La Cina avanza dall’Artico al Mediterraneo. E l’Europa deve chiedersi perché contemporaneamente il Sud del mondo guarda sempre più a Pechino
Ci sono due immagini che forse più di altre aiutano a capire come sta cambiando il mondo. La prima viene dal Nord. È quella delle navi cinesi che cominciano a utilizzare con maggiore continuità la rotta marittima artica, lungo il cosiddetto corridoio del Nord, per raggiungere l’Europa. La seconda viene dal Meridione. È quella dell’Egitto, affacciato sul Mediterraneo e sul Canale di Suez, che rafforza ulteriormente il proprio rapporto strategico con la Cina Sembrano due cose diverse. In realtà potrebbero essere due facce della stessa trasformazione.
La Cina sta costruendo una rete di rapporti che non passa più soltanto attraverso le tradizionali vie commerciali e diplomatiche e che, soprattutto, non si limita più alla dimensione economica. L’Artico apre una nuova possibile direttrice verso l’Europa. L’Egitto rappresenta invece una porta naturale verso il Mediterraneo, il mondo arabo, l’Africa e, attraverso il Canale di Suez, l’Europa. È una geografia nuova quella che si sta formando davanti ai nostri occhi.
Dal Nord al Sud
La rotta artica non è ancora paragonabile, per dimensioni e affidabilità, alla grande direttrice che attraversa Suez. I volumi restano limitati e la navigazione nell’Artico presenta enormi difficoltà. Ma il fatto che la Cina stia cominciando a trasformare quella che era una possibilità in una rotta commerciale programmabile ha un significato che va oltre il numero delle navi. Un recente servizio commerciale collega la Cina con il Nord Europa in circa venti giorni, quasi la metà del tempo della rotta tradizionale attraverso Suez, anche se per ora per un periodo limitato dell’anno e con volumi ancora modesti. Non significa che il Canale di Suez sia destinato a perdere la propria centralità. Significa, piuttosto, che Pechino sta costruendo alternative.
Ma se dal Nord la Cina cerca una nuova via verso l’Europa, dal Sud sta consolidando il proprio rapporto con l’Egitto. Ed è qui che la questione diventa direttamente mediterranea.
L’Egitto non è soltanto l’Egitto
Un recente comunicato congiunto egiziano-cinese parla di un ulteriore approfondimento della «comprehensive strategic partnership» e insiste su uguaglianza, fiducia reciproca, beneficio comune e cooperazione. Quello delle Piramidi è stato il primo paese arabo e africano a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, nel 1956. Da allora il rapporto si è progressivamente trasformato: nel 1999 partnership strategica, nel 2014 partnership strategica globale e, negli ultimi anni, una collaborazione sempre più estesa a infrastrutture, energia, industria, tecnologia e investimenti. E l’importanza dell’Egitto non sta soltanto nei suoi 110 milioni di abitanti, né nelle sue necessità di sviluppo. Sta nella sua posizione.
L’Egitto è Africa e mondo arabo. È Mediterraneo. È Medio Oriente. È Suez. È una cerniera geografica fra continenti e civiltà. Ed è proprio questa posizione che rende il rapporto con Pechino qualcosa di molto più importante di una normale relazione commerciale.
Dai progetti alle capacità
In una intervista al Global Times – la voce ufficiale più importante di Pechino – l’ex Primo ministro egiziano Essam Sharaf formula forse il passaggio più interessante dell’intera riflessione. Il rapporto con la Cina, dice in sostanza, non dovrebbe fermarsi alla costruzione di infrastrutture. Deve passare dalla costruzione di progetti alla costruzione di capacità.
È una distinzione fondamentale. Un Paese può ricevere una strada, una ferrovia, un porto, una centrale, una rete digitale. Ma può anche acquisire conoscenze, competenze, tecnologia, capacità industriale e formazione. È il secondo livello quello che cambia veramente i rapporti di forza.
Ed è proprio su questo terreno che la proposta cinese sembra trovare oggi una parte della propria forza nel mondo del Sud: non soltanto finanziare un’opera, ma contribuire alla costruzione di un sistema produttivo. Energia rinnovabile, mobilità elettrica, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, manifattura avanzata, tecnologia spaziale: il campo della cooperazione si allarga. È una proposta diversa da quella della semplice assistenza. E, soprattutto, viene presentata come una proposta di cooperazione fra paesi che mantengono la propria identità e la propria sovranità.
Una proposta alternativa a quella americana?
È qui che bisogna evitare sia l’ingenuità sia la propaganda. La Cina non è un Paese privo di interessi geopolitici. Al contrario. La costruzione di infrastrutture, la presenza industriale, gli investimenti, la tecnologia e il commercio producono influenza. E l’influenza è una delle principali forme del potere internazionale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo.
Per molti Paesi del Sud del mondo la proposta cinese appare interessante proprio perché non viene presentata nei termini tradizionali della subordinazione politica. Non dice necessariamente: diventate come noi. Dice: possiamo costruire insieme qualcosa che risponda ai vostri interessi. È questa la forza della proposta. Non c’è esportazione né di un modello sociale e di vita né di una visione ideologica o di valori.
La Cina offre un modello di cooperazione che insiste su sviluppo, infrastrutture, commercio, tecnologia e rispetto della sovranità nazionale. Per una parte del mondo che per decenni ha vissuto i rapporti con le grandi potenze occidentali anche attraverso condizionalità, interventi politici, aiuti e dipendenze economiche, il messaggio può risultare particolarmente attrattivo.
Non è il ritorno al colonialismo
Ed è proprio qui che nasce la domanda più difficile. Come deve vivere l’Occidente, e soprattutto come deve vivere l’Europa, questa avanzata cinese? Non possiamo rispondere semplicemente dicendo che la Cina sta costruendo un nuovo impero. La realtà è più complessa.
Il vecchio colonialismo europeo occupava territori, amministrava popolazioni, imponeva governi e sfruttava direttamente risorse e uomini. La Cina, almeno nella forma con cui oggi presenta la propria politica internazionale, propone un’altra cosa: investimenti, infrastrutture, commercio, tecnologia, accesso ai mercati e cooperazione.
Naturalmente anche questa relazione può produrre dipendenza. E proprio per questo va osservata con attenzione. Ma il punto politico non può essere quello di negare il fenomeno. Se milioni di persone e numerosi governi del cosiddetto Global South vedono nella Cina un partner possibile, dobbiamo chiederci perché.
Non basta accusare Pechino di voler sostituire Washington. Bisogna capire perché Washington e, più in generale, l’Occidente abbiano progressivamente perso una parte della propria capacità di attrazione.
Il Sud del mondo non vuole più scegliere tra due padroni
Forse la trasformazione più importante è la fine dell’idea che il mondo debba necessariamente scegliere un campo.
L’Egitto è un esempio significativo. Il Cairo rafforza il rapporto con Pechino, ma continua ad avere rapporti strategici con gli Stati Uniti e con l’Europa. Anche l’Unione europea considera l’Egitto un partner strategico e nel 2026 ha confermato il proprio rapporto politico ed economico con il Paese. Quindi non siamo necessariamente davanti a una sostituzione. Siamo davanti a una moltiplicazione delle relazioni.
Il Sud del mondo sembra voler dire alle grandi potenze: non apparteniamo più a voi. Vogliamo commerciare con voi, ricevere investimenti da voi, collaborare con voi, utilizzare le vostre tecnologie e, nello stesso tempo, conservare la possibilità di rivolgerci ad altri. È il passaggio da un mondo dominato dalle alleanze rigide a un mondo nel quale ogni Paese cerca di massimizzare la propria autonomia.
E noi, dove siamo?
È questa, forse, la domanda che dovrebbe interessare maggiormente l’Europa. Perché l’Europa è geograficamente al centro di questo cambiamento. Ma può rapidamente finirne ai margini A Nord può trovarsi davanti a una nuova direttrice commerciale attraverso l’Artico. A Sud ha davanti il Mediterraneo, l’Africa e il Medio Oriente. Di fronte ha l’Egitto. E dall’altra parte dell’Egitto c’è la Cina. Non è soltanto una questione commerciale. L’Europa può limitarsi a considerare la Cina come un concorrente da contenere e l’Africa come un’area da stabilizzare? Oppure può costruire una propria proposta di cooperazione? Perché il problema non è impedire ai Paesi africani, arabi o asiatici di collaborare con Pechino. Il problema sarebbe non avere nulla di altrettanto interessante da offrire.
Un “sistema di scambi”
Forse dovremmo avere il coraggio di riconoscere che la Cina sta proponendo al mondo non soltanto merci e infrastrutture.
Sta proponendo un “sistemi di scambi” e la cultura europea che ha avuto tra le proprie fila uno dei più grandi storici, Fernand Braudel che, appunto, ha dedicato il suo secondo volume “I giochi dello scambio” di quell’opera monumentale che è “Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII)” – e cioè della nascita del capitalismo e dei moderni equilibri mondiali – può capire benissimo cosa questo significhi. E con essa, l’economia e la politica. ![]()