Segue il precedente intervento dal titolo Al centro, al Centro … ( CLICCA QUI )

Che l’Italia abbia bisogno di un solido baricentro è evidente da tempo. Le difficoltà nascono quando si parla di dare vita a un Centro, ma lo si fa come se fosse un gioco da tavolo cui partecipano i soliti noti.

Più che mai il nostro sistema è cosa di apparati. A volere essere onesti, bisognerebbe riconoscere che, come fece per lungo tempo l’Apparatčik del Partito sovietico russo con alcuni dei suoi ultimi capi, Leoníd Il’íč Bréžnev, Jurij Vladimirovič Andropov e Konstantin Ustinovič Černenko, lasciati  a lungo al potere nonostante le loro pessime condizioni di salute, siamo di fronte ad una “plastificazione” del nostro sistema politico istituzionale, ancora mantenuto in vita artificialmente.

La nascita di un nuovo baricentro potrebbe pure servire  ad evitare una drammatica esplosione di tutto ciò e ad assicurare un passaggio equilibrato verso una stagione nuova senza quei traumi che furono propri della fine della Prima Repubblica. Certo, tenendo conto di quel che oggi ci offre il convento e, quindi, con una grande dose di realismo. Superare l’attuale impianto politico istituzionale, infatti, non è facile. Troppe le “tossine” assorbite e distribuite. Causa dei tanti disturbi di cui soffrono tutti i nostri partiti. Una di queste è sicuramente la personalizzazione della Politica e la sua inconsistente spettacolarizzazione.

In realtà, nella fase che viviamo della politica personalizzata, e in cui spicca la presenza di partiti “padronali”, la possibilità della costituzione di un Centro apparirebbe molto semplice.

Berlusconi, Renzi, Calenda, Giorgetti potrebbero convergere sull’idea di dare maggiore stabilità al sistema politico Italia e, così facendo, recuperare tutto il terreno perduto in circa tre decenni di bipolarismo litigioso, sciatto e approssimativo. Della partita, secondo alcuni, potrebbe fare parte persino Enrico Letta il quale  parla di un allargamento dell’area del centrosinistra ( il che può avvenire solamente sulla base del superamento della cosiddetta autoreferenziale visione  “maggioritaria” che tanti guai ha portato al Pd) e sembrerebbe indicare, sia pure in un modo del tutto insufficiente, una risintonizzazione del Pd su frequenze diverse.

Su tutto poi aleggia la figura di Mario Draghi. Anche se l’esperienza di Mario Monti sta a ricordare quanto sia difficile creare in laboratorio un nuovo fenomeno politico. In ogni caso, ammesso che l’attuale Presidente del Consiglio abbia nelle proprie intenzioni un impegno politico diretto invece che continuare a svolgere un compito istituzionale dalle forti valenze, soprattutto in campo internazionale.

E’ comunque inutile inseguire le ricostruzioni giornalistiche. Soprattutto quelle incapaci a tenere conto di taluni aspetti di cui si parla poco, ma che in realtà sono, alla fine, quelli che contano: gli interessi reali, interni ed esterni, che questi personaggi rappresentano o meno. La domanda è d’obbligo: sono essi capaci ed efficaci interpreti di quote più o meno larghe di segmenti sociali, oppure costituiscono solamente una parte di quella sovrastruttura politica finita per diventare cosa distante, e persino avulsa, dalle dinamiche della vita sostanziale degli italiani?

Nella politica personalizzata, in realtà, si celano un sottofondo di “non politica” e, si perdoni l’estremizzazione, persino taluni aspetti di “antipolitica”. Se per Politica s’intende, alla Platone e all’Aristotele, il governo della Polis cui dev’essere assicurata la miglior gestione tendendo al Bene comune. Sotto il profilo della filosofica politica di riferimento, molti dei nostri sopra citati sembrano più abbeverarsi ad un Machiavelli letto in maniera compiacentemente riduttiva e molto utilitaristicamente distillata nel concetto del “fine che giustifica i mezzi”.  Sotto il profilo pratico, dimostrano una spiccata consanguineità con l’idea del “particulare” guicciardiniano, piuttosto che con altro. L’Italia oggi, invece, avrebbe bisogno di una Politica fatta di idee, di programmi e di partiti veri.

Ora, queste sono sicuramente delle elucubrazioni astratte destinate a lasciare il tempo che trovano. Ma è anche vero che un progetto come quello della costruzione di un Centro, cui dovrebbe essere affidata una rinnovata stagione democratica, deve pur essere supportato da una visione strategica di respiro. Altrimenti, si finisce per lasciare tutto in mano ai burocrati e ai contabili, con tutto il rispetto per tutti i burocrati e i contabili di rango che affollano i nostri partiti e i nostri ministeri.

Il Centro non può che essere costruito partendo dalla definizione delle priorità economiche, fiscali, educative e antropologiche su cui è possibile richiamare il Paese a superare fratture, ritardi ed ignavia nel partecipare a un nuovo slancio ricostruttivo. Numerosissimi i temi e le questioni tenute per decenni come la povere sotto il tappeto. Quelle di una ridefinizione istituzionale, con una inevitabile revisione del sistema dei partiti e della legge elettorale; del lavoro; del Mezzogiorno, e nel combinato disposto di questi ultimi due temi spicca la questione giovanile; del sistema scolastico e della Giustizia, ambiti in cui si verifica la sostanza di un autentico processo democratico.

E che dire del fenomeno delle immigrazioni? Ci pone dinanzi una questione davvero complicata. Soprattutto, in un momento in cui la crisi economica, in generale, e quella del lavoro, in particolare, sembrano ridurre lo spazio per politiche solidali, per quanto esse siano basate su realismo e concretezza. Eppure, ce lo ricorda Papa Francesco: le ignoriamo, ma le grida dei rifugiati in Libia giungono comunque fino a noi ( CLICCA QUI ). Possiamo davvero pensare che le estremizzazioni di quelli che vogliono innalzare i muri e quanti, al contrario, pensano di risolvere il tutto solamente limitandosi a proclamare l’accoglienza tout court, siano davvero in grado d’impostare una valida risposta, purtroppo ancora non individuata da nessuno, dagli Usa, all’Estremo oriente, all’Europa? Le questioni delle migrazioni e degli andamenti demografici, così come quella degli equilibri energetici, fanno parte del più ampio mutamento in atto nelle relazioni internazionali.

Ancora. Andando oltre la visione taumaturgica del Next Generation Eu, oggi un’ipotesi di Centro non può che essere costruita attorno alla risposta da dare ad un’impennata inflattiva in arrivo, ma che secondo alcuni è già in corso, come potrebbe confermare qualunque massaia. L’aumento dei prezzi dell’energia, il caos nei trasporti internazionali, la riduzione di taluni produzioni strategiche, l’aumento delle materie prime, anche nel settore agro alimentare, portano a delle scelte che per prima cosa devono rispondere alle seguenti domande: chi pagherà più degli altri? Come si vorranno ridistribuiamo risorse e oneri?

E dunque, partendo dal concetto che i soggetti invitati a dare vita al Centro devono per prima cosa indicare delle scelte, in che misura intenderebbero rispondere alle necessità del ceto medio, delle piccole e medie imprese, della cosiddetta “povera gente”, di cui oggi si sono ampliate le tipologie perché non si tratta più solamente dei poveri poveri di cui parlava Giorgio La Pira? Scegliamo e privilegiamo chi vive nei quartieri delle Ztl o le moltitudini delle periferie?

E’ certamente più facile parlare di Centro continuando a partecipare a un grazioso gioco da tavolo. Questo è il rischio che corrono anche alcuni amici politici d’estrazione cattolica. Ma di questo ne riparleremo al più presto.

Giancarlo Infante