Nei giorni scorsi il “Corriere della sera” ha dato ampio risalto alla cosiddetta “questione” dei cattolici in politica, grazie agli interventi di Andrea Riccardi e di Ernesto Galli della Loggia. Il primo ha sottolineato le tappe che hanno condotto la rappresentanza politica dei cattolici dall’esperienza sturziana e democristiana all’irrilevanza di oggi; di fatto, fornendo il dettagliato resoconto di un funerale. L’irrilevanza della rappresentanza politica dei cattolici, organizzati in un partito, ha conosciuto un lento, ma incessante, procedere. La fine di quell’esperienza ha prodotto una diaspora che non cenna a ricomporsi e che oggi appare anche ampiamente teorizzata. Un resoconto rapido, ma esatto, dell’agonia e della scomparsa dell’intellighenzia cattolica sulla scena politica del nostro paese: questo è quanto ci racconta Andrea Riccardi nel suo articolo “La questione cattolica. Una centralità da ritrovare” del 18 agosto.

Sullo stesso argomento è tornato Ernesto Galli della Loggia il 28 agosto con l’articolo “L’eclissi cattolica in politica”. Galli della Loggia prende atto dell’impossibilità che la diaspora dei cattolici in politica possa trovare una ricomposizione unitaria, anche in considerazione del fatto che le istanze identitarie, cosiddette “non negoziabili”, sembrerebbero aver perso peso specifico e sul resto i cattolici è del tutto legittimo che propongano risposte differenti. Intorno a tali risposte potrebbero nascere proposte diverse di tipo partitico.

Presenti ovunque e inefficaci dappertutto: questa è stata ed è l’agghiacciante situazione dei cattolici (persone anche bravissime e di prim’ordine) impegnate nei diversi partiti negli anni della diaspora, seguita all’implosione del loro partito di riferimento: la Dc. Accampati in tende, nelle differenti formazioni politiche, il loro destino si è sostanzialmente risolto in vassallaggio, con magari “diritto di tribuna”.

È stata un’operazione lungimirante soffocare e spegnere la speranza della nascita di un partito “di” cattolici che a Todi sbocciava attorno ad una serie di proposte e di progetti elaborati alla luce della dottrina sociale della Chiesa, del pensiero di Sturzo e dell’economia sociale di mercato?

Non ci sono davvero ragioni per respingere la resa di quanti, rassegnati, da tempo non si stancano di ripetere, appestando l’aria di anestetico, che quello che resta ai cattolici è un compito esclusivamente prepolitico e che solo ad “altri” spetti fare politica?

Ci si appella alla libertà di ogni singola coscienza per dire che i cattolici possono votare per qualsiasi partito, senza doversi intruppare in un unico partito “dei” cattolici. Certo, ma è anche una libera scelta di libere coscienze quello di tentare di costituire un partito “di” cattolici, ansiosi di contribuire alla migliore soluzione dei problemi più urgenti del paese.

Senza un partito politico il destino dei cattolici non potrà non risolversi in una sostanziale irrilevanza o in un inevitabile vassallaggio.

C’è un mondo cattolico sano, generoso e responsabile – si pensi alla Caritas, alla Sant’Egidio, alla San Vincenzo, al Banco alimentare, alle varie organizzazioni di volontariato – senza del quale il nostro paese collasserebbe e che è sostanzialmente e irresponsabilmente escluso dal sistema dell’informazione. Chi rappresenta questo mondo fatto di scuole cattoliche, di oratori e di tutti i servizi pubblici che i cattolici quotidianamente svolgono? La truppa – sempre comunque estesa – non ha mai disertato, ma ha atteso invano uno stato maggiore.

Dario Antiseri e Flavio Felice