Prendiamo le mosse da due interessanti e puntuali documenti dall’Episcopato meridionale: il primo di Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, e il secondo della Conferenza Episcopale Calabrese. Entrambi si soffermano sul significato intrinseco della politica, rivolgendosi a chi la esercita e riflettendo sull’adeguatezza del percorso per raggiungere il Bene Comune. Il fil rouge che lega questi documenti è la disastrata realtà politico-sociale del Mezzogiorno e la “scommessa”, nell’ imminenza delle elezioni amministrative, di porre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza al centro di una strategia, che non potrà compiersi senza un impegno sincero e responsabile dei cattolici.

La Questione Meridionale tutt’altro che risolta, riaffiora in termini e dimensioni diverse: in questo momento storico, infatti, si presentano diverse situazioni favorevoli da cogliere al balzo.

Il nuovo contesto geo-politico del Mediterraneo, il mutamento strategico e il grande sforzo economico ed inclusivo della Ue, la situazione economica dell’Italia, “grande malato d’Europa”, offrono una chance irripetibile per una possibilità di ripresa. E’ cambiata del resto  la situazione nel Mediterraneo. Questo mare connette l’Atlantico con l’Indo-Pacifico attraverso lo stretto di Suez, dove passa il 12% di tutte le merci mondiali. Ciò avviene nella sua parte occidentale, in cui l’Italia, con la Sicilia e il Meridione continentale, assurge a posizione baricentrica, occupando il lato nord del Canale di Sicilia.

Ad oggi la stragrande maggioranza delle merci per l’Europa non raggiunge i “naturali” approdi italiani;  passa da Gibilterra, risalendo l’Atlantico e raggiungendo i grandi porti del Mare del Nord con dispendio economico e gravi danni ecologici. Questa situazione favorisce i Paesi franco-germanici, a cui è gradita l’assenza di una concorrenza italiana per la cronica inadeguatezza logistica dei suoi porti e retroporti. Con il nazionalismo sempre più accentuato della Russia ad est e la perdita di gran parte del controllo della Manica dovuto alla Brexit ad ovest, il Mare del Nord potrebbe diventare poco praticabile e condizionare i rifornimenti dei Paesi che vi si affacciano. Questa è la causa del cambiamento della prospettiva strategica dell’UE e della necessità di un rafforzamento strutturale dei confini (italiani) del sud dell’Europa. Si è reso così improcrastinabile il ripristino di un ruolo centrale dell’Italia nel Mediterraneo oggi ritenuto, dagli stessi Paesi che lo avversavano, vitale per i loro interessi, ma soprattutto per quelli dell’intera Europa.

Siamo di fronte a un mutamento strategico dell’UE supportato dall’asse franco-tedesco e tradotto nello sforzo finanziario dell’Unione verso l’Italia. Essa è chiamata a svolgere una funzione centrale nei traffici marittimi asiatici, nordafricani ed europei, ponendo la “logistica a valore Mediterraneo” come snodo centrale.

Queste novità comportano un approccio nuovo ed innovativo alla questione meridionale. Oggi, l’analisi dell’economia italiana deve partire dalla situazione dell’Italia centro-settentrionale, da troppi anni statica se non in decremento. Va costruito, dunque, un progetto equilibrato che avvantaggi tutto il Paese e garantisca alle regioni del Nord non un ritorno all’asfittica crescita pre-pandemica, ma un rilancio olistico dell’economia nazionale, con tassi di crescita annuali del 2-3%  o superiori. Non si vuol negare la natura fortemente dualistica del sistema nord-sud, ma si deve capire che solo favorendo la creazione di un secondo polo di sviluppo al sud, parallelo e competitivo, si può pensare ad un risanamento strutturale dell’economia nazionale. Al tradizionale polo trasformativo del nord, va aggiunto un polo logistico distributivo al sud che, oltre a rispondere alle esigenze di approvvigionamenti dell’Europa del nord, diventi funzionale anche alle aree industriali settentrionali. Va dunque sviluppata una rete di porti accoglienti, zone economiche speciali, retroporti e interconnessioni.

Questo è il nuovo paradigma di sviluppo dell’intera economia italiana in cui il Meridione può diventare finalmente comprimario.  Solo oggi registriamo del resto volontà politico-strategiche europee per la prima volta favorevoli, e fondi adeguati per finanziare una tale trasformazione. Non possiamo perdere questa straordinaria chance.

Tuttavia rischia di mancare all’attuale Governo la determinazione a misurarsi con le forze politico-sociali ed imprenditoriali del nord su questa realtà, superando una visione di ritorno allo status quo ante.

Proprio su questa preoccupazione si incrociano i dubbi dell’Arcivescovo di Napoli, che si interroga su quanto dei fondi europei arriverà effettivamente alle terre meridionali. A loro volta i Vescovi calabresi ribadiscono che per vincere la scommessa del PNRR si deve produrre anche nella loro regione un vero cambiamento di competenza e una nuova coesione fra pubblico e privato, aprendo concretamente la possibilità che l’opportunità storica per il Sud non venga vanificata.

La riflessione strategica delle Chiese locali è una risorsa di qualità in ogni latitudine, e sarà incisiva nella misura in cui riuscirà a risvegliare la dignità civica di tutti gli italiani. Emerge così il contributo di un’area cattolica unitaria, oltre una diaspora che ha condotto all’irrilevanza politica un insegnamento e una tradizione fondamentali per tutto il Paese. Solo una svolta nell’impegno politico di laici e cattolici potrà promuovere una trasformazione inclusiva. Occorre fare massa critica, evitare derive centrifughe, coinvolgere gli uomini di buona volontà allontanatisi dalla politica, richiamandoli a un’etica della responsabilità.

Alfonso Barbarisi

 

Pubblicato su Avvenire