Il 4 giugno, a Roma, la Camera ha approvato il disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, che riapre il quadro normativo del settore in Italia.
Il provvedimento non autorizza la costruzione di centrali nucleari, né le grandi centrali che il Paese bocciò nel referendum dell’87 né gli SMR (Small Modular Reactors), reattori di piccola taglia. Tuttavia, conferisce al Governo il potere di regolamentare la tipologia dei reattori e di disciplinare le questioni connesse, come la gestione delle scorie radioattive, le autorità di regolazione e la strategia industriale del settore. Hanno votato a favore 155 deputati, 86 contro e 8 si sono astenuti. Il testo passa ora al Senato. È possibile che ne sapremo di più entro luglio, prima della pausa estiva parlamentare.
Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, lo definisce “un passo importante per il futuro energetico del Paese”. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza”. Il comunicato del MASE precisa che, se il disegno di legge verrà approvato definitivamente dal Senato, queste tecnologie “saranno disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Il riferimento è agli SMR (Small Modular Reactors), ma in prospettiva si ipotizza anche l’impiego dei cosiddetti reattori veloci raffreddati al piombo. Criticamente, c’è da sottolineare, che non esiste ancora una filiera industriale consolidata né tantomeno impianti operativi.
Siamo ancora in fase di studio
Nel 2025, Enel, Ansaldo Energia e Leonardo si sono unite per formare Nuclitalia, con l’obiettivo di valutare le tecnologie più adatte al contesto italiano. Si tratta di un passaggio significativo, poiché dal 1987 non esiste più una filiera nucleare attiva in Italia. Nel 2009, durante il governo Berlusconi IV, sembrava possibile un ritorno al nucleare. Enel firmò un memorandum d’intesa con il gigante francese EDF per la costruzione di almeno quattro centrali nucleari in Italia e le due società crearono anche una joint venture: Sviluppo Nucleare Italia S.r.l. Tuttavia, due anni dopo, il processo si interruppe con un referendum abrogativo, che confermò la fine del nucleare civile in Italia.
Oggi, si moltiplicano i memorandum d’intesa e si delineano potenziali consorzi in diversi contesti industriali. In molti casi ritorna il nome di EDF, soprattutto per lo sviluppo degli SMR, ma è plausibile anche ipotizzare il coinvolgimento dell’America del Nord con Westinghouse Electric Company. È chiaro che la struttura strategica dipenderà da consorzi industriali, e resta da capire quale spazio sarà riservato al “made in Italy”, almeno nella fase iniziale del programma.
Secondo il Governo — con prime installazioni previste entro il 2035 — il nucleare potrebbe arrivare a coprire tra l’11% e il 22% della domanda elettrica nazionale, con una capacità installata compresa tra 8 e 16 GW. Questo però dipende fortemente dagli AMR (Advanced Modular Reactors ) che utilizzano combustibili e refrigeranti innovativi) e i reattori di ultima generazione, perché le cifre indicate nello studio ipotesi spesso citato dal Ministro Pichetto non sono raggiungibili solo con i reattori piccoli. Se così fosse, renderebbe il progetto italiano un’anomalia, con una flotta di SMR più grande al mondo per raggiungere gli 8 o 16 GW. Lo precisiamo perché gli AMR non sono ancora “maturi”. Si tratta di tecnologie studiate da decenni, anche da imprese italiane, e con basi scientifiche solide, ma sono ancora lontane da essere commercialmente provate e standardizzate.
SMR: tra ottimismo e tendenze
Nel 2023, Edison annunciò l’ambizione di costruire due centrali basate sugli SMR NUWARD di EDF se sarebbero esistite le condizioni per il ritorno del nucleare in Italia. Oggi, si fa un primo passo in questa direzione, ma nel frattempo il quadro tecnologico e industriale si è evoluto: EDF ha avviato una revisione di NUWARD ed esiste il forte rischio che modifiche progettuali possano incidere sui tempi, costi e iter autorizzativi. Questo disallineamento tra piano e implementazione non è isolato al caso italiano, ma riflette una dinamica più ampia nell’intero continente.
Nel Regno Unito l’ambizioso programma SMR di Rolls-Royce è già in fase di design e regolazione abbastanza avanzata, ma si prospettano rischi di ritardo nella decisione finale d’investimento, oltre alla dipendenza da schemi di finanziamento complessi che storicamente hanno fatto registrare sforamenti di costo e tempi rispetto alle previsioni iniziali. In Svezia, per il momento, il percorso resta bloccato nella fase di pre-decisione industriale dovuta ai lunghi tempi tra selezione tecnologica e lunghi iter autorizzativi dovuti anche all’oscillazione delle politiche sul nucleare tra diverse maggioranze politiche, che in passato hanno già generato fasi di blocco. In Polonia, invece, che sta costruendo un programma nucleare da zero, il rischio principale emerge dalla costruzione simultanea di regolazione, filiera e capacità nucleare.
L’Italia si colloca in una fase ancora più neonata di abilitazione normativa e costruzione di un quadro industriale. Condividendo con gli altri tre paesi appena citati l’intera incertezza che separa l’annuncio politico dalla realizzazione effettiva. Dato l’ambizioso progetto del Governo entro il 2050, rimane anche la questione degli AMR. Quest’ultimi, infatti, rischiano di ereditare tutte le difficoltà esistenti per gli SMR. E, pertanto, è legittima la domanda sulle prospettive che questa nuova “riscoperta” politica per il nucleare sia in grado di riaprire davvero. Dall’altro lato, esiste la certezza di poter ricevere, ed immediatamente, ingenti finanziamenti da parte della Ue – si tratta di più di 30 miliardi di euro – da destinare, subito, alle energie alternative con il grande vantaggio di poterlo fare – e non è cosa da poco viste le nostre condizioni economiche – con una deroga al Patto di stabilità che ci vincola in maniera tassativa.
Edoardo Matteo Infante