Autonomia, competenza, nuova classe dirigente devono rappresentare i capisaldi della nostra azione.
Anzitutto, perché autonomi? Dopo trent’anni o poco meno di diaspora e di presenze sgranate a destra ed a sinistra in condizioni di subalternità culturale e di sostanziale insignificanza politica.
“Autonomia”, per definizione, significa che non ci identifichiamo in ragione delle posizioni altrui. Non siamo assimilabili asetticamente ad un ruolo di centro, di forza moderata a prescindere o circoscritti e limitati al compito di interpreti della domanda politica del ceto medio. Dunque, non ci collochiamo nel panorama politico attuale secondo un disegno astratto, meccanico, geometrico, ispirato ad una obbligata e simmetrica equidistanza dall’una e dall’altra parte.
Ci riconosciamo, al contrario, nel concetto degasperiano di “coalizione”. Assumiamo  un metodo ed un orientamento che hanno il pregio di tenere insieme, senza contraddizione, costanza e coerenza dell’ indirizzo politico e flessibilità della sua traduzione. Infatti, “autonomi” non significa  “autoreferenziali”.
Nel suo bellissimo intervento all’assemblea di quelli del Manifesto di sabato scorso a Roma ( CLICCA QUI ), Nicola Graziani ha detto, in modo giusto ed opportuno che ci poniamo come “alternativi” alla sinistra ed “antitetici” alla destra xenofoba e truce, antieuropeista ed illiberale che è cresciuta nel nostro Paese.
Vanno chiariti, in premessa, due punti.
Innanzitutto, il criterio stesso della nostra autonomia ci indica l’opportunità che i due termini non vadano riservati alla destra piuttosto che alla sinistra, entrambe assunte solo in quanto definizione di due schieramenti contrapposti sul piano politico. Piuttosto, anche a vasti campi tematici ed alla valutazione che ne danno dall’una parte e dall’altra.
“Alternativi” non vuol dire solo diversi, bensì opposti ed incomponibili; significa inconciliabili in quanto ascrivibili a categorie culturali di base francamente differenti.
“Antitetici” lo diciamo di due posizioni non solo abissalmente lontane. Si muovono su due piani diversi e paralleli. Cosicché, per quanto dovessero trovarsi in qualche modo contigue o meglio sovrapposte, non riuscirebbero neppure ad interloquire perché non c’è un linguaggio comune che lo consenta.
Noi ci muoviamo nel solco degasperiano, ma è opportuno chiarire puntualmente questi concetti, onde evitare che si affaccino equivoci o interpretazioni errate che, ad esempio, in ordine ai due termini in oggetto, quà e là sono comparse.
In altri parole – per andare ad un esempio esaustivo – nei confronti della sinistra laica ci poniamo come “alternativi”
anche, anzi soprattutto, in ordine ai temi eticamente sensibili. Quando la sinistra si mostra radicale e “laicista”, cioè aprioristicamente ostile, ottenebrata da un pregiudizio ideologico incoercibile, si cade nella inconciliabilità delle posizioni, in quanto perfino la spazio dell’argomentare “contro” si vanifica.
Al contrario, a destra – per quanto sui temi , ad esempio, ancora una volta della vita, certe posizioni possano addirittura essere condivise e comuni – non possiamo, invece, che essere “antitetici” a comportamenti e ad indirizzi politici che si spingono a compromettere valori morali e civili di fondo su cui è costruita la democrazia.
In ogni caso, anche in questa direzione non disperiamo. Conosciamo, perché’ l’ abbiamo vissuta sul campo della “prima repubblica”, la straordinaria forza pedagogica e di “conversione” anche nei confronti delle posizione pur estreme, che è in grado di esprimere una dura, tenace, ferma e coerente difesa della democrazia e dei valori costituzionali.
Domenico Galbiati
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