Uno dei grandi problemi del nostro Paese è quello dalla coesione. Geografica, sociale, ma anche tecnologica e della digitalizzazione, è divenuta nel tempo sempre più evidente sotto il profilo produttivo, delle infrastrutture e per ciò che riguarda quella “nuova frontiera” della scienza e delle sue applicazioni con cui si trova a confrontare l’intera umanità.

Questione da cui dipende, non solo quella delle disuguaglianze assunte in termini generali di democrazia, bensì anche il futuro del Sud e, con esso di tutta l’Italia, entrambi costretti a decidersi a dare vita a un vero e proprio piano di ripresa che coinvolga tutto il Paese.

Il Mezzogiorno necessita di  “un grande sforzo di innovazione intellettuale prima che tecnica, uno sforzo di ricerca e di invenzione, di una politica di trasformazione della società e dell’economia fondata su un lavoro di laboratori”. Nell’intervista che segue, Giuseppe Sacco trova un modello cui fare riferimento in un periodo della nostra storia, neppure tanto lontano come fu quello del secondo dopoguerra e durato all’incirca fino agli anni  ’70, che s’inseriva nella grande vicenda del “meridionalismo” italiano. Un modello reso possibile da una classe dirigente brillante e capace di misurarsi con la realtà delle cose in maniera concreta, strategica e, al tempo stesso, innovativa.

Giancarlo Infante – Qualche giorno fa il New York Times ha tessuto un elogio dell’Italia, per essere riuscita a passare dalla condizione di paese “paria”, dovuta al gran numero di vittime cadute sotto il primo urto della pandemia, addirittura a “modello”, per come è riuscita a riprendere il controllo della situazione. E ciò mentre altri paesi europei, che pure avevano avuto più tempo per prepararsi, come l’Inghilterra, la Francia e la Spagna, conoscono un prolungarsi oppure un rinnovarsi di una situazione allarmante.

Giuseppe Sacco – Naturalmente, è troppo presto per cantare vittoria. E non vorrei che il successo che ci viene riconosciuto dal quotidiano americano, e da una troppo vasta parte della stessa opinione pubblica italiana, non finisca per ritorcersi a nostro danno. Anche perché nel resto del mondo, negli Stati Uniti, in Sudamerica, in India, in Medio Oriente, in pratica, dappertutto tranne che in Cina, ci si trova in presenza di una vera tragedia.  Però sembra di poter dire che nei momenti più duri, una quota significativa degli Italiani, anche se purtroppo non tutti, hanno dato prova di capire il proprio interesse alla prudenza.

Giancarlo Infante – Non credi che una certa soddisfazione possa anche venire dal fatto che un laboratorio di ricerca del Lazio meridionale è tra i primi attori nella ricerca di un vaccino?  E che due giorni fa, sul Corriere della Sera, la giornalista scientifica Margherita De Bac abbia potuto farci conoscere l’imprenditore meridionale che è anche il principale dirigente di questa azienda? Che conclusione ne trae lei, che più di cinquant’anni fa aveva lanciato l’idea di una politica di sviluppo del Sud  fondata su incentivi alla creazione di laboratori di ricerca in quella che era allora la “Zona Cassa”, cioè l’area  nella quale si esplicava la politica meridionalistica incarnata dalla Cassa per Mezzogiorno?

Giuseppe Sacco – Ne traggo ovviamente una qualche soddisfazione. Ma non credo di poter rivendicare tutto il merito di ciò che è accaduto dopo di allora, perché decisivo è stato il concorso di vari fattori. C’è da ricordare, in primo luogo, il fatto che verso la metà degli anni 60, si era andata esaurendo la possibilità per il sistema industriale italiano di progredire tecnicamente attraverso l’acquisto, o anche la semplice imitazione, di tecnologie che erano state sviluppate all’estero, in particolare negli Stati Uniti, durante gli anni in cui l’Italia era stata isolata ed autarchica.  Mi apparve evidente, ma non fui il solo accorgermene, che ben presto sarebbe stato necessario un aumento della spesa per la ricerca.  Ed infatti alla fine di quel decennio tutti parlavano del “gap tecnologico” tra Europa e Stati Uniti. Quel che posso rivendicare è di aver notato che questo tipo di spesa poteva essere effettuata nel Sud più facilmente di quanto non vi si potessero invece concentrare gli investimenti per attività più propriamente manifatturiere. A quell’epoca stavo preparando un dottorato all’estero, e fu osservando le ricadute che, negli Stati Uniti, la creazione di laboratori di ricerca aveva avuto sulla nascita di nuove attività produttive, in particolare manifatturiere, che mi venne spontaneo chiedermi se questo fenomeno non potesse riprodotto e sfruttato per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno. La risposta positiva non fu immediata, perché i fenomeni che avevo osservato per primi si erano verificati sulla strada 128, che collega la sede del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, con lo yard dell’Università di Harvard, cioè in una zona che era iper-sviluppata ed iper-industrializzata, quindi assai diversa dal sud Italia. Ma poi rivolsi la mia attenzione a ciò che stava accadendo all’altro estremo degli Stati Uniti, in California, nella semi-desertica Contea di Santa Clara, e questi fenomeni erano innescati soprattutto dalla Stanford University, un’università indubbiamente molto importante ma, specialmente a quell’epoca, non comparabile come peso e come “potenza di fuoco” innovativo ai due colossi della Nuova Inghilterra.

Giancarlo Infante – La contea di Santa Clara rassomigliava al Mezzogiorno?

Giuseppe Sacco – Dal punto di vista naturalistico, Santa Clara era molto inferiore al Mezzogiorno; anzi molto più arida e desolata di quanto non fosse stato il Tavoliere di Puglia prima della costruzione dell’acquedotto pugliese. E che il successo fosse stato ottenuto in questo ambiente così difficile  non poteva che incoraggiarmi. Tanto più che ben presto la “Strada 128” cominciò a perdere colpi, mentre Santa Clara decollava, fino a cambiare nome, e diventare Silicon Valley. Le ragioni di questa divergenza sarebbero troppo lunghe da spiegare qui, ma basterà dire che esse sono legate al fatto che sulla “128” erano concentrati soprattutto laboratori afferenti a grandi gruppi internazionali, che sarebbe stato assai difficile attirare nel Mezzogiorno. Mentre la futura Silicon Valley spiccava il volo grazie a aziende piccole e piccolissime, spesso appena nate, e sostenute soprattutto da somme assai modeste di venture capital.

Giancarlo Infante –  E tutto questo divenne il libro “Il Mezzogiorno nella politica scientifica”, che fu poi pubblicato dalla Etas Kompas?

Giuseppe Sacco – Questo avvenne nel 1969, qualche anno dopo la discussione della mia tesi all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ma durante tutto il corso delle mie ricerche avevo tenuto regolarmente informato non solo Francesco Compagna, il grande meridionalista che è stato mio maestro, e di cui sono stato per quasi quindici anni Assistente Ordinario all’Università di Napoli, ma anche Pasquale Saraceno, che pensava allora alla creazione di un Ministero per la Politica Scientifica e Tecnologica, e che una volta, in pubblico, mi trattò con una tale benevolenza da farmi intimamente vergognare del fatto che a me, in definitiva – a parte Positano e, in minor misura, Capri – il Mezzogiorno andava piuttosto stretto, e non perdevo mai un’occasione per saltare su un aereo. Anche La Malfa si interessò molto al ruolo che potevano avere le attività di ricerca, non solo per il Mezzogiorno, ma anche per l’intera economia nazionale. E mi affidò l’organizzazione, a Milano, per il Partito Repubblicano, di un Convegno dove intervenne personalmente a parlare del ruolo delle Università e delle attività di ricerca nello sviluppo economico.

Giancarlo Infante –  E non solo come leader di partito! Ricordo che anche in occasioni ufficiali, come Ministro del Bilancio, del Tesoro e come Presidente del Consiglio, quale che fosse l’occasione, finiva per parlare sempre della ricerca. Era diventato quasi ossessivo.

Giuseppe Sacco – Non era il solo. Dopo il successo solo parziale della riforma agraria; in presenza di un fenomeno migratorio che portava via la componente medio-alta della popolazione del Sud; davanti alle difficoltà che incontrava il processo di industrializzazione, l’ipotesi di uno sviluppo del settore terziario superiore intellettualmente orientato verso l’avvenire e non più verso il rimpianto di un passato che – in realtà – era stato poco meno misero di quanto non fosse il presente, (o verso gli inverosimili progetti rivoluzionari proposti dai comunisti) appariva come una carta nuova, capace di che cambiasse la qualità e il senso stesso della vita. stessa della vita. E per questo, Compagna, poi, controbatté punto per punto le critiche di chi diceva che tutto ciò non si sarebbe mai potuto verificare nel sud Italia, men che mai a Napoli.

Giancarlo Infante –  E quali argomenti venivano avanzati, contro l’idea di sviluppare l’attività di ricerca scientifica nelle regioni meridionali?

Giuseppe Sacco – Sostenevano, anche se spesso senza dirlo apertamente, che l’Italia del Sud e i suoi abitanti fossero non dico razzialmente, ma culturalmente e psicologicamente incapaci di dar vita ad un processo così audace.  E lo stesso Giovanni Berlinguer, che era prima di tutto uno scienziato, e che pure mi ha sostenuto sempre, specie dopo che il progetto fu formalizzato nel libro, mi disse che lo considerava “un pò illuministico”. Però, convenne con me quando gli risposi che a Napoli e nel Sud avere una punta di “illuminismo” significava richiamarsi a quanto di meglio c’era nella nostra tradizione culturale e civile. E io non solo lo rivendicavo, ma ho sempre sostenuto, e sostengo tuttora, che era proprio il materiale umano del Sud a rendere fattibile un progetto la cui materia prima erano le capacità creative ed intellettuali. E che per questo ritenevo che la “Zona Cassa” fosse un’area più che adatta all’istallazione di laboratori di ricerca; molto di più quanto ciò non fosse vero per l’industria manifatturiera. Compagna, dal canto suo, non si limitò a incoraggiarmi. Anzi, non appena venne eletto deputato, nel 1968, fece subito modificare la legislazione esistente a favore del Mezzogiorno, per includere le attività di ricerca tra quelle che potevano essere sostenute dagli incentivi previsti per le attività produttive.

Giancarlo Infante – Dobbiamo dunque a quegli incentivi, se oggi viviamo un momento di gloria, come possibili co-inventori del ChAdOx, cioè di una cosa tanto importante quanto il vaccino contro il Covid?

Giuseppe Sacco – Almeno in parte si. Per profittare di quegli incentivi molte aziende pubbliche e private crearono, o semplicemente trasferirono nella “Zona Cassa”, i loro laboratori di ricerca presenti altrove, nel Nord-Italia, ovviamente. ma anche dall’estero. Nacquero e crebbero così moltissimi centri di ricerca per l’innovazione scientifica e tecnologica, in campi tanto diversi come quello medico-biologico e quello aeronautico. E così avvenne nel Lazio meridionale, dove la “Zona Cassa” incominciava a solo una ventina di chilometri da Roma, e dove ha sede il laboratorio che ha oggi tanta visibilità grazie al possibile vaccino contro il Covid-19.

Giancarlo Infante – Tu sai, immagino, che fu Giulio Andreotti a insistere perché il confine del “Mezzogiorno da sviluppare” passasse così vicino a Roma?

Giuseppe Sacco – No, non lo sapevo. Lo apprendo da te. Ma mi ricordo che c’erano state delle polemiche a questo proposito. Perché molti, non senza qualche ragione, ritenevano che se la “Zona Cassa” fosse stata ampliata tanto da comprendere anche molte “aree arretrate del Centro Nord” (la cui arretratezza non era ovviamente così grave come quella del Mezzogiorno) ed arrivare sino alle porte di Roma, nessuno sarebbe andato mai andato ad investire nel “Sud profondo”, a Castrovillari o a Soveria Simeri.  Ma ricordo pure che fu proprio Compagna a farmi rilevare come, dato che la vicinanza di Roma dava già un certo appeal a quella zona, una certa capacità di attrazione degli investimenti, darle maggior forza non era stata una scelta sbagliata. Si è infatti creata una zona che accoppiava i vantaggi della vicinanza alla capitale con quelli delle provvidenze per il Sud.

Giancarlo Infante – È stata dunque questa rafforzata capacità di attrazione a fare sì che la società che ha sviluppato il primo vaccino contro il Covid-19 abbia sede – guarda caso – proprio a Pomezia.

Giuseppe Sacco – La Irbm (che ha un forte rapporto con  la società biofarmaceutica britannica AstraZeneca, cui l’Autorità statunitense per la ricerca biomedica avanzata, Barda, ha garantito un finanziamento di oltre 1 miliardo di dollari) è nata un quarto di secolo fa, sulla base di un precedente investimento fatto da una importantissima società farmaceutica del New Jersey, la Merck Lab. Ora, questa era un’azienda con 125 anni di storia, i cui managers non avevano certo mai sentito parlare di Pomezia, e probabilmente neanche del Mezzogiorno, prima che il provvidenziale “emendamento Compagna”, ispirato alle ricerche del suo inquieto allievo, venisse a cambiare il quadro internazionale delle convenienze nella scelta delle localizzazioni per le attività di ricerca.

Giancarlo Infante – Tu credi che dal lavoro della Irbm possa venire qualche risultato veramente affidabile per la creazione di un vaccino?

Giuseppe Sacco – Non tocca a me giudicare. Però vedo che il 30 luglio del 2020, è stato non più il Corriere, ma la rivista scientifica britannica Nature a scrivere che delle prospettive interessanti sono offerte, e a scadenza piuttosto breve “dal ChAdOx1 è stato sviluppato congiuntamente dallo Jenner Institute dell’Università di Oxford e dalla società italiana Irbm”. E cosa altro è poi accaduto, come riportato dal New York Times del 3 Agosto? E accaduto che i Russi, hanno annunziato che già a Settembre cominceranno a fare le vaccinazioni con prodotto da loro messo a punto, e sono stati immediatamente accusati di avere rubato conoscenze e tecnologie. E a chi le avrebbero rubate? Agli scienziati che lavorano sul ChAdOx1…..

Giancarlo Infante – Interessante! Mi fa venire in mente quel che si dice quando in un’indagine cominciano ad esserci più di due indizi. E comunque, quello della Merck lab non è stato l’unico caso….

Giuseppe Sacco – Certo che no! Grazie allo “emendamento Compagna”, si è pienamente affermata l’idea il Sud possa essere un ambiente culturale ed umano favorevole all’ attività di ricerca. Certamente – ripeto – molto più favorevole di quanto non sia all’investimento industriale.  Basta pensare al formidabile Campus biomedico che ambienti milanesi vicini all’Opus Dei hanno creato a Trigoria, non molto lontano da Pomezia. Peraltro, già prima dello “emendamento Compagna”, Adriano Buzzati Traverso aveva lasciato Pavia per creare a Napoli il Laboratorio Internazionale di Genetica e Biofisica, ed era nata l’Area della ricerca di Napoli, il CSATA di Bari, e più tardi la cosiddetta “Etna Valley”, ma soprattutto l’ELASIS. Questo centro di ricerca creato a fianco dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, in seguito svilupperà –  tra molto altro – anche la tecnologia del motore Fire, la carta vincente con cui molti anni dopo Sergio Marchionne riuscirà a ottenere il sostegno politico ed economico di Barack Obama per il salvataggio dalla Chrysler.

Giancarlo Infante – Tu rimani insomma convinto che il Sud fornisca un ambiente culturale ed umano adatto ad uno sviluppo fondato sulla ricerca e sulla scienza?

Giuseppe Sacco – Non solo ne sono stato sempre convinto, ma ne ho avuto la prova provata negli anni in cui sono stato professore all’Università della Calabria, in cui i criteri di ammissione erano congegnati in modo da dare priorità ai figli delle famiglie contadine. Ebbene, ho insegnato in tutto il mondo, da Princeton a Seul, da Shanghai a Pernambuco, da Parigi a Ibadan, da San Francisco a Marrakesh, e raramente ho conosciuto ragazze e ragazzi più intelligenti, vivaci, tenaci e desiderosi di apprendere come quelli calabresi. E poi, lasciami sottolineare che, specie all’indomani della pandemia in atto, il Sud può uscire dalla sua arretratezza solo con una rivoluzione culturale. Perciò vedo con piacere questi segni recenti che confermano l’ipotesi incarnata nell’iniziativa legislativa di Francesco Compagna. Così come vedo –  purtroppo –  anche dagli scarsi risultati ottenuti quando, nell’era in cui regnavano le Moratti ed i Tremonti, l’idea di fare di Napoli la capitale della ricerca in Italia venne ripresa e capovolta, con logica patentemente clientelare, per dare vita, a Genova, all’Istituto Italiano di Tecnologia.

Giancarlo Infante – Consideri che l’ITT sia stato un fallimento?

Giuseppe Sacco – No! Certo che no, anche se l’IIT è stato accusato di scarsa produttività scientifica. Ma senza nulla togliere all’eccellente team di personalità scientifiche che questa operazione ha fatto convergere sul capoluogo della Liguria, al loro lavoro e al loro quotidiano sacrificio, mi pare evidente che l’ITT non è stato sufficiente a dare ad una città dalle tradizioni economiche e dalle caratteristiche produttive fortemente consolidare ciò che mi azzarderei infatti a dire che a Genova manca. Indubbiamente, la sua classe dirigente ha di recente dimostrato di essere capace di ottenere presto e bene ciò che considera essenziale alla propria quotidiana funzionalità.  Ma è un fatto che Genova, in cinquant’anni è passata da 800.000 a 540.000 abitanti, e vive da un ventennio una fase in cui i centri del trasporto intermodale europeo si stanno spostando verso Est, verso Trieste e verso Danzica: una situazione sulla quale non sembra poter incidere appropriatamente una politica di sviluppo fondata sui laboratori scienza e sulla ricerca. Una tale politica può invece dare Napoli la dirompente frustata di cui ha chiaramente bisogno, determinare una spinta propulsiva che avrebbe che avrebbe avuto la forza di uno scandalo. Per questo, il clima culturale – se mai esiste nel nostro paese – va cercato in quel Sud, il cui presente è assai difficile ed il futuro può essere garantito solo attraverso un impegno estremo ed uno slancio furioso verso l’avvenire.

Giancarlo Infante – Vedo che stai allargando anche a Genova e al Nord il discorso dello sviluppo. Consentimi allora una domanda relativa all’Italia intera. Non potrebbero essere le misure concordate con i partners europei, le “concessioni” della Merkel, a dare questo colpo di frusta all’Italia del post-pandemia?

Giuseppe Sacco – Non mi pare. Non solo si tratta di misure inadeguate, e che dovranno essere poste in atto sotto il controllo che più che “frugali” si dimostrano “sordidi”, e che certamente ci imporrando di volare basso. Ma di misure che discendono da un’analisi sbagliata, da un’analisi che – per l’inguaribile conservatorismo tedesco –  vede la pandemia quasi soltanto come fattore aggravante di una situazione strutturalmente immutata, un fattore che aggiunge urgenza e portata a problemi che già erano sul tappeto. C’è una presunzione – ha scritto l’economista americano Galbraith – “che i vecchi istinti e i rimedi sperimentati nel tempo funzioneranno come hanno fatto in passato, accelerando una ripresa economica destinata a verificarsi comunque, quando il virus si allontanerà e il mondo tornerà ad essere quello di ieri.” Ebbene non è così. Queste previsioni sono sbagliate, e lo sono perché è sbagliato l’assunto. Appare perciò evidente la necessità di un grande sforzo di innovazione intellettuale prima che tecnica, uno sforzo di ricerca e di invenzione, di una politica di trasformazione della società e dell’economia fondata su un lavoro di laboratori: ci vorranno menti libere e creative, che – per prima cosa – cancellino l’imbecille “nazionalismo dei vaccini” che si sta attualmente profilando. E non solo. Occorre una strategia di recupero e di sviluppo che vada molto al di la dell’ipotetico vaccino, il quale, per quel che se ne sa, avrebbe comunque effetto solo sulle conseguenze polmonari dell’infezione da Coronavirus e non su tutte le altre, fisiche e mortali, che si incominciano ad intravedere. In assenza di una nuova e molto più efficace mobilitazione, sia medica che sociale, la pandemia potrebbe diventare una tragedia con cui imparare a convivere, e dai costi umani e economici che verranno via via ad aggiungersi a quelli che già sono stati subiti, e che continueranno a venire in tutto il corso della attuale fase ascendente di diffusione mondiale del morbo.