avanti in vista delle scadenze di fine trimestre/anno, visto che oltre alle aste term a 1, 14 e 15 giorni per la
prima volta la prossima settimana si terranno operazioni a 28 e 42 giorni per un controvalore di 55 miliardi di dollari. Ovvero, aste che vedranno le proprie maturazioni andare a cadere nel 2020. Basteranno quei 55 miliardi a saziare la sete di liquidità di controparte delle istituzioni finanziaria attesa per le scadenze da onorare entro il 31
dicembre?

Tutti scommettono di no e decodificano l’ennesimo ampliamento della platea operativa della Fed di New York come un prodromo all’ennesimo allungamento tout court del “servizio di bancomat” quotidiano oltre al limite temporale prefissato oggi per fine gennaio.

Calcolando che nientemeno che una candidata alle presidenziali come Elizabeth Warren ha chiesto al Comitato finanze della Camera di rendere noto se rispondano al vero le indiscrezione di stampa (Reuters e Financial Times), in base alle quali sarebbe stata la scelta di JP Morgan di spostare in estate 130 miliardi dai propri conti presso la Fed a causare volutamente quel terremoto sui tassi ” repo”, qualche serio interrogativo pare ormai davvero legittimo.

Talmente legittimo da vedere la Fed di New York, organizzatrice di quelle aste salvavita, opporre un garbato e formale diniego alla richiesta di chiarimenti. Tutto bene? Parrebbe di no. E non solo per questo. Un altro canarino nella miniera sembra cominciare a tossire insistentemente. Lo mostrano questi due grafici, doppia faccia della
stessa medaglia. Mentre infatti Donald Trump twitta come non ci fosseun domani riguardo i livelli record infranti da Wall Street, ecco che i cosiddetti corporate insiders – tipicamente amministratori delegati, chief financial officers e membri dei boards – stanno vendendo titoli delle proprie ditte con il badile, sfruttando le valutazioni ai massimi.

Il problema è che, stando all’ultima rilevazione ufficiale compiuta da Smart Insider a metà settembre, il controvalore di azioni vendute è ormai oltre quota 19 miliardi di dollari solo negli Usa, una cifra che pone la stima per fine anno in area 26 miliardi .

Ovvero, non solo il massimo post-crisi, più dei 25 miliardi venduti nel 2017 ma la cifra più alta dal 2000, pieno delirio da bolla dot.com che vide gli insiders scaricare titoli in procinto di caduta libera per 37 miliardi di dollari. Ad esempio, perché Travis Kalanick, co-fondatore di Uber e ancora membro del board dell’azienda, dal 6
novembre scorso – giorno in cui si sono conclusi i 180 giorni di lockup – ad oggi ha venduto un totale di 711 milioni di dollari di titoli della sua creatura, 547 la scorsa settimana e altri 164 in quella appena conclusa? Certo, continua a detenere un pacchetto pari al 4,2% delle quote e con un controvalore da 1,9 miliardi di dollari ma ne ha venduto, in fretta e furia, oltre un terzo in meno di dieci giorni, appena avuta l’occasione: come mai?

I conti di SoftBank preoccupano più di quanto non sembri? Oppure il-42% registrato dal titolo Uber nelle ultime 20 settimane parla una lingua che i tweets di Donald Trump riescono a silenziare solo in parte?

Se poi tutto è così roseo, con la Fed di nuovo attiva e la Casa Bianca certa che Wall Street sia pronta per un rally senza precedenti, cosa sanno i dirigenti delle aziende quotate che gli altri comuni mortali ignorano? In compenso, Fidelity, gestore di investimento leader negli Usa, sembra aver intuito qualcosa. Perché con mossa senza
precedenti ha avvisato ufficialmente i suoi clienti della generazione baby boomers, ovvero i nati fra il 1944 e il 1964, di darsi una calmata con la detenzione in portafoglio di titoli azionari, visto che oltre il 33% dei clienti di quella fascia nell’ultimo trimestre ha pesantemente superato il livello di esposizione consigliato da Fidelity per evitare rischi eccessivi.

E stiamo parlando di qualcuno che sulla vendita di quei titoli e sulla gestione dei portafogli, ci campa, quindi che certamente non parte da un principio cautelativo nei consigli. Certo, chi ha cominciato a scommettere sulle equities ai minimi una decina di anni fa e ha cavalcato tutti i rallies della Fed e del Qe globale ha fatto fortuna, ora però è il momento di calmarsi. “Al fine di non incorrere in rischi non necessari, in caso di turbolenze sul mercato”, scrive Fidelity ai clienti. Scrupolo? Sussulto di coscienza? Oppure timore di cause legali o, peggio, reazioni stile Un
giorno di ordinaria follia?

Resta un fatto: perché ora, quando il mercato sembra appena decollato per una nuova, lunga e felice luna di miele con i rialzi? Una risposta, indiretta ma figlia legittima dell’aria che tira nella Real America, arriva da questi ultimi due grafici, drammaticamente stonati rispetto alla narrativa trumpiana. Il primo mostra come il CCI (Consumer Confort Index) di Bloomberg negli Usa sia appena precipitato al minimo dal 2008, ovvero dal crollo di
Lehman Brothers, nelle ultime tre settimane.

Insomma, mentre Wall Street faceva faville, l’americano medio e i suoi consumi lanciavano un colossale grido d’aiuto. Il tutto, calcolando che l’economia statunitense si basa ancora oggi al 70% proprio sulle spese personali.

E anche l’ultimo grafico ci riporta direttamente al periodo buio della grande crisi finanziaria, per due motivi. Primo, ecco tornare i famigerati subprime, questa volta declinati sotto forma di acquirenti a rate e con il credito al consumo di automobili e non mutuatari di immobili. Secondo, ecco tornare una lettura talmente negativa che per trovarne
una comparabile occorre appunto andare indietro di un decennio, per l’esattezza al terzo trimestre del 2009. Si tratta della ratio percentuale di mancati pagamenti oltre i 90 giorni rispetto al totale dei prestiti erogati per acquisti di autovetture: quel 4,71% si piazza solo 56 punti base al di sopra del picco (in negativo) registrato nel quarto trimestre
del 2010.

 


Peccato che all’epoca il contesto generale era quello di un Paese che cercava di ripartire dalle macerie di Lehman e sguazzava nei licenziamenti di massa e nella disoccupazione a doppia cifra: oggi, dati ufficiali alla mano, il tasso dei senza lavoro è al minimo dai good old days del 1969.

Cosa non torna nella narrativa ufficiale? Ma, soprattutto, se il mercato del lavoro dovesse entrare in spirale ribassista o, peggio, il Paese flirtare con la recessione, cosa accadrebbe a quella percentuale e al castello di carte su cui si regge l’intero schema Ponzi del credito al consumo di massa e del rating di credito nuovamente allegro? Sicuramente, solo
domande ipotetiche. E pessimismo senza costrutto.

Mauro Bottarelli

Pubblicato su Business Insider