Negli ultimi anni, forse decenni, la formula “partito” non suscita più entusiasmi. Al contrario, tranne rare eccezioni, per lo più evoca diffidenza, rifiuto se non addirittura disprezzo. Spesso, anche tra amici, vedo subito storcere il naso alla sola  pronuncia della parola “partito”. In quel nome sembra condensarsi quanto di peggio negli ultimi quarant’anni abbiamo visto e subito: disonestà, affarismo, corruzione, illegalità, collusione mafiosa, centralismo burocratico, lontananza e distacco dai cittadini, fino alla formazione di una vera e propria “casta” separata dalla società civile.

Perciò, anche nelle migliori disposizioni morali e intellettuali, il partito, con tutto il suo portato di cerchia ristretta, accolita di privilegiati intenta a trafficare per e con il potere politico, evoca qualcosa di negativo che sembrerebbe avere a che fare con il suo stesso significato etimologico: “essere parte”.

Allora, si tratta di sciogliere il nodo dell’ambiguità insito nel suo stesso nome. In altri termini, dovremmo interrogarci sul ruolo del partito politico, pensato e voluto dai nostri costituenti come libera formazione sociale che ha il compito di mediare tra le legittime aspirazioni/interessi dei cittadini e le altrettanto legittime istituzioni giuridiche repubblicane garanti, appunto, dello stato di diritto. Insomma, è giusto che il partito sia concepito come “parte” di un tutto? E come dovrebbe essere inteso questo “prendere parte”, questa “partecipazione” alla più ampia società civile e politica? Nella risposta a questa domanda si gioca tutta la ricchezza e la positività della cosiddetta “dialettica politica”, o meglio, dell’arte politica della contemporanea affermazione/com-posizione delle parti, che dovrebbe caratterizzare una convivenza autenticamente democratica.

Infatti, da un lato è corretto intendere il partito come porzione di un intero in quanto di per sé non è in grado di rappresentare, e tanto meno di esaurire, il “tutto” della più ampia società civile e politica. Nessun partito, per quanto grande e capace, possiede la prerogativa di rappresentare l’intero e chi pretende di possederla, o ha raggiunto legittimamente un consenso unanime (cosa finora mai accaduta), oppure mira a un potere totalitario che lo esclude automaticamente dal gioco democratico e quindi dalla legittima partecipazione alla competizione politica ed elettorale per la rappresentanza e il governo del Paese. Tra l’altro, un partito che ha sposato la centralità della persona, da considerare e trattare sempre come fine e mai come mezzo, sa che solo in essa può realizzarsi quella speciale sintesi armonica tra singolarità (irripetibilità) e universalità (validità), che invece manca agli altri enti (naturali, logici, sociali e artificiali) la cui essenza è sempre definita all’interno della logica che si stabilisce tra individuo e genere, tra parte e tutto. In tal senso, anche il migliore partito e il miglior Stato non potranno mai essere concepiti e vissuti come fini, ma sempre e soltanto come mezzi al servizio dello sviluppo integrale della persona.

Dall’altro lato, è altrettanto legittimo e auspicabile che il partito si costituisca come formazione dedita alla coltivazione e alla realizzazione dei propri valori/interessi. Ma bisogna subito aggiungere una condizione fondamentale, cioè che questi valori/interessi non siano autoreferenziali, che il partito non viva la propria identità come un fine in sé da perseguire e difendere a tutti i costi con le unghie e con i denti, identità esclusiva che gli impedirebbe di entrare in un dialogo costruttivo, certamente concorrente e vivace, con le altre “parti” che compongono il “tutto” della società civile e politica. In altre parole, la legittima appartenenza a una parte, portatrice di ideali, valori e interessi, non deve sottostare alla monologica dell’appartenenza, che è fine a sé stessa, puro agire strategico (non comunicativo) finalizzato alla massimizzazione del consenso in funzione dell’acquisizione del potere, qui inteso come pura autoaffermazione e dominio di sé e non come positiva capacità (to be able) di pensare e agire politicamente per trasformare, per quanto è possibile, la realtà con le altre parti concorrenti. Il superamento della monologica dell’appartenenza avviene solo per volontà politica, non c’è regola o legge che tenga!

Il consenso, termine positivo e qualitativo che nella logica dell’agire comunicativo esprime il medium (mezzo), la via, il metodo per raggiungere il telos (fine) dell’intesa possibile tra persone e soggetti diversi in dialogo su determinati oggetti o argomenti, nella logica dell’agire strategico (finalizzata al successo di parte) perde il significato originario di ricerca e metodo del con-senso (condivisione di senso) per acquistare quello prevalentemente negativo e quantitativo di acquisizione di forza (mediatica, elettorale, politica, ecc.) da incrementare continuamente e da opporre, appunto, nei rapporti di forza con le altre “forze” politiche per la conquista e il mantenimento del potere (= dominio). Da mezzo positivo, “ideale regolativo” per la realizzazione delle idee e dei progetti politici, il consenso si trasforma così in qualcosa che diventando fine a sé stesso si negativizza perché tradisce la sua funzione di servizio. Ecco che allora, la positiva e legittima ricerca del consenso come mezzo/metodo per realizzare la più ampia intesa comunicativa (sia all’interno del partito sia tra i partiti concorrenti), si rovescia nella ossessiva e compulsiva ricerca del consenso elettorale. Da qui la dipendenza patologica dei partiti dai sondaggi elettorali e la loro volontaria sottomissione a quella che potremmo definire una vera e propria “dittatura del consenso”.

Il consenso buono, se così si può dire, è un contenuto che nasce dalla bontà del metodo perché il bene (contenuto) si realizza solo attraverso una modalità (metodo) coerente ad esso, altrimenti avremmo l’affermazione di un contenuto che è vero solo astrattamente in quanto negato nella modalità pratica (“predicare bene e razzolare male”). La coerenza tra contenuto e metodo è la legge suprema della politica che vuole davvero realizzare il bene comune.

Il metodo del consenso è buono perché paradossalmente interessato, cioè attento a ogni ragione, e disinteressato, cioè aperto a tutte le ragioni. O meglio, attraverso il disinteressato scambio di ragioni e posizioni, ha come suo unico interesse l’affermazione dell’argomento migliore attraverso la com-posizione delle differenti posizioni, la ricerca delle soluzioni più avanzate ai problemi della polis attraverso l’integrazione delle singole proposte, soluzioni che è possibile trovare insieme solo avendo a cuore il merito delle cose, la loro verità considerata e valutata in sé e per sé e non in funzione di altro (consenso negativo come acquisizione di forza).

E allora il consenso buono si ottiene frequentando quotidianamente la società civile, stando tra le persone, con le loro ansie, difficoltà e speranze. Ma per far ciò, per conoscere e migliorare da cittadini e con i cittadini il nostro ethos (costume) e contestualmente cambiare le regole del gioco, non basta essere solamente un partito, che rischia di sclerotizzarsi (indurirsi) nella propria infantile autoreferenzialità, così come non è sufficiente restare solo un movimento, che subisce il fascino adolescenziale dello spontaneismo protestatario che non diventa mai pro-getto. Occorre diventare un partito in movimento, cioè una comunità di persone in costante cammino, capace di condividere i problemi, conoscere le aspirazioni, ascoltare e portare nella società politica, mediandole e articolandole, le energie nuove, le critiche e le proposte dei cittadini, i quali conoscono la realtà perché la vivono direttamente e quotidianamente. Infatti, solo chi vive in prima persona la densità, l’unicità e spesso la drammaticità dei problemi è portatore di una storia e di una sensibilità che nessun esperto è in grado di conoscere, anche se ha bisogno del “sapere esperto” del tecnico e del politico per affrontare e risolvere con competenza, perizia e senso della giustizia tali problemi. È vero che ci sono problemi che hanno origine sistemica e che devono essere affrontati e risolti con logica e tecniche sistemiche, ma è anche vero che la complessità di questi problemi, con tutto il loro carico di sofferenza, ha sempre a che fare con le storie e i vissuti delle persone, che pertanto non possono non essere ascoltate.

Un partito incapace di praticare la politica dell’ascolto e di essere poi il tramite fecondo tra la società civile e quella politica per affrontare e risolvere con competenza e visione d’insieme i problemi del Paese, non è un partito in grado di pensare e agire politicamente per il bene comune. In questo senso, la scelta del radicamento territoriale del partito non è tanto o solo una questione organizzativa, ma una questione strategica, e quindi eminentemente politica.

Parafrasando il “ferratissimo” Lucio Magri, un cattolico poi diventato comunista, potremmo di nuovo con entusiasmo desiderare “un partito che non sia coscienza separata, né puro riflesso dell’autonomia del movimento, ma teoria, progetto politico” ispirato ai principi etici cristiani e universali, e memoria delle grandi lotte popolari che hanno fatto l’Italia.

Giorgio Rivolta