Il modo più schietto per misurare l’autonomia che rivendichiamo dalla destra e dalla sinistra è anche quello di saper dire “pane al pane, vino al vino”. Senza reticenze e pruderie, come se dovessimo preoccuparci di non spiacere agli uni o agli altri. In sostanza, anche chi non condivide nulla, ma esattamente nulla della destra, può leggere volentieri la lettera al Corriere di Giorgia Meloni, condividerne parecchi spunti, ritenerli contraddittori con l’impianto complessivo del suo progetto politico, convenire circa l’opportunità di distinguere tra il campo della “reazione” e quello della “conservazione”, circa le questioni di ordine antropologico. Ritenere, altresì, che, in ordine ai temi che attengono il nascere ed il morire, l’ atteggiamento “conservatore” neppure dovrebbe essere un fattore di divaricazione tra forze politiche, pur di diverso orientamento.

Anzi, come spesso succede, anche in questo caso, il linguaggio rischia di tradirci. Infatti, qui neppure si dovrebbe parlare di “conservazione”, come se fossimo di fronte ad un patrimonio di valori superati che, a tutti i costi, si volessero trattenere, al di là del loro tempo storico, contro ogni logica di “progresso”. Si tratta, piuttosto e semplicemente di riconoscerli ed accoglierli come originari, fondativi, connaturati a ciò che, ontologicamente, è l’uomo. Non a caso, del resto, finché è esistito un “popolo di sinistra”, su questi temi era difficile – ad esempio, nelle fabbriche del Nord dove lavoratori comunisti e democristiani lavoravano fianco a fianco – trovare una distinzione di orientamenti.

Per molti, fin dai referendum sul divorzio e sull’aborto, il fatto di adeguarsi alle tesi radicali, era un atto di fede dovuto alla “intellighenzia” del partito, quindi una concessione all’ideologia, un concorso alla battaglia politica, più che una convinzione interiorizzata, a fronte del proprio vissuto, esperito in tutt’altra forma. Né si capisce perché la sinistra non comprenda come la difesa dei valori fondativi della nostra comune umanità, sia essenziale anche per la promozione di libertà e giustizia sociale. Neppure si comprende perché debba regalare alla destra questo intero campo, in fondo a dispetto della sua stessa componente di area cattolica. La quale, d’altronde, non trova, nei credenti che pur vi sono nella classe politica-parlamentare del PD, punti di riferimento, su tali tematiche, se non poco o nulla incidenti, sostanzialmente inerti e rassegnati alla prevalente cultura radical-individualista che ispira il partito, cui la componente “popolare” avrebbe dovuto recare quel supplemento di attenzione e di sensibilità che non c’è o, se c’è, non si vede.