Si addensano nubi nerissime all’orizzonte per SoftBank. Talmente scure e minacciose che qualcuno, a mezza bocca, si lascia sfuggire la formula più abusata ma anche temuta sui mercati: la holding giapponese, infatti, potrebbe rivelarsi il “cigno nero” in grado di scatenare una nuova crisi stile 2008. Una cosa appare certa, già da ora: una concomitanza di eventi rende assolutamente calzante la metafora della tempesta perfetta in formazione.

La punta di diamante del gigante dell’investimento nipponico e del suo Vision Fund, ricettacolo di unicorni globali, ovvero Uber, ha infatti subito un colpo che potrebbe rivelarsi mortale: la municipalità di Londra, su ordine diretto del sindaco Sadiq Kahn, ha infatti comunicato la sua decisione di non rinnovare – e, anzi, revocare – la licenza al servizio di auto a noleggio con conducente, a causa di “serie di abusi e conuna dotte scorrette riscontrate fra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, in grado di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini londinesi che utilizzino la app e le sue autovetture. Un qualcosa che è in contrasto assoluto con la mia proprità numero uno come primo
cittadino”.

Insomma, autisti senza licenza e con curriculum non in linea con i requisiti richiesti e indispensabili per fornire ciò che, nei fatti, è un servizio pubblico alla cittadinanza. E Uber sarebbe direttamente responsabile, poiché proprio i cambiamenti apportati al sistema di identificazione avrebbero permesso a decine di autisti non autorizzati di
caricare le loro fotografie su account ufficiali del gruppo: si parla, almeno stando alla denuncia di Transport for London, di circa 14mila corse abusive in meno di otto mesi. Uber ha immediatamente bollato la decisione come “sbagliata” e annunciato ricorso entro i 21 giorni previsti dalla legge britannica ma il titolo, nelle contrattazioni premarket, lasciava sul terreno circa il 6%.

Anche perché perdere Londra significa non solo dire addio al mercato urbano più fruttuoso d’Europa ma, anche, aprire il fronte a un possibile effetto emulativo da parte di altre città, i cui sindaci potrebbero scegliere il principio del “prevenire è meglio che curare“, operando un giro di vite e controlli più stringenti sull’operatività del servizio. E, nel dubbio, intervenire con provvedimenti restrittivi o interdittivi.

Una mossa che, ironia della sorte, è arrivata a pochi giorni dalla presentazione in pompa magna da parte di Uber del suo servizio di video e audio-registrazione interna delle corse, testato in Texas e destinato a dirimere sul nascere ogni controversia, visto che la polizia avrebbe immediato accesso ai filmati relativi a quanto accaduto all’interno dei
veicoli durante tutto il servizio. E alla luce della performance post-Ipo del titolo e di quanto accaduto – apparentemente come un fulmine a ciel sereno – in queste ore in Gran Bretagna, sorgono nuovi interrogativi sul
fatto che, appena terminato il periodo di lock-up autunnale, uno dei fondatori di Uber e membro del board, Travis Kalanick, al 6 novembre scorso avesse già liquidato in due tranche 711 milioni di titoli in suo possesso.

A oggi, quella cifra ha superato con la terza ondata di vendite il miliardo di dollari, su un pacchetto totale di 1,6 miliardi. E questo grafico Smart Insider/Financial Times ci mostra come il trend sia assolutamente generale nel

comparto dei cosiddetti insiders delle grandi aziende Usa, il cui livello di vendite di azioni sta per raggiungere il record assoluto toccato subito prima dello scoppio della bolla tech del 2000. Solo una coincidenza? Forse no, visto
che nel caso del titolo di Uber si parla di un -43% di valutazione post-Ipo e di una vendita da parte di Kalanick al minimo storico di circa 25,5 dollari per azione. Di più, nella 24 ore di contrattazioni seguite al termine del lock-up, fra il 5 e il 6 novembre, le vendite in generale hanno fatto calare la capitalizzazione di Uber di 2 miliardi di dollari: trattasi di fuga a gambe levate dal ponte del Titanic, qualsiasi sia il prezzo che si strappi per un passaggio sulla scialuppa.

Ma come già detto, la questione più in generale riguarda a livello piramidale la casamadre di controllo degli unicorni come Uber. Ovvero quella SoftBank che, in contemporanea, deve fare i conti anche con i nuovi guai di WeWork, i cui ultimi sviluppi societari sono tutti concentrati e sintetizzati in questi due grafici Open DataSet Bloomberg


A fronte dell’annuncio di un taglio della forza lavoro occupata del 17% a livello globale, proprio a seguito del “salvataggio” da 8 miliardi di dollari operato a inizio mese dal primo azionista SoftBank, il bond con maturazione 2025 della società di co-working sul finire della scorsa settimana ha toccato il minimo storico a livello di prezzo,
scendendo sotto quota 70 centesimi sul dollaro.

Tradotto, si viaggia spediti verso il 20% di rendimento. Ulteriore traduzione: default assicurato, in caso SoftBank non intervenga ancora con capitale fresco. Ed ecco il nodo principale. La holding giapponese, infatti, sta replicando
il proprio schema speculativo lanciando il Vision Fund 2, ovvero un ulteriore veicolo di investimento e acquisizione da 100 miliardi di dollari. Il quale, almeno stando alle indicazioni offerte il 6 novembre scorso da Masayoshi Son agli investitori, baserebbe tutte le proprie chances di nascita sull’impegno del Public Investment Fund (Pif) saudita, già primo azionista del Vision Fund originario. Il principe saudita, Mohammed bin Salman, ha recentemente dichiarato al Financial Times che la sua intenzione  sarebbe quella di offrire altra fiducia a Son, sborsando i 45 miliardi in 5
anni attesi dalla holding nipponica ma che, al contempo, “i miei consiglieri stanno chiaramente dicendomi di desistere dal farlo, sto subendo molta pressione al riguardo”.

In realtà è chiaro che ogni decisione di investimento da parte saudita sia ora legata all’Ipo del 3% di Aramco prevista per dicembre e in progress fino ad oggi sotto auspici tutt’altro che rosei, visto che lo stesso principe ha ceduto e abbassato la valutazione del colosso energetico da 2 trilioni di dollari a 1,5-1,7. E Ryad necessita immediatamente di liquidità, proprio per finanziare il piano di riforme e investimenti Vision 2030 lanciato da Mohammed bin Salman nel 2016 e utilizzato finora come grimaldello per scalare posizioni di potere interne.

E se quella che doveva essere l’Ipo del secolo, si rivelasse un fallimento o comunque una delusione, davvero il Pif sarebbe disposto a sborsare altri miliardi per le avventure avanguardiste di Masayoshi Son, a fronte delle
performance di Uber e WeWork, i due presunti cavalli di razza della scudera Vision Fund?

Ecco, quindi, un potenziale concatenarsi di eventi che – in caso trovassero tutti epiloghi negativi – potrebbe davvero dar vita alla tempesta perfetta sui mercati, al potenziale “cigno nero”. In primis, congelando del tutto il mercato delle Ipo e ridimensionando di molto le pretese degli unicorni rispetto agli investimenti attesi: a quel punto, anche le valutazioni potrebbe sgonfiarsi come un sufflé mal riuscito. E dar vita a vendite di massa, hedge funds in testa. E questo ultimo grafico relativo al processo svalutativo del market cap di WeWork da 42 miliardi a meno di 8 miliardi

in poche settimane a ridosso dell’estate – evento legato a conti disvelatisi come fallimentari, al punto tale da portare
all’annullamento dell’Ipo -, pare imporsi come monito a tutti coloro ripongano fiducia cieca nelle facoltà quasi taumatirgiche della Fed.

Il rischio “palla di neve“, se innescato, tende a cogliere quasi tutti con la guardia abbassata. A quel punto, come si mormora sempre più insistentemente, solo un salvataggio diretto di SoftBank da parte della Bank of Japan, potrebbe evitare l’effetto domino globale. Conconseguenze di sistema, però, difficilmente preventivabili e quantificabili.

Mauro Bottarelli

Articolo pubblicato da Businnes Insider

About Author