Che c’entrano le prossime elezioni comunali in Italia con la pace in Europa? La pace e la guerra non sono prerogativa degli stati, e quindi non sono dimensioni in cui nulla può rilevare il governo locale?

Io credo invece che una connessione tra elezioni comunali e lotta per la pace vi sia, non nel senso fuorviante e banale che i partecipanti alla competizione locale dovrebbero discutere e confrontarsi sul tema della guerra. Ma in un senso diverso. Un senso che deriva dalla connessione che vi è talvolta tra ordinamenti civili e ordine internazionale e che è, per certi  aspetti, peculiare in Europa. L’ Europa in effetti è un continente un po’  “anomalo”.  Vi è almeno un fatto straordinario, rilevato dagli storici, che ci distingue dagli altri continenti. L’ Europa, meglio, dovremmo dire la “costruzione europea” – non naturalmente intesa come UE, ma come il suo substrato profondo culturale e antropologico- è nata dalle città e dalla città medioevale. “ Le città europee nascono con l’ Europa e in certo senso fanno nascere l’ Europa; sono una ragion d’essere, forse la principale,  dell’ Europa come entità storica distinta, continuano a caratterizzare la civiltà europea quando essa assume  un posto dominante nel mondo, e danno un ‘impronta- positiva, negativa, ma in ogni caso preponderante- alle città contemporanee in ogni parte del mondo… La storia delle città europee e la storia d’ Europa sono in larga misura un’unica vicenda” ( Leonardo Benevolo, La città nella storia d’ Europa, Laterza Roma Bari, 2019, ediz.orig. 1996).

Così ha scritto un grande architetto e storico dell’architettura , Leonardo Benevolo, in un testo in cui ha ampiamente dimostrato una tesi, supportata da tanti altri studiosi, anche se ignorata dalla cultura diffusa.  L’ Europa non è mai stata un paradiso e non è neppure giusto farne un mito astratto da inseguire ad ogni costo. Oggi vediamo drammaticamente i suoi limiti, dato che potremmo trovarci addirittura di fronte non solo ad una guerra più orrenda e mostruosa di altre , ma all’inizio di uno stato di guerra endemico, cui dovremmo adattarci, così come ci dicono che dovremmo adattarci alle pandemie ricorrenti. Anche il  passato europeo comprende vicende negative e terribili, di guerre e di conflitti, forse peggiori anche di quelle di altri continenti. Ma nel passato millenario europeo c’è una cultura di fondo, una trama di principi e di idee, elaborata lentamente nel corso dei secoli, prima che esistessero gli Stati ed i confini statali, che ha unificato il continente, ha combattuto e contrastato i conflitti nascenti dalle identità differenti ed ha elaborato  un modello di convivenza e cultura, che impediva che le differenze divenissero opposizioni. Questa cultura non solo ha assicurato periodi di progresso e innovazione umanizzante e di pace, ma soprattutto è divenuto un modello ed un essenziale punto di riferimento mondiale.

Questa cultura europea è la cultura di una “Civitas” che si è costruita durante una lunghissima fase di mediazione e di creatività culturale ( quello che chiamiamo, con termine apparentemente riduttivo, “Medioevo”) e che è alle radici dei progressi veri della modernità.  Si è detto giustamente che, per capire l’ Europa, bisogna prendere in considerazione la città medioevale, come vero e originario microcosmo europeo. Le città europee nascono con l’Europa e in un certo senso fanno nascere l’ Europa. La città europea è il motore dell’ inesauribile dinamismo europeo e l’ancora della sua stabilità, è il luogo dove si realizza l’arte del “vivere insieme” conservando differenze e distinzioni, dove si avviano processi di trasformazione, in cui spontaneità e coordinamento, privato e pubblico si bilanciano, il luogo in cui l’ordine trova  applicazione nella dimensione orizzontale dell’ambiente , il luogo in cui molteplicità, imperfezione e bellezza trovano collocazione una a fianco dell’altra, attraversando una storia fatta tanto di drammi e fallimenti quanto di realizzazioni positive.

Se la “Civitas”, nella sua organizzazione urbana, serve soprattutto, è ancora Benevolo a dircelo, a ottenere, mediante una compressione dei rapporti spaziali, un’accelerazione dei cambiamenti temporali, e ad imprimere alla vicenda umana  il passo più veloce che distingue storia da preistoria, pur senza mai perdere il legame col passato,  se essa è cioè uno strumento per “viaggiare nel tempo”, oggi è quanto mai necessario recuperarne in pieno la funzione. Siamo infatti condotti, dalle innovazioni tecnologiche e di Internet, a viaggiare in modo virtuale, non più entro il tempo e lo spazio reali, ma entro tempo e spazio virtuali, che non conoscono limiti né alla modificazione dell’ambiente naturale, né alle modificazioni ed ai potenziamenti delle capacità umane, che divengono sempre più sproporzionate e “non sostenibili”. Partendo dalle tecnologie per “migliorare” e “moltiplicare” la nostra capacità di interagire con gli altri ed arrivando alle raffinate tecnologie belliche che oggi vediamo in atto e che potrebbero persino operare per rendere “sostenibile” una limitata guerra nucleare. Siamo di fronte al pericolo di una de-umanizzazione che opera nei campi più disparati, dall’economia alla cultura al diritto e configura quella “società dell’astrazione” in cui i rischi crescenti di un progresso privo di mete e fini razionali ma, non si capisce perché inevitabile, devono essere accettati.

La “Civitas” così come si è costruita in Europa è invece sempre stata il luogo del limite, della conciliazione di ciò che è diverso e tende al conflitto, il luogo in cui si realizza la difficile arte del vivere insieme, rimanendo diversi.  Il senso di identità e di stabilità che si unisce al fluire delle esperienze conferisce quel senso di radicamento delle persone che non diventano mai la folla solitaria che oggi incontriamo dovunque. La cura del sé ( non l’assurdo potenziamento illimitato del sé) sottintende ed implica la cura degli altri, del mondo naturale e di quello costruito, senza priorità, entro una logica circolare.

La città nata, o rinata nel Medioevo, era infatti diversissima dalla città antica. Essa non era una pura proiezione del potere, uno spazio modellato da una autorità politica centralizzata, il luogo del comando per eccellenza, contraddistinto da un recinto o da un insieme di recinti sacralizzati.  E neppure era la perfetta( ovviamente solo in teoria) “polis”, la città reinventata dai greci come fatto naturale, in cui si esprime la natura razionale e logica dell’essere umano, luogo non del comando assoluto, ma della politicità orizzontale, che  si manifesta spontanea ( ma può farlo perché altri, gli schiavi, lavorano per tutti). La città medioevale era uno spazio umano certamente, ma imperfetto, incompiuto, in quanto spazio relazionale dove si realizzava l’esperienza, di per sé innovativa,  del vivere insieme tra persone diverse per origine e cultura. Uno spazio in cui pubblico e privato vivevano fianco a fianco, in cui nulla era definitivamente compiuto perché vi era un dinamismo continuo. La città era perciò un  centro autonomo  di iniziative  culturali, economiche, finanziarie che si assumeva proprie responsabilità, in collegamento e concorrenza con altri centri. La ricchezza delle esperienze umane che qui si accumula  fanno sì che “la piccolezza  di questa patria immediata non  ci separi dal mondo, anzi ci aiuti misteriosamente a entrare  ne grandi orizzonti del nostro tempo, superando le frontiere più recenti degli Stati nazionali” ( L. Benevolo).

Un discorso che non si potrà più fare con la città industriale ottocentesca e novecentesca, uno spazio soggetto unicamente alla legge di mercato, alla rendita speculativa e al laissez faire  che aborre da ogni intervento delle pubbliche amministrazioni,  uno spazio che produce, accanto agli spazi del lusso, il paesaggio caotico e sconcertante delle enormi periferie anonime, intercalate da fabbriche, periferie che assumono l’aspetto di foreste pietrificate di case.

Cercare oggi di far rinascere il senso della “Civitas” significa oggi affermare la ragion d’essere dell’ Europa e preparare le vie della pace, di quella vera e duratura. Far rinascere la “Civitas” oggi, nelle concrete situazioni italiane significa poi essenzialmente tre cose.

  • Prima di tutto, contrastando la “gentrificazione” ( o “borghesizzazione”)  che ha svuotato, in molte città, i centri storici della loro popolazione, riempiendoli di outlet e negozi per turisti, e ha favorito il sorgere di periferie sempre più degradate , prive di servizi e aree verdi, riscoprire la “Civitas” significa ridare centralità a “territorio” e “comunità”, due concetti oggi rimossi, sostituiti dal binomio “spazio”e “società”. Abbiamo dimenticato che non si possono cancellare, impunemente,  dalle città identità, relazionalità, storicità. Se i luoghi in cui si vive non conservano senso per chi ci vive, se essi sono “spazio” fungibile, e non territorio, la comunità civile cessa di esistere e si mettono in crisi i diritti essenziali. La persona è realmente persona, solo se può realizzare il suo sviluppo attraverso la rimozione degli ostacoli che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza, solo quindi se è inserita entro un territorio e entro  una comunità, cioè entro un insieme relazionale che la prende in carico,  compensando fragilità e carenze, naturali e sociali ( che non riguardano dunque solo gli “anziani” e i “fragili”, come si pensa di solito, ma il cittadino comune) . Senza territorio e senza comunità, esiste solo il cittadino come individuo fungibile, connesso attraverso relazioni contrattuali e mercantili con la società, magari dotato anche di diritti di libertà, ma non certo di diritti sociali, che richiedono l’adempimento di  doveri che solo una comunità può realizzare. A quel cittadino- individuo resta a disposizione lo spazio neutro dei “non luoghi”, così chiamati da Marc Augè, cioè i supermercati, gli outlet, i parcheggi, gli aeroporti, le stazioni, i luoghi di scambio mercantile, le aree abbandonate delle periferie, i “contenitori” vuoti, magari vecchie fabbriche abbandonate e dismesse, utilizzati da amministratori, facili alla tentazione demagogica,  come “luoghi di aggregazione giovanile”, dove meglio si possono celebrare  i tristi riti della “umanità liquida”.  Valorizzare “territorio” e “comunità” significa poi oggi, in primo luogo, realizzare non una mera “transizione ecologica”, che ci consenta di passare da una fonte energetica inquinante ad una non inquinante, – una semplice mutazione tecnologica- ma realizzare una “trasformazione ecologica” che tenga insieme dimensioni umane, sociali ed economiche della vita collettiva secondo le prospettive di quell’ ecologia integrale, di cui ormai non parla più solo Papa Francesco. Non basterà certo- anzi non servirà progettare una cd. smart city, una learning city e via dicendo, sempre rigorosamente proposte in termini inglesi, per amor di chiarezza….Non possiamo non preoccuparci anche dei danni ambientali, provocati dalle lesioni della solidarietà e dell’amicizia civica.  Non possiamo non includere entro questa ecologia la tutela ( più che la messa in valore)  delle ricchezze locali artistiche e culturali, coinvolgendo attivamente la comunità locale.
  • In secondo luogo, ricostruire la “Civitas” significa, entro una pandemia e una guerra di cui non riusciamo ancora a vedere la fine, recuperare quella società della cura ( l’opposto esatto della società dell’astrazione, cioè della società in cui l’uomo è anonimo numero,  entità fungibile, merce da retribuire al livello più basso, se non semplice “scarto”  ) che è il cuore della politica e deve esserlo anche dell’amministrazione, della cura in concreto dell’interesse pubblico. Significa che l’ Ente comunale deve operare per fornire non solo inclusione, ma vivibilità ed armonia. Deve operare per far sì che i servizi essenziali perseguano questa logica peculiare della cura in concreto del bene pubblico. Se si tratta di tutela della salute, si tratta di far sì che tale tutela si fondi sulla cura personalizzata ( patient centered care) piuttosto che su un insieme di prestazioni, sia pure efficienti e sia pur fornite entro termini temporali congrui ( attualmente un caso piuttosto raro), prestazioni che, in quanto tali, hanno poco a che vedere con la vera tutela della salute. Se si tratta di servizi sociali essenziali ( scuola, trasporti, riscaldamento, gestione dei rifiuti ecc  ) bisognerà far sì che essi siano garantiti a costi sostenibili per tutti, andando oltre la logica delle privatizzazioni. Se si tratta di cura di quella cultura locale, di cui le nostre città sono spesso ricchissime  ( tradizioni musicali, teatrali, civili, letterarie , produttive, artistiche ecc.) si tratterà non solo di valorizzarla in modo mercantile, ma di promuoverla, di mantenerla  e svilupparla, a volte addirittura di riscoprirla. Tutte le città, anche quelle piccole e medie, hanno patrimoni culturali quasi sempre ignorati, che scopriamo magari per caso da turisti nel nostro paese. Quanti sanno, solo per fare un piccolo esempio, che Lucca non è solo la patria di Giacomo Puccini, ma anche del grande giurista, di rilievo europeo ed internazionale, che si chiamava Francesco Carrara e cui dobbiamo interventi probabilmente decisivi per la battaglia per l’abolizione della pena di morte dopo l’unificazione italiana, oltre che per il rinnovamento del diritto penale? Ma tantissimi altri esempi del genere sarebbero possibili. Si tratta evidentemente di elementi attorno a cui costruire e/o mantenere e sviluppare tradizioni culturali che valorizzino la comunità.
  • In terzo luogo, ricostruire la Civitas significa realizzare un salto culturale, una rivoluzione culturale a livello di strutture amministrative e della governance Si sa che in Italia amministrare e governare sono stati a lungo confu­si tra loro, considerati erroneamente sinonimi. L’“amministra­re” è stato percepito come una facoltà di operare una scelta libera e responsabile, non come la cura in concreto del pubblico inte­resse rigidamente vincolata nei fini. E talvolta forse è ancora così. Qualcosa di questo è soprav­vissuto persino alle innovazioni normative di fine XX secolo. Un modo di amministrare “libero” nei motivi dell’azione e, solo astrattamente, vincolato a una idea generica di bene pubblico, ha condotto a ritenere più che sufficiente, a legittimare l’azione amministrativa, la semplice investitura elettorale degli organi amministrativi locali, specialmente quando le funzioni ammini­strative sono state attribuite al Comune come Ente più vicino ai cittadini. Non si è dato peso, se non secondario, al secondo momento del­la vita democratica, oltre al processo elettorale, cioè alla dimen­sione della “partecipazione”, o forse dovremmo dire della condivisione, oggi indispensabile ancor più che nel passato a ponderare gli effetti di norme, sempre più numerose e “tecniche”, sulla vita concreta delle persone e dell’ambiente, e quindi a conformare l’azione concreta dell’amministrazione, la cui “discrezionalità” deve sempre significare discernimento e bilanciamento di interessi pubblici e privati e non semplice decisione arbitrale legittimata dalle elezioni. Così oggi modernizzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione e degli Enti locali significa realizzazione di quei principi di buona amministrazione che sono  nelle carte dei diritti europee, ma non nelle prassi italiane. Sono necessari strumenti che rendano possibile una vera Amministrazione condivisa ( come si fa ad es. coi  forum deliberativi attivati in alcune città italiane, sulla base di normative regionali). Questa è la declinazione nuova ed aggiuntiva della democrazia partecipativa, che traduce in atto il principio europeo e costituzionale di sussidiarietà orizzontale, e che oggi può consentire la sperimentazione dell’idea di una  progettazione di medio-lungo periodo ( quindici/venti anni in prospettiva)  che non può essere lasciata puramente alle logiche della “spontaneità” del  mercato, ma che deve essere affidata alla libera discussione delle  competenze disponibili della società civile.

Valorizzare il senso della “Civitas” in questa tornata di elezioni amministrative potrebbe servire anche  a superare i vincoli e le costrizioni delle vecchie  e autoreferenziali culture partitiche del “bipolarismo maggioritario” che altro non fanno che riprodurre se stesse. Sarebbe però soprattutto un modo per tentare di tornare a quella cultura del dialogo civile che è ciò che caratterizza ogni cultura della pace distinguendola dalle culture della guerra. Sarebbe una strada per ridare davvero un futuro alla prospettiva europea, che deve saper bilanciare tra loro identità nazionali, diritti umani e sicurezza collettiva.

Dalla “città europea” possono forse venire ancora i contributi ad una Europa capace di organizzare una pace, che oggi ci sembra così lontana. E’ già successo più volte. Può ancora succedere. Anzi, la pace forse può divenire oggi, quando ormai essa sembra difficile, se non impossibile, la “nuova frontiera” della politica.

Umberto Baldocchi