La questione irachena, alla luce degli avvenimenti di questi giorni, merita di essere letta non semplicemente come la conclusione di una missione militare, ma come l’apertura di una fase nuova e assai più incerta della storia dell’Iraq contemporaneo. Il 30 settembre 2026 gli Stati Uniti hanno completato il ritiro delle proprie forze dall’Iraq e la coalizione internazionale ha formalmente concluso la missione militare di Operation Inherent Resolve nel Paese. La missione che aveva avuto origine nel 2014, quando lo Stato islamico aveva conquistato Mosul e una parte consistente del territorio iracheno, lascia ora il posto a una relazione bilaterale di sicurezza tra Washington e Baghdad. Il governo di Baghdad può dunque presentare il passaggio come una restituzione della sovranità nazionale.

ISIS sconfitto territorialmente, non eliminato

L’ISIS è stato sconfitto come esercito territoriale, non necessariamente eliminato come organizzazione clandestina. Il califfato proclamato da Abu Bakr al‑Baghdadi nel 2014 è scomparso; Mosul è stata riconquistata nel 2017; ma una struttura terroristica può sopravvivere come rete clandestina. Le Nazioni Unite continuano infatti a considerare lo Stato Islamico una minaccia internazionale.

Il Kurdistan e la perdita dell’intelligence americana

Il ritiro americano assume un significato particolare nel Kurdistan iracheno. I Peshmerga hanno beneficiato per anni dell’intelligence, dei droni e dell’addestramento della coalizione. La perdita di tali capacità rende la regione più vulnerabile sia all’ISIS sia alle conseguenze della guerra regionale tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Il monopolio della forza e il ruolo delle milizie

La nascita delle Forze di Mobilitazione Popolare nel 2014 ha creato una mobilitazione armata senza precedenti. Dentro questo contenitore confluirono organizzazioni diverse: alcune legate all’identità nazionale irachena, altre vicine all’Iran. Con il tempo, una parte delle milizie è stata incorporata nell’apparato statale, ma essere giuridicamente parte dello Stato non equivale a essere politicamente subordinate ad esso. Baghdad vuole ricondurre le armi a un’unica catena di comando; le milizie più vicine a Teheran hanno costruito una presenza militare, economica e sociale autonoma.

L’influenza iraniana e l’autonomia irachena

L’influenza iraniana è reale e profonda, ma l’Iraq non è l’Iran. Possiede una propria tradizione nazionalista, una propria élite religiosa e una memoria storica distinta. Lo sciismo iracheno non coincide con il modello iraniano della velayat‑e faqih.

Il paradosso del ritiro americano

Il ritiro del 2026 è interpretato in modi diversi:

– per Washington, conclusione di una guerra;

– per Baghdad, inizio di una sovranità piena;

– per Teheran, fine di un contrappeso militare;

– per i curdi, perdita di una garanzia di sicurezza.

Tutte queste letture possono essere vere contemporaneamente.

Neutralità impossibile e competizione regionale

Il ritiro avviene in un momento di forte tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’Iraq tenta la neutralità, ma la neutralità è credibile solo quando uno Stato può impedire che il proprio territorio venga usato da altri. Gruppi armati legati all’Iran rischiano di trascinare Baghdad nella competizione regionale.

La prova della maturità dello Stato iracheno

L’Iraq dispone oggi di una classe politica esperta, forze armate più solide e una società civile attiva, ma anche di fragilità profonde: dipendenza dal petrolio, rivalità fra partiti, corruzione, disoccupazione giovanile, tensioni fra Baghdad ed Erbil. La sfida è costruire uno spazio politico capace di mantenere rapporti con Iran e Stati Uniti senza appartenere a nessuno dei due.

Lo Stato Islamico ha devastato moschee, santuari sciiti e sunniti, monasteri cristiani, luoghi yazidi e siti archeologici. L’Iraq non sta ricostruendo solo uno Stato: sta ricostruendo un’idea di Iraq.

Sovranità come responsabilità

Sovranità non significa soltanto assenza di soldati americani nelle basi. Significa decidere chi porta le armi, chi controlla il territorio, quali rapporti intrattenere con Iran e Stati Uniti, come proteggere il Kurdistan, come amministrare le regioni sunnite e come impedire che l’ISIS sfrutti le fratture interne.

Gli Stati Uniti non sono scomparsi: operano dalla Giordania e dalla Siria, con una presenza regionale riconfigurata. Non è un abbandono del Medio Oriente, ma una trasformazione strategica.

La sfida finale

Se Baghdad riuscirà a integrare esercito, Peshmerga e milizie in un’unica architettura nazionale, a mantenere equilibrio fra Iran e Stati Uniti, a garantire la sicurezza del Kurdistan e a impedire all’ISIS di ricostruire le proprie reti, allora il ritiro americano potrà davvero segnare l’inizio di una nuova sovranità. Altrimenti, la parola “sovranità” rischia di restare una formula retorica.

Edoardo Almagià

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