Pensavamo di essere finalmente approdati – se non altro da quando siamo entrati con la giusta enfasi nel nuovo millennio – all’età di una ragione limpida, lasciandoci alle spalle le brume ideologiche ottocentesche ed oscure che ci siamo trascinati appresso nel secolo scorso. In effetti, in una certa misura dobbiamo ricrederci. O almeno non dare per assodato, una volta per tutte, di essere usciti dal tunnel cieco e soffocante di sistemi di pensiero ossificati, che vantano la pretesa di dar conto di una legge inappellabile che presiederebbe agli sviluppi della storia.

Per quanto ne abbiamo celebrato la scomparsa, le ideologie mostrano, se non altro, sacche di resistenza in cui sopravvivono ed, anzi, sperano forse di poter ancora rinverdire. La guerra in Ucraina svela. Letteralmente, toglie il velo a luoghi comuni o contraddizioni che tuttora abitano il nostro contesto civile. Riappaiono sotto la luce dei riflettori ambienti e personaggi che riecheggiano temi, argomenti, convinzioni, che sembravano ormai deposte in una memoria storica sedimentata, soffocata dalla polvere dell’oblio.

Senonché – e questo va riconosciuto il linea generale – la storia non è mai inerte. Le sue stagioni si succedono l’una all’altra, ma piuttosto che elidersi, si accumulano, per cui la “durata” delle culture politiche è ben più rilevante di quanto siamo inclini a ritenere. Continuano a pulsare, sia pure flebilmente e senza dare marcata evidenza della loro persistenza, nelle arterie dei nostri organismi sociali.

Non a caso succede, ad esempio, che “falce e martello”, così come campeggia su bandiere rosse esibite sulla piazza del Cremlino, e per quanto con il pudore di non mostrarla platealmente, ancora fiammeggi nel cuore di tanti intellettuali, esponenti politici, responsabili di associazioni culturali. Contro l’ evidenza dei fatti che lo eleggono a punto di riferimento e leader delle destre sovraniste di ogni dove, Putin sembra evocare, in taluni – per una sorta di riflesso condizionato, forse perfino inconsapevole – il rimpianto di quell’ impero sovietico che costoro hanno illusoriamente vissuto, fin dai loro anni giovanili, davvero come “sol dell’avvenire”. Non basta l’avversione – anche questa ideologicamente strutturata – all’America per dar conto di certi circuiti che riverberano, dalla sfera dell’emozione e del sentimento a quella della ragione e del pensiero, processi mentali fuorvianti. Lo si avverte laddove, a denti stretti, si ammette il diritto del popolo ucraino a difendere la propria libertà, ma, nel contempo, si invoca che cessi l’invio delle armi.

In fondo, dicono alcuni, nei primi giorni dell’ invasione russa, il popolo ucraino si stava organizzando con “bottiglie Molotov”, barricate e bastoni. Insomma, facciano pure male ai compagni sovietici – pardon: russi – ma si limitino alla fionda ed alla cerbottana … Basta studiare un attimo il loro modo di argomentare per cogliere come fremano e, senza il fegato di dirlo a chiare lettere, sperano che finalmente vi sia la resa dell’Ucraina, la vera soluzione cui anelano. Ovviamente in nome della pace. Taluni si spingono perfino oltre ed offrono un saggio esemplare della implacabile forza di distorsione di cui dispongono le ideologie, capaci di piegare la realtà ai loro presupposti, pur di non abbandonare il loro pregiudizio.

Si tratta di persone che, in fin dei conti, andrebbero capite ed anche aiutate perché soffrono e crudamente più di quanto si possa immaginare. Umanamente è comprensibile dato che hanno visto miseramente crollare gli idoli cui, anche generosamente, avevano sacrificato. Crollati davanti a quel tribunale della Storia che la loro stessa dottrina aveva assunto a giudice supremo del progetto di nuova umanità in cui hanno creduto.

Si assiste a certe contorsioni argomentative che vorrebbero, perfino, negare che sia davvero Putin l’invasore. Insomma, vorrebbero sostenere, che un conto è la nuda materialità dei fatti, ben altra cosa la loro “lucida” contestualizzandone storica. Il demone dell’ideologia è tanto più rabbioso quanto maggiormente alle corde; tanto più pericoloso quanto più sordo ed accecante.

Domenico Galbiati