Il primo leader europeo a recarsi in visita in America da quando Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca, la Kanzlerin tedesca si trova dal 15 luglio a Washington. In apparenza, si tratta di restituire la visita compiuta in Europa il mese scorso dal Presidente degli Stati Uniti, ma in realtà di una triste tournée conclusiva, sul principale palcoscenico del mondo, della personale carriera politica di Angela Merkel. Una carriera fortunata e solida quanto spietata, e per molti aspetti del tutto innovativa; non solo in quanto prima donna ad accedere al Cancellierato, ma anche perché prima leader protestante di un partito in stragrande maggioranza cattolico. Ma carriera ora interrotta, per ragioni di salute, a soli 66 anni, e proprio nel momento in cui il suo paese, e l’Europa tutta, avrebbero più che mai bisogno di lei.

Sotto un profilo meno individuale, ma politico ed istituzionale, infatti, questa visita ufficiale della Cancelliera della Bundesrepublik mostra più di ogni altra cosa la necessità di una messa a punto dei rapporti tra la nuova amministrazione americana ed il paese che da più di settant’anni è stato il principale alleato degli Stati Uniti, ma che si trova ormai in conflitto di interessi con la politica anticinese messa in atto, ancor più che da Donald Trump, dalla attuale presidenza democratica. Ed è a questa necessità che la Cancelliera sembra voler assolutamente fare fronte, anche per definire una sua “eredità” politica, prima delle elezioni che si terranno a settembre in Germania, e che segneranno il passaggio dalla stagione più che quindicennale marcata dalla sua presenza, ad una fase sulla quale si profilano non poche incertezze.

Un messaggio all’America di domani

Angela Merkel si è recata in veste ufficiale a Washington più di venti volte durante i sedici anni del suo mandato, ed ha incontrato ben quattro diversi Presidenti degli Stati Uniti. Questa volta però, l’agenda degli incontri dell’autorevole rappresentante di una Germania uscita più che mai rafforzata dalle vicende degli ultimi trent’anni, presenta in primo luogo aspetti di valore altamente simbolico, e destinati in maniera volontaristica a proiettarsi nel futuro.

Nel programma della Cancelliera c’è stato infatti prima ancora dell’incontro con l’inquilino della Casa Bianca, un breakfast di lavoro con Kamala Harris, il primo vicepresidente donna degli Stati Uniti, della cui carriera la Merkel ha sottolineato, avanti ai giornalisti il “carattere storico”.

E’ un fatto indiscutibile c he la Harris – figlia di una scienziata indiana e di un economista giamaicano, e moglie di un avvocato ebreo – costituisca un simbolo. Ella fornisce infatti “la testimonianza di una storia intercomunitaria di tanti americani che non sono mai stati visti e ascoltati”. E segna una svolta che tanto può essere considerata storica, in quanto essa è avvenuta proprio nel momento in cui cade un’altra ostinata barriera, quella contro le donne nelle cariche istituzionali, ampliando l’idea di quel che è possibile nella politica americana. Questo carattere simbolico non è certo di un concetto nuovo. Ma è particolarmente significativo che a ribadirlo sia stata, in una sua dichiarazione alla stampa, la più importanti personalità politica della Germania ormai liberata dal peso della guerra e della sconfitta.

La Harris ha buone chances di diventarne la prima “presidentessa” nella storia degli Stati Uniti, dato che molti – in America – ritengono John Biden troppo anziano e troppo “addormentato” per poter correre di nuovo nel 2024. E non a caso i “colloqui sostanziali” tra le due leader e le delegazioni che le hanno accompagnate, sono stati non solo “uno scambio di opinioni sull’intera gamma delle relazioni bilaterali”, ma hanno addirittura affrontato temi così delicati da essere ancora tabù persino negli incontri tra partners  UE : “un migliore coordinamento dello sforzo per intervenire alla radice sulle cause dell’emigrazione”.

Una difficile eredità politica

Nell’immediato, l’obiettivo principale della più autorevole personalità tedesca di questi anni, sembra insomma quello di lasciare in eredità una nuova pagina, più paritaria, nelle relazioni Usa-Germania; un’eredità politica che mantenga su un terreno il più solido ed amichevole possibile –  e destinato a restare tale il più a lungo termine consentito dalle inquietudini dei tempi in cui viviamo, – i rapporti tra i due rispettivi paesi. La Merkel vuole cioè suggellare la completa scomparsa del “ghiaccio” che Donald Trump aveva gettato sui rapporti tra Berlino e Washington. “Ghiaccio” che però ha cominciato a sciogliersi solo con una certa lentezza, dopo l’avvento al potere di Joe Biden.

Gli Stati Uniti e la Germania sono stati a lungo importanti alleati della NATO, in funzione anti-sovietica. Ma da quando l’Urss ha lasciato il posto alla Russia, sembra difficile, almeno a prima vista, che tali siano destinati a rimanere. Washington e Berlino si trovano in realtà in disaccordo su tutta una serie di questioni di non piccolo momento; tra le quali quella relativa al gasdotto Nord Stream 2, che collega la Russia con la Germania sotto il Mar Baltico – e che Washington teme possa determinare una troppo significativa dipendenza europea dal gas russo – è solo quella di più bruciante attualità. Meno note, ma potenzialmente più gravi, sono ad esempio la collaborazione russo-tedesca nel campo delle tecnologie missilistiche e in quella dell’uso dell’idrogeno come fonte di energia.

E poi – problema dei problemi – USA e Germania sono in disaccordo sull’opportunità di cooperare con Pechino in campo commerciale.  Mentre il Segretario di Stato americano Anthony Blinken non cessa di premere per sanzioni e restrizioni da “guerra fredda” a danno del gigante dell’Asia (e, in più, della Russia) la Germania rimane infatti il primo sostenitore di un già esistente ma ancora inattuato Trattato con la Cina, che coinvolge peraltro l’intera Unione Europea, ed è destinato a favorire gli investimenti reciproci.

Di interesse più immediato, ma estremamente consistente tanto da un punto di vista economico, quanto dal punto di vista della stabilità del sistema internazionale, è poi la riluttanza della Germania ad accettare la proposta di Biden di una rinuncia temporanea, da parte delle case farmaceutiche che li hanno – con più che sostanziosi contributi pubblici – messi a punto, ad esercitare i loro diritti di brevetto sui vaccini anti-Covid. E ciò, al fine di rendere possibile la produzione di farmaci generici fondati sugli stessi principi attivi, e quindi una loro ampia diffusione, nei paesi più poveri. Una proposta a cui non dovrebbe mancare il sostegno di un paese, come l’Italia, che se non altro per ragioni di vicinanza geografica, dovrebbe porsi come obiettivo permanente quello di miglioramento delle condizioni sanitarie – e delle condizioni di vita in generale – nei continenti economicamente e socialmente arretrati, ed in particolare in Africa.

Giuseppe Sacco