Fa bene il PD a festeggiare. Non gli succedeva da tempo. Non è detto che gli capiti ancora. Ad ogni modo, ha indubbiamente vinto, soprattutto nelle città maggiori e, forse, dovrebbe essere esattamente qui il suo prevalente motivo di soddisfazione, a prescindere dalla percentuale dei voti ottenuti, peraltro da parametrare sul campione ristretto di elettori che si sono recati alle urne.

Le “grandi” città – chiamiamole pure così, almeno in rapporto alla scala dimensionale in uso da noi – e le conurbazioni che attorno si aggregano possono assumere un ruolo di rilievo in questa fase dispnoica della vita democratica del nostro Paese. Cominciando dal rappresentare, in ragione di un più immediato rapporto con il vissuto quotidiano dei cittadini, un momento di confronto politico più fluido, più realistico, meno pregiudiziale, meno affannoso, meno puntuto, orientato ad una presa in carico oggettiva, non strumentale ed esasperata, di temi ed argomenti che si potrebbero perfino dire “bipartisan”, cioè tali da dover suscitare analoga preoccupazione – e possibili modalità di intervento non dissimili – sia che li si osservi da destra piuttosto che da sinistra. Sono le questioni che toccano, ad esempio, il “capitale umano” delle nostre comunità, le condizioni ed i contesti ambientali, sociali, educativi in cui si sviluppa la vita, anzitutto, delle generazioni più giovani, dei bambini e degli adolescenti.

Nella riflessione che abbiamo sviluppato a Milano tra gli amici di INSIEME e che intendiamo, fin d’ora, continuare in vista della scadenza elettorale regionale, anch’ essa datata al 2023, abbiamo prestato particolare attenzione ai fenomeni della povertà educativa minorile, della dispersione scolastica e dell’abbandono, delle forme di disagio giovanile da prevenire creando ed offrendo luoghi, strumenti, iniziative e progetti che consentano la libera espressione della loro naturale e spontanea creatività. Insomma, una città che sia attenta alla “persona” ed in grado di elaborare un nuovo lessico istituzionale, capace di assumerla come momento di ispirazione e di misura delle politiche locali.

Per più motivi e su più versanti, soprattutto se, favorite dal comune orientamento politico, sarebbe bene, insomma, che le città più rilevanti fossero in grado, sinergicamente, di imprimere una svolta al loro ruolo, leggendolo in chiave di “governo” dei fenomeni e dei processi che investono il territorio e non solo in termini di mera amministrazione di servizi. Interpretando il loro compito secondo un profilo di ordine prettamente “politico”, anziché declinarlo secondo quell’ accezione prevalentemente tecnocratica che applicata alla stessa politica la impoverisce, nella misura in cui immagina che siano sufficienti soluzioni ben congegnate sulla carta, secondo i canoni di dottrine gestionali spesso astratte, a fronte, invece, di questioni che toccano l’esperienza quotidiana e sofferta di persone ed aggregati sociali, i quali, anziché terminali passivi di provvedimenti più o meno illuminati, vanno intercettati come soggetti attivi e concorrenti alla definizione delle politiche locali.

Dalle città e dagli enti locali, nel loro complesso, passa una linea ed una speranza di possibile nuova valorizzazione delle autonomie e di riscatto dalla torsione cui sono state sottoposte dalla filosofia “separatista”, che, anche laddove ambisce ad un orientamento “nazionale”, costituisce pur sempre il cuore della dottrina leghista. Oggi la bandiera delle “autonomie” compete alle città più che non alle stesse Regioni, che, in definitiva – per una beffarda eterogenesi dei fini e, soprattutto, per la deriva “centralista” in cui ciascuna è caduta per conto suo – sono percepite, addirittura in virtù della guerriglia istituzionale che hanno inscenato con il Governo, in particolare nei lunghi mesi del lock-down, talmente prossime ed intricate al potere centrale, da essere o almeno apparire assorbite, sia pure a loro dispetto, nella sfera dello “Stato” come tale, scontando, a questo punto, anche sulla loro pelle, il disdoro che hanno largamente concorso ad imputargli.

Le istituzioni democratiche locali possono essere la fucina di nuove generazioni di politici meno improvvisati ed approssimativi – oppure anche meno “accademici”, meno ingessati in dottrine che devono essere testate alla prova dei fatti – di quanto se ne vedano oggi calcare la scena, anche a livello parlamentare. Il Paese, la società italiana nel suo insieme, i corpi cosiddetti ” intermedi”, grandi o piccoli, di varia natura, a cominciare dalle famiglie, hanno bisogno di respirare a pieni polmoni, di discutere e confrontarsi, di animare quel “discorso pubblico” che a noi manca sul versante della politica nazionale, compressa nella camicia di forza di un bipolarismo coatto.
Abbiamo affrontato gli anni della “guerra fredda” senza mai coartare la piena, per quanto spesso aspra espressione di una vitalità democratica vissuta e partecipata.

E’ stato il punto di forza e di equilibrio che ha consentito all’Italia di risorgere e prosperare in un momento in cui era esposta, in primissimo piano, sul fronte di straordinarie tensioni internazionali. Con la cosiddetta “seconda repubblica” e quel che ne è seguito, siamo, al contrario, scivolati progressivamente in un clima politico plumbeo, muscolare e sterile. Anche l’ Europa ha bisogno delle grandi conurbazioni distribuite sui territori dell’intero vecchio continente.

L’unità politica deve essere alimentata e, nel contempo deve portare a sintesi e consolidare quella dimensione culturale e civile, plurale ed articolata secondo la storia, la tradizione, il “genius loci” che ciascuna città ha coltivato in un caleidoscopio di condizioni sociali ed ambientali che danno conto della ricchezza e del valore umano che le nostre comunità custodiscono, da un capo all’altro della vecchia Europa.

Ne abbiamo discusso nei mesi scorsi a Milano – “giunto cardanico”, secondo le felice definizione dell’amico Gianni Verga, cioè luogo della connessione e del raccordo tra l’Italia e l’Europa – auspicando iniziative coordinate tra le maggiori città per alzare l’asticella di una vocazione europea, soprattutto nelle giovani generazioni.

E’ la stessa globalizzazione che dilata a dismisura gli spazi e, nel contempo, comprime i tempi del nostro vissuto quotidiano ad esigere, come una sorta di “pendant”, che le località concorrano a corroborare quel sentimento di identità e di appartenenza che non può prescindere dalla fisicità circoscritta di un territorio. Tutto ciò, a maggior ragione, dopo un’esperienza quale quella della pandemia che ci costringe a riscrivere modalità di convivenza che nella città trovano la palestra più adatta alla loro sperimentazione, lo spazio entro cui, come sosteneva il Cardinal Martini, ognuno incontrando gli altri trova se stesso.

Domenico Galbiati