Il contesto:  Dopo 11 giorni di bombardamenti tra la Striscia di Gaza e Israele, giungeva la notizia dell’entrata in vigore di un cessate il fuoco raggiunto alle 2 del mattino di Venerdì 21 Maggio grazie all’impegno del presidente egiziano al-Sisi con l’appoggio dei Paesi del Golfo. Come nel caso di sette anni fa, egli ha saputo mostrarsi un abile mediatore. Le vittime intanto ammontavano a 232, inclusi 65 bambini, tra i palestinesi e 12 in Israele. Gli sfollati erano circa 72 mila, 2.500 le persone che avevano perduto la casa e 450 gli edifici distrutti o gravemente danneggiati. Notevolmente minori i danni sul territorio israeliano.

 Gaza è uno degli angoli più densamente popolati del mondo ed è rimasta sotto embargo per gli ultimi 15 anni. In questo conflitto ha subito meno danni che nel corso di quello del 2014, i bombardamenti però sono stati ben più intensi con tutto intorno agli obbiettivi colpiti che vibrava e tremava. I motivi del conflitto sono da cercarsi in un susseguirsi di eventi diversi, ma allo stesso tempo connessi, che hanno finito con l’interagire tra loro.

 Il Cairo poco dopo inviava due delegazioni, l’una a Tel Aviv e l’altra nei Territori palestinesi per vegliare sul mantenimento del cessate il fuoco e giungere successivamente ad una tregua. In un breve discorso il presidente Biden ringraziava al-Sisi, così come ringraziava quei diplomatici che avevano operato insieme a lui.

 In questi undici giorni il presidente americano aveva brillato per la sua assenza. Se è vero che è troppo presto per conoscere il suo ruolo nell’intera vicenda, è probabile si sia limitato a far pressioni su Israele affinché non intervenisse militarmente all’interno della Striscia di Gaza. Questo conflitto era scomparso da troppi anni dagli schermi della politica, quindi le sue priorità e le sue preoccupazioni erano altrove. Penso non sia errato dire che né Biden né la comunità internazionale siano usciti bene da questa vicenda. Sicuro è che gli Stati Uniti e il mondo hanno riscoperto e dovranno ancora subire l’irrisolta questione palestinese.

 Il 22 Maggio, dopo quasi due settimane di bombardamenti, gli abitanti di Gaza riemergevano dai rifugi per rendersi conto dei danni causati dalle incursioni aeree e dai cannoneggiamenti israeliani. Intorno a loro, una folla esagitata festeggiava sventolando bandiere e sparando fuochi di artificio. Per le strade, file di auto  strombazzavano i clacson.

 Poco dopo Hamas organizzava una parata militare per celebrare la vittoria. In uniforme mimetica, armati e il volto celato da un passamontagna, alcune centinaia di combattenti islamici avevano sfilato in mezzo ad una folla che per gran parte osservava in silenzio e senza applaudire. Si sono fatti vedere in pubblico anche alcuni dei suoi dirigenti, incluso il leader di maggior peso che è apparso per onorare i familiari dei caduti. Questi dirigenti hanno affermato che l’equazione era cambiata e che Israele non poteva non essersene accorto: “costretto ad ingoiare la lezione, ha solo collezionato vergogna e perpetrato crimini”.

 Hamas ha mostrato di essersi schierata in difesa della più sacra delle cause, quella di Gerusalemme, e degli interessi del popolo palestinese.

 Mentre aveva inizio la fase di ricostruzione, le Nazioni Unite stanziavano 15 milioni di dollari in aiuti di emergenza ed iniziavano ad entrare nella Striscia i primi convogli di aiuti umanitari. Anche l’Egitto e gli Stati Uniti avevano espresso il loro impegno ad aiutare Gaza.

 Dal lato dell’ANP, il suo leader Abu Abbas affermava il rifiuto di dialogare con Hamas e comunicare con Gaza. Biden ribadiva la sua posizione sulla necessità di creare due Stati come l’unica possibile. Londra e Berlino esprimevano la loro soddisfazione per il raggiunto cessate il fuoco con l’augurio che possa durare. Dalle Nazioni Unite giungeva l’auspicio che ai palestinesi venga data la possibilità di vivere in sicurezza, libertà e godere dei benefici della democrazia.

 A Tel Aviv e nel resto di Israele la vita riprendeva ma la gente era uscita scossa da ciò che aveva dovuto passare e mostrava una crescente stanchezza per anni di continue tensioni. Aleggiava un tangibile senso di sfiducia nell’agire del governo e diffidenza verso i palestinesi e la componente araba in Israele.

A fine Maggio il Segretario di Stato Anthony Blinken si recava in Medio Oriente per incontrarsi con Netanyahu, Abu Abbas, il presidente egiziano al-Sisi ed il re di Giordania. Veniva dato l’annuncio che gli Stati Uniti avrebbero riaperto il loro consolato a Gerusalemme Est, la cui funzione era di occuparsi degli affari palestinesi. Crollava per gli americani l’illusione di Trump che i palestinesi non facessero parte della Storia: si riaffacciava il vecchio detto che se non ci si interessa del Medio Oriente, sarà quest’ultimo ad interessarsi di noi.

 Comunque sia, Biden non vuole un’altra crisi in Medio Oriente: le priorità della nuova amministrazione sono i rapporti con la Russia, la Cina e l’Iran. Non passavano certo per Gaza, Israele e Gerusalemme. La Casa Bianca avrebbe certamente preferito non avere a che fare con questo dossier, considerandolo fondamentalmente un fastidioso rompicapo.

 Per lui questo conflitto si è tradotto in un problema riguardo gli equilibri interni del suo partito: l’ala progressista aveva mostrato forte irritazione per la sorte riservata ai palestinesi e gli chiedeva di rivedere la politica degli Stati Uniti verso Israele, il loro principale alleato nella regione.

 L’attuale crisi, ponendo alla ribalta la questione, ha spinto la sinistra democratica a denunciare l’ingiustizia e la crudeltà della sorte riservata ai palestinesi. E’ suo auspicio che i loro diritti e le loro aspirazioni vengano tenuti in considerazione. Si tratta in tutto di una ventina di neo-eletti contrari ai tentativi di sgombero a Sheikh Jarrah e alla violenza dei bombardamenti su Gaza.

 Biden, che a questo dossier non dava la precedenza, se l’è trovato improvvisamente inserito nella sua agenda. Non potendosi alienare le simpatie di questo gruppo di eletti che lo hanno appoggiato con decisione nel corso della campagna elettorale, è stato quindi costretto a giocare la carta della prudenza,  A parte il senatore Sanders, che di questi è l’esponente più anziano ed ascoltato e che aveva chiesto il blocco di 730 milioni di dollari in forniture militari ad Israele, si tratta soprattutto di giovani deputati, in maggioranza donne, spesso di colore e provenienti da famiglie di immigrati.

Di questo conflitto due sono stati i vincitori:

– Hamas:  è riuscito a sfruttare le debolezze dell’Autorità Nazionale Palestinese e rubare la scena al suo leader Mahmud Abbas. Ha così mostrato chi di fatto è il più idoneo al comando e che quest’ultimo non può più considerarsi un leader legittimo. Hamas si è eretto a difensore della più sacra delle cause, quella di Gerusalemme, e degli interessi del popolo palestinese e rifarsi un’immagine. In aggiunta, ha nuovamente imposto al mondo il problema palestinese, trascurato dagli accordi di Abramo e nel quale la comunità internazionale aveva perduto interesse.

 Dal punto di vista militare, Hamas e la Jihad Islamica sono entrati in questa contesa come non lo avevano mai fatto prima: possono adesso vantarsi di non essere stati piegati dagli attacchi israeliani e di avervi potuto rispondere con decisione. Il loro obbiettivo era vendere all’opinione pubblica l’idea di essere militarmente forti, di avere aumentato le loro capacità offensive ed essere in grado di sfidare Israele. Lo hanno fatto lanciandogli contro oltre 4.000 missili. Gli esperti pensano ne abbiano a disposizione almeno altri 10.000.

 – Israele: malgrado la pioggia di missili caduti sul suo territorio, ha evidenziato di essere sempre il più forte dal punto di vista politico, economico e militare. Ha risposto con decisione colpendo i capi di Hamas e della Jihad Islamica e chi sovrintendeva al lancio dei missili.

 Il suo obiettivo era quello di assestare un durissimo colpo alle capacità militari di questi due gruppi per render loro più difficile riorganizzarsi ed armarsi in futuro. Sono stati infatti distrutti chilometri di tunnel e gallerie, inclusi ogni sorta di depositi ed infrastrutture militari individuati a partire dal 2014. Abbattendo il 90% dei missili Israele ha mostrato l’efficacia del suo sistema di difesa Iron Dome.

 Penso che a seguito dei risultati del conflitto del 2014, Israele fosse dell’idea che Hamas era stato sufficientemente dissuaso dai colpi ricevuti. Per lo Stato Ebraico il pericolo non era tanto Gaza, quanto l’Iran ed Hezbollah. Sapeva che Hamas aveva un arsenale consistente, ma non pensava si sarebbe lanciato in un nuovo conflitto. Messo di fronte alla realtà, Israele ha risposto con decisione.

Nel corso del conflitto, riguardo Hamas e la Jihad Islamica Netanyahu aveva detto che “o li si finisce, o li si dissuade”. Lo Stato Ebraico era consapevole dell’impossibilità di vincere una guerra di questo tipo. Il costo, soprattutto in perdite umane, non sarebbe stato accettabile e la comunità internazionale avrebbe contemplato con orrore il numero delle vittime e le distruzioni che ne sarebbero seguite. Di conseguenza, la dottrina militare di Israele non si basa tanto sulla vittoria quanto sulla deterrenza.

 Tornava il detto che per ottenere un cessate il fuoco era necessario che una delle parti potesse cantar vittoria. Meglio ancora se lo avessero potuto fare entrambe: com’era inevitabile, così è stato.

 Anche il premier ad interim Netanyahu è riuscito a guadagnarci qualcosa in termini di immagine: si è eretto a difensore e scudo della nazione e ha visto interrompersi le trattative per il nuovo governo. Il conflitto ha anche distolto l’attenzione dai suoi problemi giudiziari e politici.

 Per via del suo ruolo nel negoziare il cessate il fuoco, anche il presidente egiziano al-Sisi è riuscito a far bella figura mediando con successo tra le parti.

 Comunità internazionale a parte, gli sconfitti possono dirsi il presidente americano Biden, che ha esitato ad esporsi e tutto sommato non ne è uscito bene e soprattutto l’Autorità Nazionale Palestinese: messa in disparte e del tutto irrilevante, ha fatto da spettatore e ha avuto ben poco da dire, mostrandosi inadeguata e sopraffatta dagli eventi. Il 29 Aprile l’ANP aveva annunciato il rinvio delle elezioni, gesto che non è stato accolto bene dai palestinesi, soprattutto dai più giovani.

 Questa successione di eventi, spesso drammatici, sottolinea la necessità di uscire dal già pensato ed affrontare la questione con metodi ed idee diverse. Partendo dagli insegnamenti del passato e costruendo su ciò che è stato realizzato ad oggi, solo indicando altri percorsi ed uscendo dal battuto sarà possibile venirne fuori.

 Come per la questione dei rapporti con l’Iran, qui le idee ci sono ma nessuno vuol prendersi la briga di ascoltarle.

PremessaNel mezzo di un periodo non facile per Israele, ecco che nella stessa giornata del 2 Giugno vi sono state due elezioni da affrontare: la prima riguarda quella del nuovo presidente e la seconda, che si è conclusa a pochi minuti dalla scadenza dei termini consentiti, la nomina del successore dell’attuale premier ad interim Benjamin Netanyahu.

Oggi Israele ha un nuovo presidente ed in quanto al premier bisognerà attendere dai sette ai dieci giorni in attesa del voto di fiducia del Parlamento. Ecco in sintesi un resoconto di quanto è accaduto.

Antefatto:  Il 1 Dicembre dello scorso anno cadeva il terzo governo costituito da Netanyahu. Si era sciolto sulla questione del bilancio e aveva segnato la fine del difficile connubio tra il Likud e il partito Bianco e Blu dell’ex-Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Benny Gantz. A tramontare è stato anche il tentativo dei due uomini di alternarsi alla gestione del governo e del Paese.

 Con l’avanzare del Coronavirus vi fu poi un appello per un esecutivo di unità nazionale e a seguito di intensi negoziati i due leader riuscirono a trovare un accordo per dividersi il potere. Purtroppo per il premier uscente, il suo partito con in più gli ortodossi e i nazionalisti non furono sufficienti a formare una maggioranza: si stava ripetendo nuovamente ciò che si era già visto nelle ultime elezioni, quando per formare un governo  a Netanyahu mancavano tre seggi.

Il blocco delle destre restava in maggioranza, ma con i seggi a disposizione sarebbe  toccato probabilmente all’ex-ministro della Difesa Naftali Bennett decidere le sorti del futuro governo. Egli aveva dichiarato che avrebbe fatto ciò che è bene per Israele, ma i suoi rapporti con Netanyahu non erano buoni.

L’ultima campagna elettorale si era caratterizzata per un tasso di partecipazione piuttosto basso, probabilmente vicino al 67%, cosa che si spiegava con la stanchezza dell’elettorato che aveva vissuto ben quattro elezioni nel corso di due anni. Prendeva così corpo l’aspetto più interessante della contesa politica che consisteva nel gioco delle alleanze. A seguito dell’ultimo tentativo di formare un esecutivo maggiormente orientato verso il centro non si poteva che guardare verso la destra e l’estrema destra, inclusi tutti quegli ultra-ortodossi con i quali Netanyahu si guarda bene dal litigare.

Come era prevedibile, né il blocco del Likud, né quello dell’opposizione erano riusciti ad ottenere la maggioranza necessaria: il partito di Netanyahu insieme ai suoi alleati aveva conquistato un totale di 52 seggi. Alle forze di opposizione ne erano andati 57. Il partito di destra Yamina, il cui leader è Naftali Bennett, era riuscito ad ottenere 7 seggi. Quello islamista di Mansour Abbas ne aveva conquistati 4. I leader dei vari partiti avevano aperto le trattative e se nessuno dei due schieramenti fosse riuscito a trovare un accordo per una maggioranza di almeno 61 seggi, un ritorno alle urne sarebbe stato inevitabile. Il quinto in due anni.

La mossa di Lapid Col passare del tempo diveniva sempre più chiaro che formare una nuova coalizione non sarebbe stata cosa da poco. Certo era che Netanyahu avrebbe incontrato crescenti difficoltà e che alla fine a farsi sotto è stato Yair Lapid, di professione giornalista ed ora segretario del partito centrista Yesh Atid e dal Maggio 2020 leader dell’opposizione nella Knesset. Era entrato in politica nel 2012 e nel 2013, successivamente ad un accordo con il Likud di Netanyahu, era stato nominato ministro delle Finanze. E’ membro del Comitato Affari Esteri del parlamento, così come di quello della Difesa.

Il 5 maggio, a seguito del naufragio del tentativo di Netanyahu di formare un nuovo governo di coalizione, egli riceveva il mandato per mettere insieme un esecutivo diverso. Quattro giorni dopo veniva dato l’annuncio che insieme a Bennett stava facendo passi avanti in vista di un accordo. Il 10 Maggio questo tentativo sembrava però fallire: Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am, decideva di interrompere le trattative a causa dello scoppio delle ostilità a Gaza tra Israele, Hamas e la Jihad Islamica. Per lo stesso motivo, anche Bennett decideva di ritirarsi.

Il 30 maggio giungeva la notizia che Bennett insieme al suo partito Yamina avrebbe preso parte ad un governo di unità nazionale nel quale non sarebbe stato incluso Netanyahu. Il 2 Giugno, a seguito di intensi negoziati con i due alleati Lapid e Bennett, Mansour Abbas si è convinto a firmare un accordo di coalizione che consentiva al suo partito di entrarne a far parte.

Una nota su Bennett e Mansour:  Naftali Bennett nasce da una famiglia di origine americana trasferitasi in Israele nel 1967. Dopo aver servito nelle Forze di Difesa, si laureò in Legge per poi trasferirsi a New York e dedicarsi con grande successo agli affari. Tornato in Israele e diventato multimilionario, fece il suo ingresso in politica nel 2006 aderendo al Likud e diventando capo di gabinetto di Netanyahu. Fondò in seguito un suo partito: La Casa Ebraica. Venne eletto alla Knesset e nel governo Netanyahu occupò la carica di ministro dell’Economia e dei Servizi Religiosi. Successivamente fu ministro per la Diaspora e anche dell’Istruzione. Nell’ultimo governo Netanyahu ha ricoperto la carica di ministro della Difesa. Può essere considerato come una sorta di figlio ideologico di quest’ultimo.

In occasione delle elezioni del 2019 diventa leader di Yamina, alleanza di partiti politici di destra ed estrema destra nata in quel momento. Dopo aver perduto l’adesione de La Casa Ebraica nel 2020 e quella del partito Tkuma nel Gennaio di quest’anno, Yamina conta adesso 7 seggi in parlamento.

Mansour Abbas ha 47 anni, è un religioso vicino ai Fratelli Musulmani ed è considerato piuttosto pragmatico. Il suo partito Ra’am (Lista Araba Unita) ha oggi 4 deputati. All’università fece amicizia con Abdullah Nimar Darwish, fondatore del Movimento Islamico. Nel 2007 fu nominato segretario generale della Lista Araba. Nel 2010 divenne vice-segretario del Ramo Meridionale del Movimento Islamico. Fu eletto in parlamento nell’Aprile del 2019 in una lista comune con Balad, partito che sostiene i diritti dei cittadini arabi in Israele e si oppone all’idea di Israele come Stato unicamente ebraico.

E’ favorevole ad un ritorno dei proprietari arabi nelle case che avevano abbandonato a seguito della guerra del 1948, che ha visto nascere Israele e tramontare l’idea di uno Stato palestinese. A parte le modifiche effettuate a seguito della vittoria di Israele, sarebbe d’uopo ricordare che la Cisgiordania venne annessa al Regno di Giordania e Gaza all’Egitto.

Abbas suscitò non poche tensioni nel suo tentativo di avvicinamento al premier Netanyahu e al suo partito Likud. Il suo intento era quello di collaborare insieme ai partiti sionisti per procurarsi i fondi ed ottenere le riforme a beneficio della società Arabo-Israeliana. In questo è stato ostracizzato dalla destra estrema. Attualmente il suo partito ha un seggio in parlamento. ( Segue )

Edoardo Almagià